È emergenza occupazione

Gli effetti della crisi sanitaria sull’economia e sul lavoro italiano: le contromisure per far ripartire il lavoro partono dalla formazione.

occupazione

di Romano Benini* |

Le crisi sono sempre interdipendenti e globali. La crisi finanziaria del 2008 ha determinato negli anni successivi una crisi economica, per via della diminuzione della domanda, che ha generato problemi occupazionali per molto tempo, soprattutto in quei Paesi come l’Italia che non avevano investito a sufficienza in formazione e servizi per il lavoro.

Questa crisi sanitaria ha determinato una immediata crisi occupazionale, per via della chiusura degli impianti produttivi e delle attività economiche che si è protratta in tutto il Paese per molte settimane. Più di metà dei lavoratori italiani sono stati coinvolti da misure di sostegno al reddito, ammortizzatori sociali e bonus, che hanno riguardato a loro volta interi settori economici.

L’impatto della crisi non è però uguale per tutti: appare più limitato in alcuni comparti, dall’agricoltura (che ha sofferto per il blocco degli stagionali) alla meccanica di qualità, ma è assolutamente devastante per il commercio al dettaglio, la ristorazione, l’artigianato, i trasporti e il turismo.

Occupazione e sanità: le due crisi italiane

Un primo dato va assolutamente considerato: il cambiamento di abitudini imposto dall’epidemia agli italiani ha anche generato un aumento della domanda in alcuni servizi. L’informatica, la grande distribuzione, la logistica (con il boom di Amazon) sono solo alcuni dei settori che hanno persino tratto benefici dalla situazione e che si ritiene nei prossimi mesi continueranno a crescere, proprio per via del consolidamento di alcuni cambiamenti che si stanno determinando non solo nel nostro modo di vivere, ma anche di lavorare e di avere relazioni sociali. Altri settori economici che hanno avuto un aumento della domanda sono quelli che riguardano la sanità, i servizi alla persona e la predisposizione di contenuti didattici e formativi, soprattutto se legati all’e-learning.

In ogni caso, finito di contare i morti, gli italiani, come molti altri popoli nel contesto globale, stanno iniziando a contare i disoccupati. Il calo previsto per il Pil italiano nei prossimi mesi si colloca, a seconda della capacità di reazione del nostro sistema, tra il cinque e l’otto per cento.

Il possibile rimbalzo positivo, che riguarda ogni fase di superamento di una crisi sanitaria per via dell’aumento della propensione alla spesa, è negli auspici per il prossimo anno, ma non è affatto certo, perché dipende in buona parte dalla capacità di fare le scelte adeguate. Il punto delicato non è tanto la spesa per l’emergenza, in quanto non ci vuole nulla per erogare sussidi e bonus a pioggia, ma gli investimenti necessari per la fase successiva, che implicano una capacità di scelta a livello nazionale che non sempre l’Italia in questi anni ha dimostrato di avere, soprattutto nelle situazioni di crisi.

Uscire dalla crisi attuando cambiamenti

Dalle crisi si esce solo cambiando quei comportamenti che hanno determinato i problemi da affrontare e facendo tesoro degli errori passati. La crisi attuale ci mostra due aspetti di grande importanza:

  • | questo modello economico, che agisce su scala globale, sta aumentando l’esposizione dell’uomo e del pianeta a fattori di rischio, in quanto esiste una evidente correlazione e interdipendenza tra le continue crisi che colpiscono il pianeta, tra la crisi finanziaria e quella occupazionale, come tra la crisi ambientale e quella sanitaria (basti considerare che le prime dieci province italiane per decessi da Covid-19 sono tutte nell’elenco delle province italiane che negli ultimi dieci anni hanno sempre superato i livelli di emissione di polveri sottili);
  • | la capacità di affrontare e superare le crisi dipende proprio dalla capacità di riconoscere gli aspetti di collegamento, di interconnessione tra i fattori di crisi, così da ridurre la propagazione da un rischio a un altro, da un tipo di crisi a un’altra.

