Il lavoro reale oltre gli slogan

L’ultimo rapporto del Cnel restituisce un mercato del lavoro più stabile e regolato di quanto racconti il dibattito pubblico, ma segnala nodi strutturali su salari, competenze e governance dei dati

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Il mercato del lavoro appare oggi meno fragile e più strutturato di quanto una parte del dibattito pubblico continui a sostenere

di Laura Reggiani |

Il mercato del lavoro italiano appare oggi meno fragile e più strutturato di quanto una parte del dibattito politico e mediatico continui a sostenere.

È questa la tesi di fondo che attraversa il XXVII Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva approvato dal Cnel, un documento che ambisce a rimettere al centro dell’analisi pubblica i dati, riducendo la distanza tra narrazione e realtà empirica. Il Rapporto non si limita a fotografare l’andamento dell’occupazione, ma propone una lettura sistemica delle trasformazioni in atto: qualità dei rapporti di lavoro, funzionamento della contrattazione collettiva, dinamiche salariali, fabbisogni professionali e criticità informative che ancora ostacolano politiche basate su evidenze condivise.

Occupazione: crescita moderata, ma composizione solida

Nel quarto trimestre del 2025 gli occupati raggiungono 24,1 milioni, con un incremento dello 0,4% rispetto all’anno precedente. Il dato, di per sé contenuto, assume rilievo se letto nella sua composizione interna. Crescono i dipendenti a tempo indeterminato (+1%) e gli indipendenti (+3%), mentre cala in modo significativo il lavoro a termine (-8,6%). Il Rapporto parla esplicitamente di una occupazione “sempre più stabile”, segnalando una transizione strutturale che riduce la componente temporanea. È un elemento che smentisce l’idea di un mercato del lavoro fondato prevalentemente su rapporti fragili e intermittenti e che apre interrogativi sulle reali priorità delle politiche di riforma.

Contrattazione collettiva: pilastro sottovalutato

Uno dei contributi più rilevanti del Rapporto riguarda la contrattazione collettiva nazionale. I dati mostrano una copertura del 99,7% dei lavoratori dipendenti del settore privato, un valore prossimo all’universalità, nonostante l’assenza di una legge sull’efficacia generale dei contratti. Il sistema appare fortemente concentrato: 28 contratti collettivi coprono oltre l’80% dei lavoratori e i contratti con applicazione significativa sono meno di 100. Al contrario, oltre il 70% dei contratti depositati riguarda una platea marginale, inferiore allo 0,5% dei dipendenti. Ne deriva una conclusione netta: la frammentazione contrattuale è in larga parte formale, non sostanziale. Un dato che ridimensiona radicalmente l’uso politico del tema del dumping contrattuale come fenomeno sistemico.

Salari e inflazione: il recupero è incompleto

Nel 2025 i rinnovi contrattuali hanno coinvolto più di quattro milioni di lavoratori. Le retribuzioni contrattuali nel settore privato non agricolo crescono del 3,2%, superando l’inflazione di circa 1,5 punti percentuali. Tuttavia, il Rapporto evidenzia come il recupero del potere d’acquisto resti parziale: a fine 2025 le retribuzioni reali sono ancora inferiori del 7,7% rispetto ai livelli del 2021. Le differenze settoriali sono marcate e penalizzano in particolare i servizi, dove i rinnovi tardivi e la minore diffusione di clausole di salvaguardia hanno amplificato le perdite. La contrattazione collettiva, sottolinea il Rapporto, resta il principale strumento di redistribuzione salariale, ma necessita di meccanismi più efficaci di protezione ex post contro shock inflazionistici.

Demografia, competenze e mismatch

Lo sguardo del Cnel si estende al medio periodo. Le stime sui fabbisogni occupazionali indicano fino a 3,7 milioni di ingressi nel mercato del lavoro entro il 2029, ma oltre l’80% sarà destinato a sostituire lavoratori in uscita. La domanda si concentrerà su profili tecnico-professionali e ad alta qualificazione, mentre continuerà a ridursi quella di lavoratori a bassa scolarizzazione. Il mismatch tra competenze offerte e richieste resta uno dei principali vincoli strutturali, aggravato dalla riduzione demografica della popolazione in età attiva prevista nei prossimi decenni.

Donne, giovani e divari territoriali

Il tasso di occupazione femminile sale al 53,8%, con una crescita significativa tra le donne over 50. Restano però elevati i livelli di inattività, legati soprattutto ai carichi di cura. Sul fronte generazionale, l’occupazione dei giovani tra 15 e 34 anni cala, riflettendo il prolungamento dei percorsi formativi ma anche difficoltà di transizione. Persistono infine forti divari territoriali: nel Mezzogiorno il tasso di occupazione resta di quasi 20 punti inferiore rispetto al Nord.

I dati come infrastruttura pubblica

Nelle valutazioni istituzionali che accompagnano il Rapporto emerge con forza un messaggio politico: senza una base dati condivisa, misurabile e interoperabile, le politiche del lavoro restano parziali e spesso inefficaci. La frammentazione delle fonti informative – tra statistica ufficiale, archivi amministrativi e banche dati contrattuali – limita la capacità di valutare l’impatto reale delle scelte pubbliche. Il lavoro svolto sull’Archivio nazionale dei contratti collettivi viene indicato come un passaggio strategico per garantire trasparenza, comparabilità e accountability del sistema di relazioni industriali.

Gestire il mercato del lavoro oltre la contingenza

Il XXVII Rapporto Cnel consegna alla politica un messaggio chiaro: il mercato del lavoro italiano non è privo di problemi, ma è più ordinato, regolato e resiliente di quanto suggeriscano molte rappresentazioni semplificate. Le vere sfide non stanno nella demolizione della contrattazione collettiva, bensì nel suo rafforzamento, nell’investimento sulle competenze e nella costruzione di una governance dei dati all’altezza delle trasformazioni in corso.

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