L’era digitale secondo il Cnel

Investire nella formazione continua per creare le nuove competenze necessarie al mercato del lavoro e sostenere la transizione verso il digitale.

uomo che lavora al pc usando l'intelligenza artificiale

di Giovanni Galvan |

“Il lavoro nell’era digitale. Nuove competenze e nuovi modelli organizzativi” è il titolo del workshop promosso dal Cnel per fare il punto sulle nuove competenze e le politiche necessarie a sostenere la formazione per i nuovi lavori legati alla digitalizzazione.

Il workshop ha proposto un primo confronto tra istituzioni, parti sociali, rappresentanti della politica e delle imprese sul tema delle trasformazioni del lavoro dovute alle tecnologie digitali. Quello che, in estrema sintesi, è emerso dal confronto tra i partecipanti è che per arrivare preparati al lavoro del futuro sarà necessario investire in una formazione continua, come principale tutela dell’occupazione e garanzia di competitività delle imprese, guardando a nuovi modelli di organizzazione e a strumenti di policy mirati. Diventano determinanti le nuove competenze e il ruolo delle Istituzioni nel creare un contesto favorevole per un’innovazione che porti una crescita sostenibile.

Cese: non siamo nel futuro che credevamo

Per Franca Salis Madinier, membro del Cese (Comitato Economico e Sociale Europeo), le previsioni sull’impatto della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale non si sono verificate, anche perché finora nell’Unione Europea non ci sono stati investimenti sufficienti (appena 20 miliardi nell’ultimo anno rispetto ai 59 miliardi della Cina). Questi investimenti, orientati più che altro alla qualità, per ora hanno riguardato 13 Paesi esclusa l’Italia.

Per il Cese è importante che l’impatto dell’innovazione non crei “nuovi perdenti”, che la tecnologia non possa mai decidere “da sola” e si invoca la trasparenza degli algoritmi per evitare discriminazioni, senza dimenticare l’impatto ambientale. Non ci sono opposizioni all’automatizzazione dei lavori ripetitivi, tuttavia restano molti dubbi sugli altri. È infatti doveroso governare la transizione mettendo al centro il dialogo sociale. L’Europa deve sviluppare quindi una strategia armonica che parta dall’educazione, anche scolastica.

Una visione americana: “elementare Watson”

Secondo David N. Barnes di Ibm, il futuro è già qui, tuttavia l’innovazione non è ben distribuita e va gestita meglio tramite l’educazione sui nuovi lavori e la programmazione della transizione verso il digitale, coinvolgendo i dipendenti nello sviluppo della propria carriera. Ibm ha abbastanza successo nel gestire le skills, ma tutt’ora il 60% dei dirigenti fa fatica ad aggiornarsi. Visto che il 100% dei lavori in Ibm cambierà a breve, è previsto un aggiornamento professionale dalle 40 alle 60 ore medie all’anno per lavoratore. Necessitano soft skills per i nuovi lavori digitali, in quanto il ciclo di vita di una nuova tecnologia è di tre anni. Per questo si assumono più lavoratori non laureati, che si adeguano più facilmente.

Inoltre Ibm ha sviluppato la piattaforma Watson basata sulla Intelligenza Artificiale che sviluppa piani di formazione personalizzati. Il sistema Watson apprende in base ai CV e ai fabbisogni aziendali, anche se per legge non può attingere a genere, razza o età. In ogni caso l’uomo ha l’ultima parola su tutto il processo e, al fine di accompagnare i dipendenti nel cambiamento, esiste un Watson Carreer Coach. Analizzando i dati della formazione continua in Italia, Barnes rileva che l’Ict è limitato al 30% del totale e solo il 20% dei lavoratori del settore viene aggiornato, contro il 40% della media europea. Va migliorato, inoltre, il sistema di certificazione delle competenze, mentre è necessaria una flessibilizzazione del mercato del lavoro in cui il welfare incentiva al lavoro.

P-tech a Taranto: guardare oltre

A Taranto Ibm ha aperto una sede del progetto P-Tech in collaborazione con il Politecnico di Bari, la Regione Puglia, il Gruppo Angel, il Gruppo Giovani Imprenditori Confindustria Taranto e l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Taranto, coinvolgendo 4 istituti scolastici.

Il P-Tech si innesta al terzo anno della scuola superiore per accompagnare gli studenti in 6 anni di formazione altamente specializzata. Gli studenti potranno poi iscriversi al Politecnico di Bari senza affrontare i test di ingresso e poi conseguire i crediti Cfu per accelerare il percorso. Dopo aver completato la formazione universitaria otterranno la laurea in Ingegneria informatica denominata “P-Tech Digital Expert”.

Le parti sociali: tra umanesimo e nuova impresa

Simonetta Iarlori, Vice Presidente di Federmeccanica e Chief People, Organization & Transformation Officer di Leonardo, ha sostenuto che la trasformazione digitale ha comunque l’uomo al centro del processo. Se i prodotti di Leonardo sono nativi digitali, le relative procedure non sempre lo sono. Questo crea problemi di reperimento delle competenze, anche in funzione della costante crescita dell’organico.

