Pensioni, tra rigidità e propaganda

Dalla riforma Amato alla legge Fornero, fino alle promesse mancate degli ultimi governi: trent’anni di scelte sbagliate e correttivi parziali hanno reso il sistema previdenziale sempre più fragile. Per garantire equità e sostenibilità servono visione, gradualità e il coraggio di riconoscere la dignità del lavoro

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trent’anni di scelte sbagliate e correttivi parziali hanno reso il sistema previdenziale sempre più fragile

di Cesare Damiano |

La rigidità, da un lato, e l’astuzia, dall’altro, sono insidiose nemiche della politica di qualità.

Cioè di quell’approccio al governo della cosa pubblica fondato su autentici valori democratici e su un’ampia visione dello scenario e delle conseguenze dell’azione stessa di Governo. E quando l’astuzia, sotto forma di propaganda, prevale sulla lungimiranza, allora non ci si può aspettare un’attività di Governo di qualità. La storia del sistema previdenziale italiano negli ultimi decenni dimostra con chiarezza le nefande conseguenze della rigidità di alcuni e della iniquità prodotta da altri. Mentre scriviamo questo articolo non possiamo, per serietà, ipotizzare quali misure connoteranno la legge di Bilancio del 2026 per quel che riguarda la previdenza (al momento della pubblicazione di questo testo il dibattito sarà forse un po’ più avanzato). Ma si può già dire che le premesse non sono incoraggianti.

La storia recente della normativa previdenziale

Partiamo da un riassunto del percorso della normativa previdenziale negli ultimi 33 anni della nostra storia. La premessa è nel concetto di “invecchiamento della popolazione”: da una parte si vive più a lungo, dall’altra si restringe la natalità e, quindi, la base dei contribuenti. E siamo in un sistema a ripartizione. In questo trentennio, intanto, abbiamo visto, collateralmente, ridursi la produttività e il potere d’acquisto dei lavoratori.

L’invecchiamento della popolazione è alla base di tutto il processo di riforma del sistema pensionistico e per definire la portata del fenomeno si deve partire dal concetto di rapporto di sostegno: cioè, il numero di lavoratori attivi in rapporto ai pensionati. Nei calcoli fatti già all’inizio degli anni 90 esso passava dai 5,1 attivi, per un pensionato del 1970, ai 3,0 previsti nel 2010, fino agli 1,5 previsti nel 2050. Si capisce che, in un simile declino, il sistema non sarebbe rimasto sostenibile.

Inizia, dunque, la stagione delle riforme. Nel 1992 il Governo Amato introduce una disciplina organica della previdenza complementare con l’istituzione dei Fondi pensione integrativi contrattuali. Detti “negoziali” in quanto legati alla contrattazione di categoria. Essa fa da premessa al passaggio graduale dal sistema retributivo – ossia un calcolo della pensione basato sulla media delle retribuzioni degli ultimi 10 anni di attività – a quello contributivo, fondato esclusivamente sui contributi versati nel corso di tutta la vita lavorativa. Inevitabilmente il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra ultima retribuzione e assegno pensionistico, si abbassa. Compito del risparmio complementare è, quindi, quello di costruire un’integrazione di questo reddito altrimenti troppo esiguo.

Dal retributivo al contributivo

Il passaggio dal retributivo al contributivo viene sancito con la Riforma del Governo Dini del 1995. Esso viene introdotto dal primo gennaio del 1996. Per attenuare l’impatto dell’operazione stessa sulla platea dei lavoratori allora attivi fu però anche deciso che il nuovo regime non sarebbe stato applicato a tutti quei lavoratori che avessero maturato almeno 18 anni di contributi versati entro il 31 dicembre 1995.

Il sistema contributivo viene applicato interamente a chi ha iniziato a lavorare a partire da quel primo gennaio del 1996. In seguito, nel 1997, il primo Governo Prodi opera un ulteriore intervento che inasprisce i requisiti di età necessari per ottenere la pensione di anzianità. E stabilisce un incremento degli oneri contributivi dei lavoratori autonomi. Successivamente, con il secondo Governo Berlusconi lo spirito riformista in materia previdenziale subisce una battuta d’arresto. Esso, infatti, introduce, con lo “scalone” previsto nel provvedimento firmato dal Ministro Maroni. Il concetto di un repentino e indiscriminato aumento dell’età pensionabile.

Aumento secco che tornerà più avanti, nel 2011, con la legge “Monti-Fornero”, che porterà l’età pensionabile a 67 anni per tutti.  Ecco che la rigidità indiscriminata, e ignara delle conseguenze, si abbatte su un processo delicato come quello del pensionamento. Nel quale, per una quantità di variabili del tutto reali, di sesso, di natura della mansione ecc., non possiamo essere “tutti uguali”.

