Il lento disincanto del diritto

Il drastico calo degli iscritti e la crisi della professione forense segnalano la fine di un patto con il futuro: anni di studio, praticantato e sacrifici in cambio di status, reddito e riconoscimento che oggi appaiono sempre più incerti

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Professione avvocato in declino? Il drastico calo degli iscritti e la crisi della professione segnalano la fine di un patto con il futuro.

di Luigi Beccaria |

Ben sette anni fa, su queste stesse pagine, pubblicai un articolo che trattava le contraddizioni insite alle condizioni di accesso all’esercizio della professione forense, l’aleatorietà di una procedura selettiva in cui, solo a Milano e solo nella sessione cui partecipai, vi erano più di 2.900 candidati (più o meno lo stesso numero delle norme contenute nel Codice Civile).

Evocai, in proposito, la figura (da me realmente avvistata) dell’eterno praticante Ossia quel soggetto “ancora giovane”, i capelli precocemente imbiancati, una serie di nichilistiche certezze relative all’insondabilità, all’imprevedibilità e ingovernabilità degli esiti della procedura selettiva, dalla quale veniva respinto con puntualità annuale, sino a ridursi a Cassandra per gli sventurati neofiti.

Al di là del folklore, lo scopo dell’articolo era costituito principalmente da una riflessione sulla logica di un percorso di studi che richiede il superamento di un corso di laurea magistrale a ciclo unico e l’esperimento di un praticantato professionale piuttosto lungo e impervio. E infine l’“ordalia” di un esame assai imperscrutabile, sostenuto, appunto, contemporaneamente da migliaia di persone, in gran parte ignare delle future prospettive professionali. In sostanza, c’era una situazione di eccesso di domanda, cui faceva da contraltare un’offerta variegata e non sempre di qualità.

Trascorsi, appunto, ben sette anni, conseguita l’abilitazione, appurato che di capelli bianchi medio tempore ne ho ben di più di quelli che incanutivano la cute dell’attempato “avvocato praticante” (che mi auguro abbia nel frattempo conseguito l’abilitazione a sua volta), una serie di dati mi suggeriscono che lo scenario è definitivamente cambiato.

Il calo degli iscritti a Giurisprudenza

Una recente ricerca riportata da Il Sole 24 Ore, basata sul report 2025 della Cassa Forense, ha riportato, infatti, un drastico calo degli iscritti a Giurisprudenza (così come, aggregando altri dati, quelli di ingegneria e architettura). I numeri, molto dettagliati, sono riportati nella fonte citata. Vediamo di tentare qualche spiegazione sulle ragioni di numeri così verticalmente al ribasso, in misura ben maggiore di quanto sarebbe logicamente calcolabile anche tenendo conto del calo demografico che affligge il nostro Paese (così come buona parte dell’Europa).

La prima tentazione interpretativa, non priva di un’ovvia verità, è quella più semplice: “troppi avvocati, pochi sbocchi”. Certamente una quota dei “non iscritti” è stata dissuasa dalle diminuite prospettive economiche, non solo del percorso formativo, ma anche della professione strictu sensu. È oggettivo che una quota significativa di professionisti, anche “non più giovani”, dichiara redditi molto bassi, e i tempi per raggiungere un’autonomia economica sono lunghi e incerti. Queste considerazioni,però, valevano anche nel 2019 (anzi, erano l’oggetto del mio modesto contributo). Il trend discendente deve allora avere qualcosa a che fare con dei cambiamenti più profondi. Che attengono a una diversa concezione con cui le nuove generazioni percepiscono il lavoro, il tempo e financo il valore stesso del sapere giuridico.

Un investimento a lungo termine e alto costo

Questa mutata percezione del lavoro si riflette anzitutto nel rapporto con il tempo. A lungo, infatti, professioni come quella forense hanno retto su una promessa implicita, quasi antropologica prima ancora che economica. Ovvero l’idea che un investimento iniziale molto oneroso, in termini di anni di studio, sacrifici, praticantato, selezioni e frustrazioni, sarebbe stato in seguito compensato da status, autonomia, reddito e riconoscimento sociale.

Si trattava di un grande patto differito con il futuro. Oggi quel patto appare assai meno credibile. In altri termini, per un diciannovenne, oggi, la carriera giuridica appare come un investimento ad alto costo e rendimento imprevedibile. Mentre altri percorsi, favoriti dalle nuove tecnologie e dai cambi antropologici e culturali che esse hanno indotto, vengono preferiti in quanto idonei a produrre (o quantomeno a promettere) risultati immediati.

