di Cesare Damiano |
In un precedente articolo ci siamo occupati di smart working dal punto di vista normativo.
In particolare, della regolazione della tutela della salute e della sicurezza in questa forma di lavoro. Ma sono molti gli aspetti di questo processo di organizzazione del lavoro che meritano una lettura attenta. Tra questi uno di grande rilevanza è il divario di genere. In generale si può dire che, negli ultimi anni, dello smart working si è dato un giudizio mediamente positivo. Esso è visto come portatore di maggiore autonomia, di risparmio di tempo e costi nei trasporti, di un più positivo equilibrio tra vita privata e lavoro.
Quando il “vantaggio domestico” diventa logorìo
In aprile, l’autorevole Journal of Health and Social Behavior ha pubblicato un articolo intitolato “Home Advantage or Hidden Strain? The Mental Health Effects of Working from Home across Gender, Childcare Status, and Occupational Class before and since the Pandemic” (ndr: Beneficio domestico o logorio nascosto? Gli effetti sulla salute mentale del lavoro da casa in base a genere, presenza di figli a carico e classe occupazionale, prima e dopo la pandemia). Nell’articolo, le autrici Constance Beaufils e Heejung Chung presentano una loro ricerca. In sintesi, la risposta alla domanda posta nel titolo dipende, appunto, dal genere, dalla presenza di figli a carico e dalla posizione nella gerarchia occupazionale.
Il titolo sintetizza la complessità di una questione che la retorica del lavoro flessibile tende a semplificare eccessivamente. A definire la solidità metodologica dello studio sono, in primo luogo, la qualità e l’ampiezza del campione. Esso è basato sullo UK Household Longitudinal Study (noto anche come Understanding Society), una delle indagini statistiche e sociologiche su panel di famiglie più grandi al mondo, che si svolge nel Regno Unito. Avviata nel 2009 e gestita dall’Institute for Social and Economic Research dell’Università dell’Essex, raccoglie dati su circa 40mila famiglie di tutta la Gran Bretagna.
Le ricercatrici ne hanno analizzato i dati su un arco temporale che va dal 2009 al 2023. Un intervallo straordinariamente lungo, che permette di osservare la situazione dei lavoratori prima della pandemia da Covid-19, durante il suo picco e nel periodo successivo. Cogliendo le trasformazioni strutturali che l’emergenza sanitaria ha impresso alle abitudini lavorative. Per misurare la salute mentale, le autrici hanno utilizzato il General Health Questionnaire 12 item (GHQ-12), strumento ampiamente validato nella letteratura scientifica internazionale.
Il dato sulla percentuale di lavoro da remoto è ricavato non dalle autodichiarazioni dei singoli, ma da una misura aggregata a livello occupazionale derivata dallo UK Labour Force Survey. In pratica, la proporzione media di lavoratori nella stessa categoria professionale che lavoravano da casa in un dato periodo. Questa scelta metodologica, apparentemente tecnica, ha un risultato determinante: riduce significativamente il problema della selezione. Ovvero il rischio che i risultati riflettano semplicemente il fatto che siano le persone nelle condizioni migliori ad avere accesso allo smart working.
Lo smart working nel pre pandemia
I risultati per il periodo prepandemico (2009–2020) sono tra i più interessanti e contro-intuitivi della ricerca. Per gli uomini, un aumento della quota di lavoro da remoto nelle loro occupazioni risulta associato a un miglioramento dei punteggi di salute mentale. Lo smart working, in questo contesto, funziona come promesso, riducendo lo stress e favorendo il benessere psicologico.
Per le donne, invece, il quadro è assai più articolato. Le lavoratrici in occupazioni di routine – categorie che includono lavori esecutivi, amministrativi, di vendita – traevano, in quel periodo, beneficio dal lavoro da casa, con effetti simili a quelli osservati negli uomini. Ma le professioniste – donne in occupazioni qualificate, di supervisione o manageriali – mostravano l’andamento opposto. Un aumento del lavoro da remoto nella loro categoria era associato a un peggioramento della salute mentale. Questo divario si spiega, secondo le autrici, attraverso la diversa distribuzione del lavoro non retribuito.