Nell’intervallo tra il secondo e il terzo Governo Berlusconi, con il secondo Governo Prodi – chi scrive ne era Ministro del Lavoro – abbiamo tentato di riportare un po’ di equilibrio, varando una riforma il cui obiettivo immediato era quello di correggere lo “scalone” Maroni. I requisiti per arrivare alla pensione crescevano, ma in modo più graduale. La nuova legge introduceva il concetto e il conseguente sistema delle “Quote”, trasformando lo scalone in una serie di scalini. Ripristinando, così, l’idea di un’equa gradualità data dalla somma di anni di età anagrafica e di anni di contributi versati necessari a un lavoratore per accedere alla pensione di anzianità.

Una proposta di qualità

Poi, tra alti e bassi, arriviamo al Governo Monti. Il quale ha introdotto la rigidità “contabile” dei 67 anni alla quale abbiamo accennato sopra. Compiendo, peraltro, errori gravi come quelli che hanno portato agli esodati e alle successive otto salvaguardie che avremmo dovuto incardinare per coloro che, il primo gennaio del 2012, si erano trovati fuori dal lavoro perché si erano licenziati, e senza poter accedere alla pensione già preventivata. E, ancora, all’abolizione del sistema delle Quote che, nel 2011, aveva raggiunto “Quota 97”: 60+37, 61+36, 62+35.

Nel 2013, mentre ero presidente della Commissione Lavoro della Camera, insieme ai deputati Marialuisa Gnecchi e Pier Paolo Baretta, abbiamo presentato il Ddl 857. Esso era inteso a riportare un po’ di flessibilità nel sistema. Collocando il nuovo punto minimo per l’uscita dal lavoro a 62 anni, sempre a condizione che fosse maturato il requisito dei 35 anni di contributi versati. L’arco di questa forma di flessibilità andava dai 62 ai 70 anni. Il baricentro veniva collocato tra 66 e 67 anni, con – elemento di grande importanza – penalizzazioni e incentivi progressivi sotto e sopra quella soglia. Si incentivava il fatto di restare al lavoro. Non lo si imponeva ciecamente. La qualità di quella proposta crediamo che meriti ancora attenzione.

Il tempo della propaganda

Poi è venuto il tempo della propaganda. “Aboliremo la Fornero”, promette la Lega ormai da molti anni e in diverse elezioni. Ma la legge Fornero è sempre lì, anche se con 9 salvaguardie abbiamo mandato in pensione oltre 150.000 esodati e le norme relative agli anticipi pensionistici hanno fatto il resto.

Ma, qui sta il punto, il Governo Meloni ha sostanzialmente “sterilizzato” ogni forma di anticipo pensionistico e di flessibilità, inclusa l’Opzione Donna creata dal ministro Maroni che, già di per sé “punitiva”, è stata del tutto svuotata. Il sistema delle Quote, nell’ultima versione di Quota 103, non è più conveniente. Il risultato è che l’Inps ha certificato il crollo degli anticipi pensionistici. Adesso il Governo ci vuole riprovare.

L’idea è quella di inserire il Tfr nel montante pensionistico, suggerita in agosto dal sottosegretario Durigon, per poter andare in pensione a 64 anni per chi raggiunge l’obiettivo di un assegno mensile pari a tre volte il minimo, poco meno di 1.700 euro lordi. Si dimentica di dire che la legge Fornero quel traguardo lo fissava a una soglia più bassa, 2,8 volte, e che il Governo Meloni l’ha alzata: un vero “stop and go”.

Riconoscere la dignità del lavoro

Noi proponiamo, in alternativa, una soluzione più semplice, che non tocca il Tfr. Abbassare la soglia da 3 a 2 volte il minimo rendendo più facile raggiungere il traguardo. L’unica proposta razionale del Governo – argomento che sosteniamo da tempo – è il blocco dell’aumento automatico dell’età pensionabile in base all’aspettativa di vita, introdotto anch’esso da un Governo Berlusconi. Sono 3 mesi di aumento che scatterebbero dal 2027.

Insomma: il sistema previdenziale è complesso e va trattato con cautela. E non è né una partita contabile né uno strumento su cui sia minimamente lecito fare facile propaganda. Anche perché entrambi questi approcci producono errori, storture e ingiustizie, come la storia che abbiamo qui ripercorso dimostra ampiamente. Auguriamo al Paese un serio spirito riformatore, che riconosca le specificità che caratterizzano lavoratrici e lavoratori e tutte le diverse forme di lavoro e carriera. A partire da chi svolge lavori usuranti e gravosi. In materia previdenziale niente è risolvibile se non con un serio impegno che riconosca, in primo luogo, la dignità del lavoro e della cittadinanza.

cesare damianoChi è Cesare Damiano

Nato a Cuneo nel 1948, è stato Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel secondo Governo Prodi ed è ricordato per essere l’artefice del Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro. Dal 2006 al 2018 è stato Deputato della Repubblica eletto nelle liste del PD e dal 2013 al 2018 è stato Presidente della Commissione Lavoro della Camera. Cesare Damiano svolge oggi attività di ricerca, formazione e consulenza in materia di sicurezza, diritto del lavoro, politiche dell’occupazione, relazioni industriali, contrattazione collettiva, welfare e previdenza, ed è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare e del Centro Studi Mercato del Lavoro e Contrattazione.

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