di Virna Bottarelli |
Susanna Camusso si occupa di lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori dagli anni Settanta. Lo ha fatto da sindacalista prima e lo fa da politica oggi, in Senato, dai banchi dell’opposizione.
“Gli anni Settanta si aprirono con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, che rappresentò contemporaneamente un’applicazione concreta dei principi della Costituzione e l’assunzione, da parte del legislatore, della responsabilità di estendere a tutte e a tutti le conquiste ottenute attraverso la contrattazione collettiva. Una scelta che riconosceva il valore della contrattazione collettiva come strumento essenziale per migliorare le condizioni di lavoro”, dice a proposito del decennio passato alla storia come quello della mobilitazione sociale e dell’affermarsi di una coscienza civile e sindacale.
Sottolineando come la contrattazione collettiva sia “un principio che continua a rappresentare per me un riferimento imprescindibile e che rende ancora più evidente la distanza dalle scelte dell’attuale Governo”. Secondo Susanna Camusso, l’esecutivo in carica “ignora il confronto con le parti sociali e interviene sul mercato del lavoro con provvedimenti, come il decreto Primo Maggio, che rischiano di indebolire la contrattazione collettiva invece di sostenerla”. In questa intervista, il suo sguardo autorevole su lavoro, occupazione, formazione e politiche attive.
Dal 2010 al 2019 è stata Segretaria generale della Cgil: quali erano le problematiche del lavoro in quegli anni, come sono state affrontate e con quali esiti?
La seconda decade degli anni Duemila è stata segnata da una lunga sequenza di crisi economiche, dalla crisi finanziaria alla recessione. Ma anche da interventi che, pur promossi da governi molto diversi tra loro, hanno attaccato il diritto del lavoro. Si è arrivati, ad esempio, a introdurre principi fino ad allora estranei al nostro ordinamento e alla nostra giurisprudenza, come la possibilità di derogare in peggio, attraverso la contrattazione di secondo livello, in un percorso che ha poi trovato il suo approdo nel Jobs Act.
Queste scelte si inserivano in una stagione europea e nazionale caratterizzata da politiche economiche pro-cicliche che, invece di contrastare gli effetti della crisi economica, hanno finito per aggravare le condizioni di chi lavorava. Alimentando precarietà e lavoro povero. Nonostante queste scelte, sono stati anche anni di forte e ampia mobilitazione, durante i quali abbiamo costruito accordi interconfederali e rinnovi dei contratti nazionali. Riuscendo almeno in parte a contenere gli impatti negativi di quelle politiche.
Con la campagna referendaria promossa dalla Cgil e con la proposta di legge sul nuovo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici ottenemmo risultati importanti: l’abolizione dei voucher e il rafforzamento della responsabilità solidale negli appalti, poi recepita dal Parlamento. È necessario ricordarlo oggi, perché molte di quelle conquiste sono state successivamente smantellate o ridimensionate dagli interventi dell’attuale Governo.
In un panorama lavorativo frammentato come quello attuale, quale pensa debbano essere le priorità del sindacato?
Le priorità del sindacato restano quelle di sempre: i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, i salari, la qualità delle condizioni di lavoro. In sintesi, la contrattazione e l’organizzazione collettiva. Tuttavia, i processi di industrializzazione, la frammentazione del sistema produttivo, la digitalizzazione e la diffusione delle nuove piattaforme impongono nuove sfide. Per affrontarle servono una forte iniziativa di sindacalizzazione e una maggiore attenzione verso le nuove e crescenti forme di marginalità: il lavoro povero, i vecchi e nuovi caporalati, la precarietà e le professioni emergenti. Il sindacato deve saper guardare là dove il lavoro cambia, evitando la tentazione di limitarsi a rappresentare ciò che è già organizzato e conosciuto.
È vicepresidente della Commissione di inchiesta su condizioni di lavoro, sfruttamento e sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono stati fatti molti passi in avanti, ma è indubbio che ci siano ancora lavoratori e lavoratrici che operano in condizioni tutt’altro che sicure e salubri. Come far emergere queste situazioni e porvi rimedio?
La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro si è impegnata, innanzitutto, nella costruzione di un metodo di lavoro condiviso. In questa direzione abbiamo elaborato, insieme alle parti sociali e alle amministrazioni competenti, un decalogo di principi e di azioni affinché questi temi siano affrontati in modo continuativo, coordinato e adeguatamente monitorato. Parallelamente, abbiamo avviato una collaborazione con il Politecnico di Milano per approfondire il contributo che le nuove tecnologie possono offrire alla prevenzione degli infortuni e al miglioramento della sicurezza sul lavoro.
