I Fondi e la riqualificazione dei disoccupati

Eugenio Gotti è esperto di politiche attive e vice presidente Ptsclas
Eugenio Gotti è esperto di politiche attive e vice presidente Ptsclas

Eugenio Gotti* |

Il Reddito di cittadinanza è una politica che intende simultaneamente rappresentare una misura per contrastare la povertà e per garantire il diritto al lavoro. Lo strumento, nelle intenzioni del governo, dovrà essere fortemente collegato a percorsi di politica attiva del lavoro.

Tralasciando altri elementi di dibattito intorno al reddito di cittadinanza, è qui da evidenziare la debolezza degli interventi che riguardano il superamento delle cause che hanno determinato lo stato di povertà.

Il superamento della povertà

Come insegna la teoria della povertà di Amartya Sen, la povertà è un effetto, e non la causa, di una carenza di capabilities (capacità di fare e di essere) che spesso si è creata negli anni, non raramente già dall’infanzia. Questi beni capitali sono scuola, famiglia, reti sociali, talenti lavorativi.

Per intervenire strutturalmente sulla povertà ci dovrebbe quindi essere un investimento su questi capitali personali, che richiedono tempo e interventi importanti di coaching, di rimotivazione, di riqualificazione.

In tal senso, l’approccio del reddito di cittadinanza appare velleitario, perché orientato all’immediato inserimento lavorativo, come se ciò potesse avvenire con una pura azione di matching, in assenza di un piano di rafforzamento delle capacità delle persone.

Certo, il reddito di cittadinanza prevede interventi per la riqualificazione, che tuttavia appaiono insufficienti. Da un lato infatti i beneficiari di reddito di cittadinanza potranno fruire dei servizi specialistici di supporto all’inserimento lavorativo – l’Assegno di ricollocazione – che sono centrati esclusivamente su azioni di matching tra domanda e offerta. Dall’altro, i meccanismi previsti dal cosiddetto “Patto per la Formazione”, orientato al reskilling, rischiano di essere inadeguati a far ingaggiare gli Enti di formazione.

Si tratterebbe infatti, da parte degli Enti di formazione di assumersi il rischio di realizzare a proprie spese percorsi formativi che verrebbero rimborsati solo nel caso di assunzione del destinatario a tempo indeterminato, da mantenere per almeno 36 mesi, in un mercato del lavoro volatile, dove i nuovi rapporti di lavoro si realizzano in gran parte con contratti a tempo determinato di breve durata.

Un nuovo ruolo per i Fondi

È invece una novità l’apertura del “Patto di Formazione” ai Fondi Interprofessionali, che potranno attivare alcune linee di finanziamento orientate alla riqualificazione con meccanismi più sostenibili. È prevedibile che in una prima fase i Fondi potranno dedicare risorse minime a tali interventi, ma non è da sottovalutare la novità legislativa che apre la possibilità per i Fondi di interventi rivolti non solo alla formazione continua dei lavoratori, ma anche alla riqualificazione di persone in cerca di occupazione.

È questo un passaggio concreto per riconoscere i Fondi quali soggetti protagonisti delle politiche attive del lavoro, potendo contribuire alla riqualificazione di quella fascia di popolazione che ambisce a reinserirsi nel mercato del lavoro, ma non ha le competenze adatte per farlo efficacemente.

Si tratta, in tal senso, di creare sinergia tra le diverse linee di policy attivate da Anpal e le Regioni, come ha già fatto Regione Lombardia che ha recentemente previsto, nell’ambito del suo sistema “Dote Lavoro”, un finanziamento per la riqualificazione dei beneficiari di Reddito di Cittadinanza, che andrà a creare sinergia con il previsto Assegno di Ricollocazione di livello nazionale. Certamente, per essere messi nella condizione di poter svolgere questo ulteriore ruolo di interesse generale, i Fondi dovranno poter contare pienamente almeno sul gettito delle risorse versate dalle imprese aderenti.


* Eugenio Gotti è esperto di politiche attive e vice presidente Ptsclas

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