Il limbo del lavoro giovane

Tra skill mismatch, Neet e percorsi d’ingresso sempre più lunghi, i numeri dell’occupazione migliorano ma la stabilità economica per le nuove generazioni resta rinviata. Contratti, qualità delle opportunità e incentivi alle assunzioni: dove si inceppa il passaggio dalla formazione a un futuro solido e quali leve possono accorciare la distanza

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Tra skill mismatch, Neet e ingresso sempre più lungo, i numeri dell’occupazione migliorano ma la stabilità economica dei giovani no

di Luigi Beccaria |

L’attuale rapporto tra giovani e lavoro sembra essere caratterizzato da una contraddizione.

Da un lato, il mercato innalza costantemente il livello di formazione richiesto, lamentando, al contempo, una crescente difficoltà nel reperimento di personale adeguatamente qualificato. Dall’altro, però, l’accesso a una effettiva stabilità economica sembra sempre più dilazionato nel tempo. Mentre la fascia giovanile denuncia diffuse condizioni di precarietà occupazionale e livelli retributivi non commisurati alle aspettative e alle competenze espresse. Questo disallineamento tra competenze acquisite e competenze richieste è definito skill mismatch. E in Italia è aggravato da un’alta percentuale di Neet (Not in Education, Employment, or Training).

Secondo Eurostat sono circa 1,3 milioni i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. E dalla perdurante mancanza di un dialogo efficace tra il sistema scolastico/universitario e il tessuto produttivo. Se riducessimo il dibattito a una dicotomia semplificatoria netta tra giovani “eccessivamente esigenti” e imprese “eccessivamente rigide”, adotteremmo una chiave di lettura riduttiva di una realtà che si presenta, al contrario, complessa. Più realisticamente e, verrebbe da dire, aristotelicamente, la questione sembra collocarsi in una zona intermedia. Dove si intrecciano profonde trasformazioni del mercato del lavoro e cambiamenti significativi delle aspettative e delle esigenze generazionali.

Occupazione in miglioramento, non il lavoro giovane

I dati forniti da Istat restituiscono un quadro articolato dell’attuale situazione occupazionale italiana. Nel marzo 2026 il tasso generale di disoccupazione è sceso al 5,2%, mentre il tasso di occupazione ha mantenuto una sostanziale stabilità al 62,4%. Un dato che, almeno dal punto di vista numerico, rimanda a una fase complessivamente positiva del mercato del lavoro italiano. Nondimeno, la disoccupazione giovanile nella fascia 15–24 anni continua a collocarsi su livelli sensibilmente più elevati rispetto alla media generale, raggiungendo il 18,1%. Questo valore evidenzia come le difficoltà di accesso e consolidamento della posizione gravino prevalentemente sulle nuove generazioni e sul lavoro giovane.

La risultanza statistica, se considerata isolatamente, rischierebbe di offrire una rappresentazione fuorviante del fenomeno. In realtà, la questione occupazionale giovanile sembra spostarsi progressivamente su un piano diverso. Che riguarda sempre meno la mera disponibilità di posti di lavoro in senso stretto (o, quantomeno, non più principalmente) e sempre più la qualità delle opportunità offerte. La continuità dei percorsi professionali e la loro idoneità a garantire una prospettiva di stabilità economica.

In altri termini, la precarietà ormai appare essere diventata una modalità strutturalmente ricorrente dell’esperienza lavorativa giovanile contemporanea, più che una fase transitoria dell’ingresso nel mercato del lavoro. Non sorprende, dunque, che il tradizionale “percorso lineare” delle generazioni precedenti – periodo di studio tendenzialmente più essenziale, ingresso generalmente rapido nel lavoro stabile, progressiva acquisizione di autonomia economica e costruzione di un progetto familiare – lasci il posto a itinerari decisamente più lunghi e discontinui. Dove percorsi formativi, esperienze professionalizzanti, tirocini e rapporti di lavoro a termine si sovrappongono. Contribuendo ad allungare quella fase intermedia sospesa tra il completamento del percorso formativo e il pieno inserimento nel mondo del lavoro.

