di Egidio Sangue |
L’Italia sta entrando in una fase che i demografi definiscono un “inverno”. Non è una formula suggestiva, piuttosto una trasformazione strutturale che incide direttamente sulla capacità del Paese di crescere e sostenere il sistema sociale.
Il report sugli Indicatori Demografici riferito all’anno 2025, pubblicato lo scorso 31 marzo, conferma il crollo: il tasso di fecondità è sceso al minimo storico di 1,14 figli per donna. E il numero dei giovani in Italia è già il più basso d’Europa. Questo significa che il bacino di capitale umano disponibile si sta progressivamente restringendo. Parallelamente, come evidenziano i dati Eurostat, l’Italia è oggi uno dei Paesi con la forza lavoro più anziana in Europa: all’inizio del 2025, l’età media della popolazione europea ha raggiunto i 44,9 anni, consegnando allo Stivale il primato del “Paese più vecchio” con l’età media più alta in assoluto: 49,1 anni.
Il risultato è un sistema produttivo che deve fare i conti con una forza lavoro sempre meno numerosa e sempre più esposta alla necessità di aggiornare competenze in un contesto che cambia rapidamente. Le implicazioni non sono solo occupazionali. Il “XXIII Rapporto Annuale Inps” segnala che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è sceso a circa 1,4, avvicinandosi a una soglia critica per la sostenibilità del sistema previdenziale.
Una drammatica priorità
È ormai evidente che il tema del capitale umano non è più una questione legata al solo funzionamento del mercato del lavoro, ma una drammatica priorità per la tenuta del sistema Paese. Scontiamo, infatti, il peso di una forza lavoro anziana che fatica a tenere il passo con la velocità del mercato e le rivoluzioni tecnologiche. Il problema qui è duplice: da un lato rischiamo di mettere fuori gioco le imprese, dall’altro affrontiamo un’emergenza occupazionale senza precedenti.
In gioco, dunque, non c’è solo l’economia, ma la stabilità stessa dell’infrastruttura Italia. E tuttavia, mentre la base demografica si restringe, emerge con sempre maggiore evidenza un secondo squilibrio che ormai tutti gli attori – economici, politici e istituzionali – non possono più far finta di non vedere: quello tra competenze disponibili e competenze richieste. Lo scorso anno Andrea Prete, presidente di Unioncamere, ricordava come nell’immediato futuro “avremo necessità di 2,5 milioni di occupati con competenze green e digitali”. E che “ogni anno ci mancheranno 30mila persone con un titolo di istruzione terziaria. Nello specifico mancheranno intorno ai 22-23mila laureati in ingegneria e scienze matematiche, fisiche e informatiche; intorno ai 12-13mila laureati in economia e statistica; circa 7-8mila laureati con indirizzo medico- sanitario; poi, mancheranno diplomi quinquennali e quanto altro”.
Un problema qualitativo
Non è quindi solo un problema quantitativo. È un problema qualitativo. Il ritardo è particolarmente evidente sul fronte delle competenze digitali. La “Relazione sul Decennio Digitale 2025” della Commissione Europea sottolinea: “L’Italia si trova ad affrontare criticità legate alle competenze digitali, con lacune che colpiscono in particolare le persone con livelli di istruzione più bassi, ma che si estendono anche ai giovani (…)” e “registra inoltre una bassa quota di specialisti Ict sul totale degli occupati, attestatasi al 4% nel 2024, un valore inferiore alla media UE del 5%”.
Questi dati si riflettono direttamente sulla capacità delle imprese di innovare. Ancora oggi, solo una quota limitata di Pmi ha adottato soluzioni di Intelligenza Artificiale, anche a causa della carenza di personale qualificato in grado di guidarne l’utilizzo. A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la debolezza della domanda di formazione.
La formazione nelle Pmi
Secondo la ricerca “La formazione nelle Mpmi italiane”, realizzata dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano e promossa anche da FondItalia, il 70% delle micro, piccole e medie imprese non dispone di un piano formativo aggiornato. Solo il 15% utilizza i Fondi interprofessionali, mentre la maggioranza finanzia la formazione esclusivamente con risorse proprie, quando riesce a farlo. Il dato più significativo riguarda però gli ostacoli: il 65% delle imprese segnala la mancanza di tempo come principale barriera, seguita dalla carenza di risorse economiche e organizzative. In altre parole, proprio il segmento più rilevante del tessuto produttivo italiano è anche quello meno attrezzato per affrontare un investimento continuativo sulle competenze.
Capitale umano e ruolo dei Fondi
È in questo contesto che il ruolo dei Fondi interprofessionali assume una valenza strategica. Si tratta di uno strumento che, negli anni, ha dimostrato una capacità di intervento concreta, sia in termini di volumi sia di efficacia. Un sistema costruito dalle parti sociali, che coinvolge milioni di lavoratori e migliaia di imprese, finanziato attraverso risorse già versate e quindi senza impatto sull’erario. Ma oggi questo sistema è chiamato a fare un salto di qualità. Non basta più sostenere la formazione. È necessario contribuire a costruire una cultura della formazione continua, soprattutto nelle realtà più piccole, dove il fabbisogno è maggiore e la capacità organizzativa più limitata.
La formazione come infrastruttura stabile
La velocità con cui evolvono tecnologie e modelli produttivi rende infatti sempre meno sufficiente la sola formazione iniziale. L’aggiornamento delle competenze lungo tutto l’arco della vita lavorativa diventa una condizione essenziale per sostenere la competitività delle imprese e l’occupabilità delle persone. Solo un significativo rafforzamento delle competenze della forza lavoro attualmente impiegata, unito a un ricorso esteso alle tecnologie, può consentire un reale incremento della produttività delle imprese del Paese.
Configurandosi, di fatto, come un fattore di riequilibrio del sistema in grado di contenere, se non contrastare, i vincoli demografici. Questo vale in modo particolare per le transizioni in corso. Il mercato del lavoro richiederà sempre più lavoratori con competenze in ambito digitale, green e sanitario. E senza un investimento strutturale nella formazione, questo fabbisogno rischia di restare scoperto.
Allo stesso modo, la diffusione dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie emergenti non può essere affrontata solo in termini di adozione tecnica. Serve una capacità diffusa di utilizzo consapevole, che consenta alle imprese di integrare questi strumenti nei processi produttivi in modo efficace e sostenibile. In un Paese che invecchia e si restringe, il capitale umano diventa la risorsa più preziosa e, allo stesso tempo, la più vulnerabile. Per questo la formazione continua deve diventare una infrastruttura stabile delle politiche del lavoro e dello sviluppo.

