In questo senso sono centrali le soft skill: stile di leadership basato sulla delega, gestione del network e dei relativi rischi, mindfulness digitale, leadership accountability che deriva dalla formazione. L’innovazione digitale nasce dalla consapevolezza del dato, dalla sua condivisione, ma anche dalla sua sicurezza e soprattutto dalla sua interculturalità. Nel modello Leonardo la funzione HR è al servizio del business e la valutazione delle soft skills è semestrale, mentre con la Academy si cerca di creare una lifelong learning attitude.

Pierangelo Albini, direttore Area Lavoro e Welfare di Confindustria, ha sostenuto come l’innovazione digitale abbia ancora uno scenario indefinito e come sia per la maggior parte endogena alle aziende. La visione del fenomeno non può prescindere dal modello di Welfare State europeo. In Italia il mercato del lavoro è stato da sempre gestito dalle Parti Sociali, ma oggi ci sono molte interferenze esterne da parte della politica che tenta di “risolvere sempre tutto con una legge”. Tiziana Bocchi, della Segreteria Generale della Uil, ha sottolineato come comunque al centro del processo dell’innovazione debba esserci la persona e la produttività non possa essere l’unico scopo dell’impresa.

La PA: work in progress con fatica

Secondo Marco Bellezza, Consigliere per l’Innovazione e la Telecomunicazione del Ministero per lo Sviluppo Economico, l’Unione Europea è indietro in termini di tecnologia e di risorse investite, anche se si può porre al centro di un nuovo “Umanesimo Digitale”. Certamente non è facile far capire alle Pubbliche Amministrazioni l’importanza dell’innovazione digitale.

Salvatore Pirrone, direttore di Anpal, considera le competenze al centro delle politiche dell’Agenzia. I punti principali su cui sta lavorando Anpal sono dei sistemi di formazione basati su una domanda-offerta consapevole. Questo in uno scenario caratterizzato da un notevole mismatch di competenze richieste dalle imprese e profili dei disoccupati. Ragionare sulle Politiche Attive del Lavoro richiede un riordino della governance tramite la Conferenza Stato Regioni. La legge sul Reddito di Cittadinanza ha potenziato gli strumenti economici e organizzativi per le Politiche Attive ed esiste ora un collegamento anche informatico di Anpal con le PA Locali per un sistema unico nazionale.

Restano aperti molti capitoli importanti: il fascicolo formativo del lavoratore, il sistema informativo unico tra PA centrale e Regioni, il miglioramento della qualità dei dati per il collocamento e per l’orientamento, l’introduzione di intelligenza artificiale per il matching tra lavoratori e posti di lavoro, i trasferimenti di risorse per la formazione su base premiale, sia per le Regioni che per i Fondi Interprofessionali.

La politica: provare a guardare lontano

Marianna Madia del PD ha sottolineato che il nuovo mondo digitale riserva anche grandi rischi e non solo grandi opportunità. Lo sfruttamento della manodopera può sfuggire ai dati ufficiali. Molte delle previsioni non sono state rispettate, in particolare in Italia, dove la frammentazione del mercato del lavoro è notevole. Le proposte sono: investimenti volti alla pubblicizzazione dei dati in Italia e Ue, investimenti sull’intelligenza artificiale, sviluppo di infrastrutture (banda larga), protezione sociale anche tramite gli strumenti Ue per il reddito minimo, formazione professionale come politica contro la povertà.

Alessandro Amitrano del M5S ha riportato come un italiano su 4 non usa il Pc, compresi i giovani. Qui è fallita la formazione obbligatoria di tipo “fordista” causa prima del mismatch digitale. Resta poi bassa la percentuale di Pil (1,3%) dedicata alla ricerca. Federico Mollicone di FdI parte dai rider come esempio del nuovi mestieri nati dalla digitalizzazione, dove l’evoluzione non è neutrale. C’è quindi bisogno di un nuovo contratto sociale tra uomo e macchina.

Dal punto di vista politico, le competenze sulle politiche del lavoro sono eccessivamente frammentate tra troppe commissioni parlamentari. C’è inoltre la necessità di una “sovranità digitale” che eviti di lasciare agli stranieri tutte le infrastrutture tecnologiche.

Pisano: proviamo, sbagliamo, ma facciamo

Il Ministro dell’Innovazione Paola Pisano ha indicato nel “fare” l’unica soluzione, anche provando e sbagliando. Molto importante è la formazione digitale delle nuove generazioni e quindi l’introduzione a scuola di programmazione, robotica e realtà virtuale è fondamentale.

Sono inoltre da sviluppare nuovi modelli di lavoro, come lo smart working, anche per l’ambiente, ma servono le infrastrutture. È importante anche facilitare l’esperienza dei giovani all’estero per imparare nuovi modelli di business.

Molti sono i problemi etici che nascono dall’innovazione; per questo al Ministero ci sono anche esperti di questo settore, che studiano, ad esempio, la trasparenza degli algoritmi applicati alle risorse umane e in generale l’equilibrio tra etica e imprenditoria digitale.

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