Sempre a proposito di numeri da guardare (come la proverbiale luna invece del dito) per comprendere il mutamento dello “zeitgeist”, è difficile, e lo è ancor di più per un ex giovane avvocato come il sottoscritto, ignorare l’altro dato proveniente dal Rapporto citato. E cioè quello secondo cui il 63% degli avvocati trova “molto o abbastanza difficile conciliare professione e vita personale”. Personalmente, per una volta posso dire di trovarmi nello schieramento maggioritario.

Professione avvocato nell’era del work-life balance

È qui, a mio parere, uno snodo decisivo. Le nuove generazioni, tema sviluppato su queste pagine negli ultimi anni, in cui si parlava del fenomeno delle “Grandi Dimissioni” e del ripensamento del valore della carriera e dell’aspirazione a un radicale riequilibrio del “work life balance”, hanno riclassificato le loro priorità. Una “rivoluzione copernicana” attribuibile all’esperienza pandemica, in cui la forzata permanenza domestica (e il molto tempo per pensare) ha indotto a porsi domande sopite da molto tempo.

È verosimile che una quota di giovani, magari portati per la disciplina e pure più di quanto lo fossero i loro predecessori (se non altro in quanto “nativi digitali”, congenitamente abili a solcare mari, come quello dell’intelligenza artificiale, su cui tutti i professionisti, volenti o nolenti, dovran no navigare), non siano scoraggiati tanto dalla complessità (e in qualche modo imperscrutabilità) del percorso strumentale alla professione. Ma proprio dalla complessità della professione stessa, che, come molti colleghi sanno, può (e secondo alcuni deve) arrivare ad avere un ruolo totalizzante nella vita del professionista. In modi talvolta persino insalubri e acriticamente accettati come inevitabili in passato.

Certamente la professione nei tempi contemporanei subisce un’erosione nella propria autorevolezza e immagine. L’inevitabile compenetrazione con le nuove tecnologie genera una serie di criticità in cui molti colleghi si riconosceranno, che spaziano dalle sistematiche incursioni nella sfera privata (chi non ha ricevuto un Whatsapp con la domanda “Avvocato, abbiamo novità?” dopo le 22?) alla svalutazione della percezione del valore della prestazione intellettuale (e qui il richiamo va al classico “Avvocato, le rubo un minuto, mi potrebbe confermare quanto dice ChatGpt?”).

Il disallineamento formativo

Vi è poi un ulteriore elemento, più classico ma non meno importante: il disallineamento tra ciò che si studia e ciò che si farà. La formazione giuridica italiana resta fortemente teorica, centrata su categorie sistematiche e su un apprendimento nozionistico. Nel frattempo, il mercato richiede altro: capacità negoziale, gestione del rischio, competenze interdisciplinari, familiarità con organizzazioni complesse.

Il risultato è un percorso universitario che appare sempre meno come preparazione diretta alla professione e sempre più come lunga anticamera. Tirando le fila del discorso sino a questo momento, vediamo convergere una pluralità di ragioni:

  • la decadenza della “promessa” di realizzazione;
  • la certezza, o quantomeno la verosimile probabilità (e questo vale sia che si eserciti in studi monoprofessionistici di provincia, sia nelle grandi società di consulenza) di un equilibrio vita – lavoro imperfetto, indigesto alle nuove generazioni, non senza ragione;
  • la preferenza accordata a strade professionali meno incerte e più remunerative.

Più delle riflessioni qui abbozzate, i numeri evocati nel Rapporto devono suonare come un campanello d’allarme. Tutta la filiera, accademica e professionale, deve interrogarsi su come evitare che il trend discendente si tramuti da caduta in picchiata.

Avvocato Luigi BeccariaChi è Luigi Beccaria

Laureato in Scienze Politiche e in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, Luigi Antonio Beccaria svolge attività di avvocato con specializzazione in diritto del lavoro e anche la professione di consulente del lavoro. Dal 2013 opera come docente esterno presso l’Università degli Studi di Milano, svolgendo in particolare attività seminariale e corsi monografici. Dal 2023 è collaboratore de “Il Sole 24 Ore” per cui scrive settimanalmente su “Guida al Lavoro”. Ha pubblicato più di 150 contributi di natura sia divulgativa sia accademica presso vari editori ed effettuato attività convegnistica per numerose società del settore. Svolge attività di consulenza e docenza per primarie società e gruppi, nazionali e internazionali.

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