Chi ha paura della rivoluzione tecnologica?

Anche se non causerà gravi danni all’occupazione, la quarta rivoluzione industriale costringerà a un cambiamento importante nella maggior parte delle professioni

di Francesca Praga |

Adattarsi ai cambiamenti tecnologici o morire professionalmente. Per poter percorrere una strada nel mercato del lavoro, pare non ci sia alternativa al riciclarsi in quella che è già stata definita come “quarta rivoluzione industriale”: una trasformazione senza precedenti, che si sta verificando a una velocità vertiginosa. Secondo uno studio del World Economic Forum il 65% dei bambini che oggi vanno a scuola, una volta diplomati o laureati, svolgeranno lavori che oggi ancora non esistono, ma che possiamo provare a immaginare. Se da una parte questi dati ci incoraggiano, dall’altra ci spaventano: parlare di Internet, della robotizzazione, dell’intelligenza artificiale o dei Big Data scatena allarmismo anche nei confronti della (prossima) sparizione di numerosi posti di lavoro.

Tuttavia, gli esperti ritengono che l’allarmismo sia inutile: la rivoluzione tecnologica non causerà gravi danni all’occupazione – dicono – ma costringerà a un cambiamento nella maggior parte delle professioni, alla ridefinizione dei posti di lavoro e dei processi aziendali, alla necessità di acquisire nuove e diverse competenze. Secondo il forum di Davos, entro il 2020 si prevede la perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, la maggior parte nei ruoli amministrativi. Contemporaneamente però ci sarà anche un incremento fino a 2 milioni di nuove professionalità nel settore delle tecnologie, della matematica e dell’ingegneria. Tra i posti perduti e quelli guadagnati, resta – ahimè -un “buco” di 5,1 milioni di posti di lavoro.

I nuovi profili per il digitale

“L’automazione porterà alla creazione di nuovi posti di lavoro legati al mondo digitale e alle nuove tecnologie: è ciò che già conosciamo come economia creativa. Le nuove professioni su Internet creano circa 100.000 nuovi posti di lavoro ogni anno. D’altra parte, negli ultimi anni abbiamo visto anche la nascita di nuovi modelli di business e di start-up che hanno bisogno di quel tipo di competenze per il loro business”, afferma il futurista Rohit Talwar, autore di “The Future of Business”. Va inoltre riconosciuto il fatto che l’incorporazione di macchine e robot nel quotidiano “ha già influenzato molti lavori e nei prossimi anni causeranno la scomparsa di molti altri”.

Lo sviluppatore di applicazioni, lo specialista nel posizionamento Web, l’esperto di comunicazione digitale: sono solo alcuni dei nuovi profili che avranno una grande richiesta a breve termine. Tra tutti pare che lo specialista in Big Data sia il più richiesto dalle aziende, secondo un’indagine svolta dall’Istat dal titolo “L’impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale”. “Le professioni che si affacciano hanno a che fare con l’analisi dei dati, con statistiche e matematica. Sono necessari esperti che sappiano gestire tutto il volume di Big Data accumulato dal Cloud. Ogni azienda ha grandi quantità di dati dai suoi clienti e utenti: occorre sapere come trarre vantaggio da questi dati per fornire un servizio migliore”, spiega Francisco Ruiz Antón, direttore delle politiche pubbliche e relazioni istituzionali di Google Spagna e Portogallo. Ci sono molti campi da coprire. Anche la sicurezza informatica è un settore in crescita, sottolinea uno studio di Adecco: “I responsabili della sicurezza nel Cloud sono più che necessari”, afferma Rohit Talwar. “E pure esperti in internet mobile (non a caso Google ha annunciato che se un sito non è ottimizzato per essere visualizzato anche da mobile verrà penalizzato); e ancora: sviluppatori di sistemi, di applicazioni mobili, analisti di sistemi; esperti in stampanti 3D, in robotica e intelligenza artificiale”.

I lavori che spariranno

Ma anche la quarta rivoluzione industriale ha il suo lato amaro, visto che saranno milioni i posti di lavoro che andranno pian piano sparendo. La crisi in particolare colpirà di più quelli relativi alle attività amministrative e di ufficio, la produzione, linee di assemblaggio. A confermare i dati raccolti nel Forum Economico Mondiale di Davos, un altro studio, condotto dall’Università di Oxford, stima che 700 professioni saranno estinte entro i prossimi 20 anni.

Chi resterà a spasso? “Se una posizione può essere sostituita da una macchina, sarà fatto”, afferma Andrea Ciancaglioni, professore alla Università Telematica E-Campus. “I lavori che non potranno mai essere sostituiti con le macchine sono quelli basati sull’immaginazione e sull’affetto umano. Quindi il futuro sarà per coloro che possono immaginare nuove macchine e applicazioni, professioni legate all’arte, alla cultura, alla salute e alla cura delle persone”. “Il mercato tecnologico richiede più profili multidisciplinari, professionisti con curricula variegati, in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, sia attraverso l’istruzione universitaria che tramite esperienze più tecniche” afferma Rohit Talwar. D’ora in poi, questa quarta rivoluzione industriale sarà rivolta a lavoratori altamente qualificati, con grande capacità di adattamento, flessibilità e apprendimento continuo. Quelli con scarsa formazione avranno vita difficile.

Il deficit di talento

La richiesta di elevata qualifica e di nuove abilità porta a un altro fenomeno, che si sta già verificando nel presente: c’è un deficit di talento. Randstad, una delle principali agenzie per il lavoro internazionali, ha avvertito che l’Italia sarà uno dei paesi europei con il più grande divario tra la formazione professionale e le esigenze delle imprese. È pari a un intero punto percentuale la previsione di mancanza di profili professionali nell’ambito Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

La domanda di questi lavoratori aumenterà in Europa del 14% entro la fine del decennio, mentre nel nostro Paese ci si aspetta che nel 2020 ci saranno solamente 1,9 milioni di professionisti altamente qualificati. Una situazione che coinciderà (di nuovo) con alti tassi di disoccupazione in profili con bassa formazione accademica. “Si stima che in tutta Europa, la richiesta di questi profili si assesterà intorno al 10% del totale delle richieste annue. In questo momento è in corso un adeguamento delle competenze da parte di molti lavoratori ma questo non sembra coincidere con la reale richiesta e si sta già iniziando a percepire in tutto il Vecchio Continente”, afferma il direttore di Randstad.

Né il sistema educativo è in sintonia con la domanda delle aziende. “Le società vogliono professionisti con conoscenze che la formazione regolamentata non offre, perché non si evolve così rapidamente”, afferma il direttore di Adecco, agenzia per il lavoro. Inoltre, la rivoluzione tecnologica si sviluppa in modo accelerato, il che richiede una formazione permanente e un rinnovamento costante. L’ultima relazione Adecco ha concluso che due società su tre riconoscono di avere incontrato serie difficoltà nel coprire alcune posizioni vacanti durante l’ultimo anno. I motivi principali? Mancanza di capacità tecniche (50%), mancanza di esperienza (38,9%) e aspettative salariali troppo elevate (38,9%).

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