Per questo motivo diventa importante, come in questi mesi stanno facendo alcuni centri di ricerca, cogliere le caratteristiche tra le diverse crisi che negli ultimi anni hanno colpito la società e il lavoro italiano. Si tratta di una comparazione illuminante per capire cosa sta succedendo e come possiamo uscire dalle difficoltà. Stiamo affrontando una recessione globale, ma non tutte le crisi sono uguali tra loro.

Il tipo di crisi che stiamo affrontando

È utile quindi confrontare, come per esempio ha fatto il Consiglio Europeo della Ricerca (*Rapporto Cer, Aggiornamenti Covid-19), le tre crisi globali che hanno colpito l’Italia in questi anni: la crisi finanziaria del 2008-2009, la crisi economica del 2011-2012 e la crisi sanitaria del 2020.

La buona notizia è che questa crisi è originata da fattori extraeconomici, anche se si è abbattuta sul nostro Paese in una fase di contenimento della crescita. Passata la pandemia e dopo l’auspicata scoperta del vaccino, l’economia e i mercati torneranno ad agire e potrebbe anche esserci il noto effetto del rimbalzo della domanda che da sempre, fin dalla peste nera del 1348, caratterizza le fasi successive alle guerre e alle epidemie.

Se confrontiamo meglio le tre crisi possiamo notare però come secondo l’analisi prevalente questa crisi assomigli molto a quella finanziaria del 2008, che agì per tutti e su scala globale, mentre quella economica del 2011 non colpì quei Paesi che avevano saputo reagire alla crisi precedente con politiche e scelte adeguate.

L’attuale contrazione appare infatti più vicina al primo ciclo recessivo, quello del 2008-2009, quando si osservò, oltre a una riduzione del Pil (-6,1%), anche una forte riduzione delle esportazioni (-20,2%) e dei consumi delle famiglie (-2,6%).

La crisi riduce il consumo

La brutta notizia è che questa crisi ha innescato, quantomeno nella prima parte del 2020, una forte riduzione della propensione al consumo degli italiani. Questo aspetto è il più preoccupante perché pone inevitabilmente seri interrogativi non solo su una inevitabile contrazione della domanda interna e quindi su una parte rilevante della capacità produttiva del Paese, ma anche sui conseguenti effetti sull’occupazione.

Se nei prossimi mesi gli effetti globali della crisi non aiuteranno la ripresa dell’export, bisognerà infatti poter agire sulla domanda interna, come abbiamo per esempio visto nell’esortazione agli italiani di passare comunque le ferie estive in Italia. Siamo tutti chiamati a “comprare italiano”.

In ogni caso, l’Italia ci ha messo quasi dieci anni per tornare ad avere gli occupati persi con la crisi del 2008, senza peraltro tornare ad avere lo stesso numero di ore lavorate e lo stesso Pil. Diventa quindi determinante, per evitare che passino altri dieci anni di vacche magre per un Paese che fa comunque più fatica di altri a tornare a crescere, non fare ora altre scelte sbagliate.

Occorre quindi pensare e agire subito per recuperare più rapidamente gli effetti potenziali della crisi extraeconomica del Coronavirus: oltre agli ammortizzatori sociali tipici della fase di emergenza, servono investimenti mirati per creare più occupazione e politiche per garantire più qualità del lavoro e serve una governance tra Stato e regioni che non ripeta gli errori del recente passato.

La ripartenza formativa come antidoto

È evidente che non si decide tutto in casa nostra. Questa situazione ha mostrato come, da un lato, le crisi si presentino ormai senza frontiere e come le nazioni siano sempre più legate tra loro, nella buona e nella cattiva sorte.