Dal “limbo” dei contratti d’ingresso alla stabilizzazione

In questo quadro di progressiva dilatazione della “fase intermedia” – quasi un moderno limbo dantesco – tra formazione e lavoro stabile, assume particolare rilievo l’analisi delle principali tipologie contrattuali previste dall’ordinamento italiano per i giovani che si affacciano al mercato del lavoro. L’orientamento pratico e l’inserimento nell’ambiente lavorativo avvengono in prima battuta generalmente attraverso i tirocini formativi e gli stage. Questi non costituiscono un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, ma sono un’esperienza formativa disciplinata prevalentemente dalle normative regionali e dalle linee guida condivise tra Stato e Regioni.

Un’altra forma frequentemente utilizzata è il contratto di apprendistato, che può essere attivato sia come prosecuzione dello stage sia in modo del tutto autonomo. La sua funzione è favorire un ingresso graduale nel mondo del lavoro attraverso un percorso nel quale attività lavorativa e formazione professionale tendono a integrarsi reciprocamente. L’apprendistato, qui connotato da finalità formativa, è da intendersi come un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Inoltre, è molto frequente il contratto a tempo determinato, utilizzato come modalità di primo ingresso nel mercato del lavoro giovanile (e spesso usato come “prova lunga”).

Gli strumenti per favorire la stabilizzazione del lavoro giovane

In sé considerate, queste tipologie contrattuali sono compatibili con un percorso di progressiva stabilizzazione occupazionale. Problematiche emergono quando cessano di rappresentare una fase temporanea di transizione e finiscono per protrarsi ben oltre il momento iniziale dell’esperienza lavorativa. In questo scenario, un ruolo chiave è svolto dagli esoneri contributivi totali under 35 e dalla super deduzione fiscale del 120%, incentivi strutturati per agevolare le stabilizzazioni aziendali. Si tratta di leve economiche concrete che permettono di orientare le imprese verso investimenti occupazionali di lungo periodo, trasformando il costo del lavoro in un’opportunità di crescita strutturale. Tuttavia, tali incentivi sono caratterizzati da numerose difficoltà interpretative e talvolta sono oggetto di richiesta di ripetizione da parte degli enti. Senz’altro è auspicabile una maggiore chiarezza normativa sul punto, fermo restando il ruolo di guida assunto dai professionisti.

Conoscere e accompagnare la trasformazione

Il quadro attuale del lavoro giovanile restituisce, in definitiva, l’immagine di una realtà indubbiamente più complessa rispetto a quella che aveva caratterizzato le generazioni precedenti. Ciò nonostante, sarebbe riduttivo leggere tale trasformazione esclusivamente in termini negativi. Le nuove generazioni si confrontano oggi con un mercato del lavoro certamente più instabile, ma anche caratterizzato da nuove professioni e tecnologie, maggiore mobilità e competenze sempre più dinamiche. La sfida, oggi, è accompagnare questa trasformazione senza subirla. La questione non si esaurisce con l’aumento quantitativo dell’occupazione, ma si snoda nella capacità di strutturare percorsi di stabilità capaci di valorizzare le nuove trasformazioni generazionali.

Il tema del lavoro giovanile non riguarda soltanto l’occupazione in senso stretto, ma il modo in cui una società immagina il proprio futuro.

Avvocato Luigi BeccariaChi è Luigi Beccaria

Laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, Luigi Antonio Beccaria svolge attività di avvocato con specializzazione in diritto del lavoro e anche la professione di consulente del lavoro. Dal 2013 opera come docente esterno presso l’Università degli Studi di Milano, svolgendo in particolare attività seminariale e corsi monografici. Dal 2023 è collaboratore de Il Sole 24 Ore per cui scrive settimanalmente su “Guida al Lavoro”. Ha pubblicato più di 150 contributi di natura sia divulgativa sia accademica presso vari editori ed effettuato attività convegnistica per numerose società del settore. Svolge attività di consulenza e docenza per primarie società e gruppi, nazionali e internazionali.

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