L’obiettivo è individuare strumenti e soluzioni che intervengano sulle cause strutturali degli incidenti, anziché limitarsi a gestirne le conseguenze. Da alcuni mesi, inoltre, la Commissione ha avviato un filone di lavoro specifico sul caporalato. Il quale, come purtroppo confermano quotidianamente le cronache, continua a rappresentare una componente strutturale di ampi settori del mercato del lavoro e richiede un salto di qualità nell’iniziativa di contrasto.
Il Governo attuale rivendica risultati positivi sul fronte dell’occupazione, ma lei non manca di fare luce su ciò che, invece, ancora non funziona. Quali sono a suo avviso le principali questioni?
La propaganda governativa si ferma al dato finale e ne celebra il risultato, ma evita di analizzarne la qualità e la composizione. Non mi stancherò di ripeterlo: il numero finale assoluto sull’aumento dell’occupazione è certamente un dato positivo, ma se non si traduce in maggiore stabilità, migliori condizioni di lavoro e maggiori opportunità per le nuove generazioni, rischia di essere solo un modo per nascondere i problemi sotto il tappeto.
Il primo di questi problemi è la persistenza del lavoro povero e delle disuguaglianze tra uomini e donne. Basta guardare al fenomeno del part-time involontario, che continua a colpire soprattutto le lavoratrici, comprimendone salari, autonomia economica e prospettive professionali. Anche il fatto che la crescita dell’occupazione a tempo indeterminato sia concentrata prevalentemente nella fascia degli over 55 merita una riflessione più approfondita. È certamente una buona notizia, ma è anche il riflesso dell’innalzamento dell’età pensionabile e della continua emigrazione di tanti giovani.
Molti lasciano il nostro Paese perché intrappolati in lavori precari, sottopagati e privi di reali prospettive di crescita. In questo contesto, ampliare le possibilità di ricorso ai contratti a termine e alla somministrazione non è stata una scelta né utile né lungimirante. Per costruire il futuro occorre invece investire nella stabilità del lavoro, nella qualità dell’occupazione e nella valorizzazione delle competenze delle nuove generazioni.
In una società anziana e in calo demografico, come si gestisce il problema della sostenibilità del sistema previdenziale?
La domanda più corretta sarebbe come si garantisce la sostenibilità complessiva del sistema Paese. È già evidente la carenza di manodopera in molti settori produttivi e nei prossimi anni questa difficoltà riguarderà sempre più anche il lavoro domestico e di cura. L’Italia è un Paese che continua a perdere giovani, spesso costretti a emigrare all’estero per cercare opportunità di lavoro e prospettive di vita migliori, e che al tempo stesso non riesce a costruire, anche a causa dell’opposizione delle destre, un sistema regolato di ingressi.
È questo il vero nodo strutturale, che si intreccia anche con il fenomeno del lavoro sommerso, nero e grigio, che continua a coinvolgere circa tre milioni di lavoratrici e lavoratori. Anche per questo il dibattito sulle pensioni non può essere ridotto al solo contenimento della spesa. Le riforme degli ultimi decenni hanno spesso trascurato la qualità dell’occupazione e le profonde differenze che attraversano il mercato del lavoro. A partire da quelle che continuano a penalizzare le donne.
Un sistema previdenziale non può essere sostenibile se si fonda su carriere precarie, discontinue e caratterizzate da basse retribuzioni. Le nuove generazioni stanno pagando il prezzo di questa condizione e rischiano di pagarlo ancora di più in futuro. Per questo non basta richiamarsi alla natalità né affidarsi a bonus per madri con tre figli. Quando la politica si limita a questo, prevale l’ideologia, a discapito del futuro che ha bisogno di più lavoratori e lavoratrici e di riforme socialmente giuste.
In occasione del suo intervento in un panel al Festival del Lavoro 2026, ha affermato che la flessibilità, così come è stata concepita, non ha dato buoni frutti. Esiste una “flessibilità buona”?
Come spesso accade, si usano parole positive per giustificare scelte discutibili. È il caso della “flessibilità”, che per molte lavoratrici e molti lavoratori è diventata sinonimo di precarietà. E una precarietà “buona” semplicemente non esiste. Per questo penso che la vera frontiera della qualità del lavoro è un’altra: formazione, valorizzazione delle competenze e maggiore autonomia nell’organizzazione del lavoro. Ma questa prospettiva si scontra spesso con la tendenza a conservare gerarchie rigide e a non investire sulle persone.
Anche il dibattito sull’Intelligenza Artificiale lo dimostra. Si parla molto di lavori che potrebbero scomparire e troppo poco di come la tecnologia possa migliorare l’organizzazione del lavoro e il rapporto tra persone e innovazione. Lo stesso è accaduto con il lavoro a distanza: invece di coglierne le potenzialità, si è spesso preferito considerare la tecnologia come strumento di sostituzione o controllo, anziché come opportunità per migliorare la qualità del lavoro.