Al tempo stesso i Paesi europei hanno confermato la nota divisione tra Paesi nordici, attenti al contenimento del debito e meno disponibili a condividere gli sforzi, e i Paesi del Sud Europa, con un maggior debito pubblico, ma anche con una maggiore disposizione alla solidarietà tra le nazioni.

In ogni caso, mai come in questa fase l’Italia non può essere lasciata a se stessa, perché trascinerebbe con sé l’Unione Europea e anche l’economia tedesca, il cui sistema manifatturiero è fortemente legato a quello italiano. L’interdipendenza dei fattori di rischio genera crisi sempre più complesse, ma ci mostra come anche i fattori di reazione siano tra loro del tutto collegati. La capacità di reazione alla crisi finanziaria del 2008, la più simile a quella attuale, è stata determinata dall’efficacia degli investimenti nel “sistema dello sviluppo umano”.

Si tratta degli investimenti che riguardano il sistema sanitario, la formazione di base, l’alta formazione e la formazione continua e il sistema di gestione del mercato del lavoro. I Paesi europei dotati di un sistema di promozione dello sviluppo umano più robusto non solo hanno affrontato meglio gli effetti della crisi finanziaria, ma hanno evitato che si trasformasse in crisi occupazionale.

Investire nello sviluppo formativo

L’esempio virtuoso è proprio quello della Germania: i robusti investimenti nel settore sanitario, sociale, formativo e del lavoro hanno permesso ai tedeschi di gestire il drastico abbassamento del Pil del 2009 e di trovarsi già due anni dopo fuori dalla crisi. L’esempio negativo è stato allora proprio quello italiano: l’inadeguato sistema della formazione e del lavoro, la prevalenza di un welfare assistenziale e non promozionale, le politiche attive e per il reimpiego inefficaci hanno tenuto i disoccupati italiani a lungo fuori dal mercato del lavoro, determinando la crisi occupazionale del 2011.

Ancora oggi, la forza del sistema sanitario, sociale ed economico tedesco costituisce un antidoto efficace, non solo per la crisi finanziaria, ma anche per quest’ultima crisi. I numeri parlano chiaro: tra il 2008 e il 2018 l’Italia ha investito sui fattori chiave dello sviluppo umano meno della metà di quanto abbiano fatto i tedeschi. Dal numero di posti letto alla spesa per studente, dalla consistenza dei servizi per l’impiego al numero di dipendenti in formazione continua; la vera differenza tra gli italiani e i tedeschi sta proprio nel livello di investimenti dedicati a rafforzare la salute, le competenze e il funzionamento del mercato del lavoro.

La scelta italiana con la riforma del Titolo V di attribuire le responsabilità e le risorse sugli investimenti per lo sviluppo umano alle regioni in assenza di una effettiva capacità di coordinamento nazionale e di una adeguata strumentazione informativa di supporto rischia di determinare nei prossimi anni quanto abbiamo già visto nel 2015: dalle crisi l’Italia esce dopo le altre nazioni e lo fa in ordine sparso.

Rispondere alla crisi mediante scelte strategiche

Dopo ogni crisi le disuguaglianze interne aumentano e per questa ragione il Paese nel complesso si indebolisce. È in ogni caso evidente quali siano gli investimenti strategici che l’Italia deve mettere in campo per rispondere a questa crisi. In un Paese che è chiamato a fare qualità nei sistemi produttivi e a promuovere la conoscenza, non è più ammissibile che il titolo di studio più diffuso, tanto tra gli occupati che tra i disoccupati, sia ancora la scuola dell’obbligo; che i servizi per il lavoro funzionino poco e male; che le politiche di inclusione, formazione e lavoro non siano integrate ed efficaci sul territorio; che ogni regione abbia un diverso sistema di politiche attive per il reimpiego dei disoccupati; che la formazione continua non sia centrale nel sistema della prevenzione della disoccupazione e coinvolga ancora meno del dieci per cento dei dipendenti.