Il lavoro di cura “nascosto”
Le donne con posizioni professionali elevate sono spesso anche quelle con figli a carico e con partner anch’essi occupati in lavori impegnativi. Lavorare in remoto, per loro, non significa semplicemente sostituire l’ufficio con la scrivania di casa. Vuol dire gestire simultaneamente le richieste del lavoro e quelle della famiglia, in un confine sempre più poroso tra sfera professionale e domestica. La casa diventa un luogo in cui si è sempre “disponibili”, per i colleghi come per i familiari. Senza mai poter staccare davvero.
Gli effetti del Covid-19
Poi è arrivata la pandemia. Ma con quali effetti? Con il marzo 2020 e l’imposizione del lavoro da remoto su larga scala, ci si aspetterebbe una discontinuità netta rispetto alle tendenze precedenti. E in parte è così: durante la pandemia e nel periodo immediatamente successivo, i benefici dello smart working sulla salute mentale tendevano ad attenuarsi o a invertirsi anche per categorie che ne avevano beneficiato in precedenza. L’isolamento sociale, il sovraccarico digitale, la sorveglianza virtuale e la fusione forzata di spazi di vita e operativi hanno eroso i vantaggi potenziali del lavoro da casa.
Madri e professioniste: il costo invisibile della flessibilità
Uno dei contributi più originali dello studio è l’analisi separata dell’impegno di cura verso i figli. I dati mostrano che gli effetti negativi del lavoro da casa sulle donne si concentrano soprattutto tra le madri. Sono loro a sperimentare il peggior deterioramento della salute mentale in associazione con l’aumento dello smart working nelle loro occupazioni. Le donne senza figli mostrano effetti più simili a quelli degli uomini, suggerendo che la variabile critica non è semplicemente il genere in sé, ma l’interazione tra genere e carico di cura.
Questo dato si inserisce in una letteratura crescente che documenta come il lavoro a distanza tenda a rafforzare, piuttosto che a ridurre, la divisione di genere del lavoro domestico e di cura. Studi precedenti hanno mostrato che le madri che lavorano da casa tendono ad aumentare il tempo dedicato alla cura dei figli e alle faccende domestiche molto più dei padri nelle stesse condizioni. Lo smart working, insomma, può diventare un meccanismo che consolida aspettative di genere tradizionali. Poiché la madre è “a casa”, si presume, spesso implicitamente, che sia disponibile per rispondere ai bisogni della famiglia, indipendentemente dal fatto che sia formalmente al lavoro.
La ricerca si concentra sul Regno Unito, e le autrici ne sottolineano la rilevanza come caso di studio. Il Paese si distingue tra le nazioni europee per la rapidità e la profondità con cui lo smart working si è istituzionalizzato dopo la pandemia. Detto questo, i meccanismi di divisione di genere del lavoro non retribuito, l’erosione dei confini lavoro-famiglia, le diverse risorse a disposizione di lavoratori in posizioni occupazionali differenti, non sono specifici del contesto britannico. Sono dinamiche strutturali riscontrate in tutta Europa.
Remoto sì, ma con servizi di cura
In assenza di una indagine di tale portata, in Italia si possono individuare alcune indicazioni di massima dal Report Smart Working pubblicato nel 2022 dal Ministero per le Pari Opportunità. Nel Documento di Sintesi si legge che, tra le principali criticità rilevate dall’Indagine dal 2020 al momento della sua realizzazione, “la scelta dello smart working da parte delle donne non necessariamente rilancia la leadership femminile e potrebbe essere anzi controproducente (si rileva infatti che gli uomini occupano più spazi in presenza e le donne più in assenza. Alle donne viene chiesto di essere più brave dei colleghi uomini ma meno competitive e ambiziose)”. Inoltre, il report segnala una crescita dell’orario lavorativo causata della continua connessione ai dispositivi elettronici.
Tornando all’indagine di Beaufils e Chung, la conclusione delle autrici non è che il lavoro da casa sia intrinsecamente dannoso. La ricerca mostra anche casi in cui è chiaramente benefico. Il punto è che i suoi effetti sulla salute mentale dipendono in modo critico dal contesto sociale e organizzativo in cui viene praticato. Serve, perciò, un cambio di prospettiva politica e organizzativa. Sul piano delle politiche pubbliche, il messaggio è chiaro: introdurre il diritto al lavoro da remoto senza accompagnarlo con politiche di supporto alla cura (asili nido accessibili, congedi parentali equamente distribuiti tra i generi, servizi di welfare adeguati) rischia di trasformare una potenziale risorsa in un ulteriore fattore di disuguaglianza.
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