di Laura Reggiani |
Il Workmonitor 2026 di Randstad fotografa un mercato del lavoro in piena trasformazione, dove gli equilibri tra talenti e organizzazioni cambiano sotto la pressione dell’innovazione tecnologica, delle tensioni economiche globali e delle aspettative sempre più articolate dei lavoratori.
Dall’indagine, condotta su oltre 27.000 talenti e su più di 1.200 datori di lavoro in 35 Paesi, emerge chiaramente una verità. Siamo entrati nell’era del “Great Workforce Adaptation”, un adattamento reciproco tra persone e aziende che appare necessario per sostenere competitività, benessere e fiducia.
AI, tra accelerazione aziendale e talenti scettici
Negli ultimi dodici mesi il 63% dei datori di lavoro ha investito nell’Intelligenza Artificiale, mentre quasi sei lavoratori su dieci dichiarano che le organizzazioni incoraggiano l’utilizzo degli strumenti basati su AI. Nonostante ciò, quasi la metà dei professionisti (47%) è convinta che i benefici dell’AI andranno soprattutto alle aziende. E un lavoratore su cinque ritiene che questa tecnologia non avrà alcun impatto concreto sul proprio ruolo.
Il risultato è un evidente “divario di realtà sull’AI”: da una parte le imprese spingono verso un’integrazione rapida ed estesa, dall’altra una parte significativa della forza lavoro fatica a comprendere il valore personale dell’automazione. La conseguenza è una vulnerabilità crescente dei talenti, che rischiano di sottovalutare la necessità di aggiornare competenze, ruoli e mentalità.
Per i responsabili HR, il messaggio è chiaro: serve una narrativa diversa, che sposti l’attenzione dalla minaccia all’amplificazione dei ruoli umani. Il successo dell’AI non passerà dalla sostituzione, ma dalla capacità delle persone di diventare “insegnanti umani” della tecnologia, valorizzando pensiero critico, etica, creatività e capacità decisionali.
Manager come architetti della fiducia
In un contesto macroeconomico incerto e multigenerazionale, il rapporto tra talenti e manager diventa l’ancora di stabilità per l’intera organizzazione. Il 72% dei lavoratori afferma di avere un rapporto solido con il proprio responsabile. E il 63% dichiara di sentirsi più legato al manager che all’azienda nel suo complesso.
Questo dato si intreccia con una preoccupante constatazione: la fiducia nella leadership aziendale è in calo, mentre aumenta la domanda di rassicurazione, autenticità e vicinanza. Allo stesso tempo, metà dei talenti utilizza già l’AI per avere consigli professionali al posto del proprio manager. Un segnale che apre nuove sfide di competenza e autorevolezza per la leadership intermedia. Per l’HR, questo significa investire in manager capaci di ascolto, mentoring reciproco, gestione multigenerazionale e comunicazione trasparente. Sono loro, più che mai, i custodi dell’engagement.
Workmonitor 2026: la pressione alimenta la flessibilità
Quattro talenti su dieci dichiarano di avere un secondo lavoro, mentre un terzo ha aumentato o aumenterà il proprio monte ore. Il desiderio di stabilità economica porta molti a costruire una sorta di “portfolio di carriere”, combinando impieghi diversi e percorsi non lineari. Parallelamente, l’autonomia diventa un indicatore chiave della lealtà: il 39% dei lavoratori ha lasciato un impiego che non si adattava alla propria vita privata.
Tuttavia, l’81% dei datori di lavoro continua a non consentire ai dipendenti di definire in autonomia i propri orari, nonostante riconoscano (nel 72% dei casi) che più flessibilità si traduce in maggiore produttività. Ne emerge un mismatch che il mondo HR non può ignorare. La flessibilità non è più un “plus”, ma una condizione di ingaggio.
Carriere non lineari: il modello dinamico
La tradizionale carriera verticale è, secondo il 72% dei datori di lavoro, un concetto ormai superato. E quasi 4 lavoratori su 10 dichiarano di non voler intraprendere un percorso lineare: preferiscono esplorare settori diversi e ruoli differenti, costruendo un bagaglio di esperienze più ricco. Per gli HR significa ripensare i sistemi di valutazione basati sulle competenze più che sulle qualifiche formali. Ripensare i percorsi di crescita non legati solo a promozioni tradizionali, le esperienze interne crossfunzionali e le opportunità di mobilità. La parola chiave cambia e diventa varietà, non più stabilità.
Retribuzione e worklife balance nel Workmonitor 2026
L’81% dei talenti considera la retribuzione il principale fattore di scelta di un nuovo lavoro. Tuttavia, quando si tratta di rimanere, il motore di retention cambia radicalmente: il 46% indica il worklife balance come ragione principale, superando paga e sicurezza del posto (entrambi al 23%). Un segnale inequivocabile: trattenere le persone non significa solo pagarle meglio, ma offrire un ambiente sostenibile e allineato ai loro valori.
Un nuovo contratto psicologico
In sintesi, il Workmonitor 2026 mette in luce tre grandi linee di trasformazione per le aziende.
- Superare il divario di realtà sull’AI, sostenendo lo sviluppo delle competenze e una visione dell’innovazione come strumento di empowerment.
- Colmare il divario di fiducia, puntando su manager preparati, dialogo intergenerazionale e leadership autentica.
- Sostenere l’ascesa delle carriere dinamiche, valorizzando esperienze diversificate, flessibilità e percorsi su misura.
Per i responsabili HR, il messaggio che emerge è chiaro: la crescita organizzativa dipende dall’allineamento con i talenti, non dalla loro adattabilità unilaterale. In questo nuovo paradigma, la vera competitività passa per fiducia, trasparenza e capacità di accogliere l’evoluzione, non di resisterle.
WORKMONITOR 2026: LE TENDENZE CHIAVE PER L’ITALIAIl Randstad Workmonitor 2026 mostra un mercato del lavoro italiano sotto forte pressione, con talenti meno ottimisti rispetto alla media globale.
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