L’unica ripartenza possibile per il “Sistema Italia” è quindi una ripartenza formativa, che deve appoggiarsi su quel necessario ricambio generazionale che le imprese stanno attendendo e che è fondamentale perché la Pubblica Amministrazione non continui a gravare come un macigno sul Pil nazionale e sulla nostra capacità di competere.

Cosa si sta facendo e cosa non si sta facendo

Se questo è lo scenario ci troviamo di fronte a un contesto di crisi che, passata l’emergenza sanitaria, ripresenta agli italiani gli snodi che da anni vanno affrontati con decisione.

Questi elementi riguardano in alcune regioni gli asset infrastrutturali, come il trasporto, ma in tutto il Paese il ritardo italiano riguarda principalmente la messa a sistema dei fattori dello sviluppo umano.

Quello che è per i Paesi più avanzati il maggiore fattore di resilienza costituisce per l’Italia, quantomeno per buona parte dei suoi territori, un fattore di debolezza, che è accentuato dall’inadeguata capacità di gestione di quella “multi-level governance” tra Stato, Regioni ed Enti locali, che si rende assolutamente necessaria nel momento in cui si mantiene una elevata frammentazione di responsabilità e competenze.

Se nella prima fase di emergenza, come in tutte le fasi di questo tipo, il Governo e le Regioni hanno operato per erogare la solita dotazione massiccia di ammortizzatori sociali e bonus assistenziali (tra l’altro in una misura analoga alla dotazione erogata per far fronte alla crisi del 2008), che si affianca alla natura ancora sostanzialmente di sostegno sociale propria del Reddito di Cittadinanza, le politiche per la ripartenza devono essere programmate, definite e gestite sulla base di una diversa nota di fondo.

Dall’assistenza bisogna passare alla promozione. Si tratta di un passaggio che sembra scontato, ma che va preso molto sul serio perché è proprio questo il gradino sul quale le politiche della formazione, del lavoro  e dello sviluppo italiano sono scivolate nel 2009, per riprendersi in parte solo sei anni dopo, grazie all’avvio di una fase di riforme che non appare peraltro ancora completata e che sembra ancora priva di infrastrutture all’altezza.

PROPOSTE PER RIPARTIRE

L’antidoto a ogni crisi sembra quindi essere, anche questa volta, la promozione di un sistema in grado di permettere a ogni persona di curarsi, studiare, apprendere competenze utili e innovare.

Le politiche italiane per la ripresa devono essere sostenute da intese europee sulla condivisione di uno sforzo comune ma, per essere efficaci in Italia, si devono appoggiare su robuste infrastrutture del lavoro e della formazione. Per questo appare necessario, che all’erogazione di bonus e ammortizzatori faccia seguito un pacchetto di interventi per:

| destinare i Fondi Europei non a meri trasferimenti di sostegno al reddito ma a politiche formative e di attivazione al lavoro che coinvolgano obbligatoria- mente tutti i disoccupati;

| determinare, attraverso politiche attive adeguate, convenienze al sistema degli Enti formativi accreditati e delle Agenzie per il Lavoro per operare nella promozione dell’attivazione al lavoro;

| sostenere le reti tra i territori, tra il sistema pubblico e quello privato, tra formazione e lavoro, tra inclusione sociale e formazione con una governance nazionale in grado di operare attraverso un efficace e condiviso sistema informativo;

| riformare la funzione di Anpal, creando una agenzia nazionale per la formazione e il lavoro che veda Stato e Regioni lavorare insieme per condividere strumenti, metodi e soluzioni (come avviene in tutti i Paesi europei).

crisi coronavirus

 


* Romano Benini è professore straordinario di sociologia del welfare presso la Link Campus University e docente a contratto presso La Sapienza di Roma. Svolge attività di consulenza sulle politiche del lavoro per diverse istituzioni pubbliche. È esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, autore del format di Rai 3 “ Il posto giusto” e di numerosi testi in materia economica e del lavoro.

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