In un intervento in Senato ha detto “siamo immersi in una grande transizione che è quella digitale, ma in realtà non abbiamo alcuna idea di che cosa quel cambiamento determini sulle menti delle persone”. Qual è il rischio più grande del lavoro ai tempi della “connessione permanente”?
Altre, ben più autorevoli, voci stanno mettendo in guardia dai rischi di un utilizzo dell’Intelligenza Artificiale privo di regole. L’AI deve essere considerata uno strumento e, come tale, richiede obiettivi, limiti e responsabilità definiti dagli esseri umani. Non possiamo delegare alle tecnologie decisioni che incidono sulla vita delle persone senza sapere come vengono assunte e quali criteri le guidano. Per questo è indispensabile garantire la trasparenza degli algoritmi: riguarda la libertà delle persone, la qualità della democrazia e la tutela del lavoro.
L’Intelligenza Artificiale sta già trasformando i processi produttivi e l’organizzazione del lavoro. Alcune professioni cambieranno profondamente, altre scompariranno e nuove ne nasceranno. Di fronte a questi cambiamenti sono necessarie due scelte fondamentali. La prima è investire nella formazione permanente delle lavoratrici e dei lavoratori, affinché possano comprendere e utilizzare consapevolmente le nuove tecnologie. La seconda è rafforzare la contrattazione: gli algoritmi non possono essere una zona franca sottratta ai diritti e alla rappresentanza. È necessario contrattarne l’utilizzo e gli effetti su tempi, orari, mansioni e condizioni di lavoro. Infine, si apre una questione più ampia che riguarda la redistribuzione dei profitti e dei benefici derivanti dall’innovazione. Ogni grande rivoluzione tecnologica ha modificato l’organizzazione del lavoro, e la sfida è fare in modo che i vantaggi prodotti dall’Intelligenza Artificiale si traducano in maggiore benessere e migliori condizioni per chi lavora.
Tra gli obiettivi del Pnrr c’era ridurre gli squilibri territoriali e sociali del Paese: pensa che sia stato raggiunto o che, comunque, ci si sia messi nella giusta direzione?
Purtroppo, no. In questi anni il Governo di destra ha avuto a disposizione risorse importanti, superiori a quelle di qualunque altro esecutivo del passato recente. Sono quelle risorse che hanno permesso di evitare una fase recessiva, ma che non sono state utilizzate per affrontare in modo strutturale le disuguaglianze sociali e i divari territoriali che caratterizzano il Paese. Basti pensare all’applicazione solo marginale della clausola pensata per favorire l’assunzione di donne e giovani.
I risultati parlano da soli:
- l’occupazione femminile, in particolare nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, è diminuita;
- si sono registrati tagli agli asili nido;
- è stata introdotta la riduzione a quattro anni degli istituti professionali;
- persistono profonde differenze infrastrutturali tra Nord e Sud e difficoltà nelle aree interne;
- gli uffici pubblici, compresi gli Uffici per il processo, continuano a soffrire di carenze di organico;
- restano forti disuguaglianze territoriali nell’accesso alle Case della comunità.
Certo, i soldi sono stati spesi, ma i continui cambiamenti della governance e delle priorità introdotti dal Governo Meloni hanno progressivamente indebolito l’impianto riformatore originario.
L’anno prossimo si dovrebbe chiudere la XIX legislatura. Pensa di proseguire con l’impegno politico o continuerà a interessarsi di diritti e lavoro in qualità di “privata cittadina”?
Stare dalla parte dei lavoratori e delle lavoratrici, dei diritti e della giustizia è un impegno politico che vale in ogni luogo e in ogni ruolo, e certo continuerò ad impegnarmi.
Chi è Susanna CamussoNata a Milano il 14 agosto del 1955, negli anni Settanta inizia a impegnarsi nel movimento sindacale. Dopo essere stata segretaria regionale della Flai, il sindacato del settore agro-industria della Cgil. Nel 2001 viene eletta segretaria generale del sindacato per la Lombardia e nel 2008 entra nella Segreteria Confederale nazionale. L’8 giugno 2010 viene eletta vicesegretaria generale vicaria e nel novembre dello stesso anno, con il 79% delle preferenze, è eletta segretaria generale, carica che mantiene fino al 2019. Dal 2022 siede in Senato nel Gruppo del Partito Democratico ed è vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e la sicurezza dei luoghi di lavoro. Membro di diverse commissioni: X Commissione permanente su Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale; Commissione straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani; Commissione per il controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale. Fa anche parte della Delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa. |

















