Quando il capo è un algoritmo

Le inchieste sul Food Delivery rivelano una trasformazione profonda del mercato del lavoro italiano: deindustrializzazione, precarietà, nuove tecnologie e vuoti di tutela ridisegnano rapporti, diritti e qualità dell’occupazione. Per affrontare la Gig Economy serve ripensare le regole, riconoscere la subordinazione là dove gli algoritmi dirigono il lavoro e introdurre un salario minimo che garantisca ai lavoratori dignità e sicurezza

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Per affrontare la Gig Economy serve ripensare le regole, riconoscere la subordinazione agli algoritmi e introdurre un salario minimo

di Cesare Damiano | Le iniziative giudiziarie che hanno investito alcune imprese del settore del Food Delivery ci mettono di fronte a una complessa alterazione dell’universo del lavoro ella transizione alla Gig Economy.

Questo processo ha diversi aspetti: il mutare del tessuto produttivo; l’evoluzione del mercato del lavoro; il peso della digitalizzazione nella ridefinizione dei processi produttivi; la difficile collocazione di molti lavoratori e della loro posizione nelle logiche di tutela che conosciamo. Cerchiamo, perciò, di disegnare un sintetico panorama dell’incrocio di questi fenomeni.

Deindustrializzazione e declino della qualità del lavoro

Cominciamo da una condizione peculiare del nostro Paese. Ossia, dall’abbandono della politica industriale. In Italia, terminata la stagione delle Partecipazioni Statali, la politica industriale ha perso qualsiasi connotato di coordinamento. E si è ridotta a interventi di natura fiscale, concentrandosi in crediti d’imposta per ricerca e sviluppo, agevolazioni per investimenti in beni strumentali, sostegni alle startup innovative e interventi straordinari in fasi di crisi. Si è passati, in sostanza, dal sostegno ai settori a quello ai fattori. Oggi, ne possiamo leggere gli effetti nel percorso, apparentemente positivo, del mercato del lavoro. Oggetto, tra l’altro, oggetto delle analisi del nostro Centro Studi di Lavoro&Welfare.

È indiscutibile che, nell’arco degli ultimi due anni, l’occupazione, in Italia, sia cresciuta di circa un milione di unità. Ma per osservare il reale significato di questa cifra, dobbiamo leggere questo risultato nel contesto europeo. Tutta l’Europa, nello stesso periodo, registra una crescita di 10 milioni di occupati. Se prendiamo la Spagna i nuovi occupati sono 2,5 milioni in più. In Francia 1,5 milioni. In questo percorso di crescita scendiamo, perciò, all’ultimo posto come tasso percentuale di attività: la Spagna sale al 66%; in Italia la crescita ci porta appena al 62,8%, quasi il 10% sotto la media europea. Il risultato dei numeri assoluti è, perciò, positivo. Ma, in un contesto di crescita complessiva, il nostro Paese retrocede nella classifica rispetto al resto dell’Europa.

Una seconda osservazione riguarda il problema della qualità del lavoro. Perché il dato che sfugge, in particolare nelle dichiarazioni governative, è quello delle ore lavorate. Le quali, lo dimostrano i nostri Report sul mercato del lavoro, da tre anni si vanno spostando dalla manifattura ai servizi. È un cambiamento strutturale che si chiama deindustrializzazione. Cosa vuol dire questo?

In primo luogo, che diminuisce il lavoro ben pagato: i contratti industriali, come quelli dei metalmeccanici e dei chimici sono di alta qualità sotto tutti i profili, a partire da quello retributivo. Ma a farsi strada sono contratti meno remunerativi. Con il calo dei contratti tipici della manifattura diminuisce la stabilità, mentre aumentano quelli legati alla stagionalità e al lavoro discontinuo. Si deve, inoltre, considerare la cassa integrazione, altro oggetto di analisi del nostro Centro Studi. Nonostante la diminuzione congiunturale vista in dicembre su novembre, nel totale del 2025 registriamo un +10% di ore di Cassa integrazione autorizzate rispetto al 2024. È il secondo anno di crescita di questo ammortizzatore sociale. Crescita che si manifesta, soprattutto, nei settori della manifattura.

Gig Economy: algoritmo come nuovo “capo” del lavoro

Definito questo quadro d’insieme, veniamo a quanto accade nei settori della Gig Economy come il Food Delivery. E al perché in quest’area sia così intenso e diffuso lo sfruttamento dei lavoratori. Cosa accade nello specifico dei rapporti e nell’organizzazione del lavoro di queste piattaforme? Qui entra in gioco lo strumento che definisce tali piattaforme, l’algoritmo, come strumento di organizzazione e mediazione dei rapporti di lavoro.

Gli algoritmi delle piattaforme di Food Delivery come quelle che sono, oggi, oggetto di azioni giudiziarie, sono progettati per ottimizzare, naturalmente dal punto di vista dell’azienda, diversi aspetti del servizio. Dalla gestione degli ordini alla logistica dei rider. Tali algoritmi sono programmati per prendere una quantità di decisioni. Stabiliscono a quale rider assegnare un ordine sulla base di variabili come la posizione geolocalizzata, la disponibilità, lo storico delle performance, la distribuzione ottimale degli incarichi. Ancora, valutano l’ottimizzazione dei percorsi tra le posizioni dei ristoranti e dei clienti.

Altro compito dell’app è il cosiddetto “batching”, ossia il raggruppare più ordini in un’unica “missione” per ridurre i costi e aumentare l’efficienza. Decidono, perciò, quanti ordini assegnare e con quale sequenza vadano svolti. Ancora, attuano una valutazione costante delle performance e, perciò, dell’affidabilità di ogni singolo rider in base ai precedenti di rispetto dei tempi stimati di esecuzione, alle valutazioni e recensioni postate dai clienti sull’app, al tasso di accettazione degli ordini.

Inoltre, gli algoritmi svolgono altre operazioni. Ad esempio, le incentivazioni attraverso la distribuzione di bonus, premi o penalità atti a motivare i rider. Ancora, l’adattamento dinamico della attività, utilizzando variabili come i picchi di domanda e la disponibilità di operatori (se ci sono pochi rider online, l’algoritmo può allargare il raggio di assegnazione o aumentare i bonus), la risposta a problemi imprevisti quali incidenti stradali o chiusure temporanee di ristoranti.

Il lavoro molecolare delle piattaforme digitali

Cosa discende da tutto questo, oltre ai problemi emersi dai provvedimenti giudiziari? Tale situazione risulta dal passaggio dalla vecchia formula fordista della grande impresa industriale alle forme della Gig Economy. Va ricordato, intanto, che l’impresa fordista retribuiva bene i lavoratori. Essa dava loro un’occupazione stabile e li ha trasformati in ceto medio. Il passaggio al nuovo modello produttivo è fatto di precarietà e ci conduce al cosiddetto “lavoro molecolare”.

Con questo termine, utilizzato principalmente in ambiti sociologici, si intende descrivere una forma di organizzazione del lavoro sempre più frammentata, precaria e atomizzata, tipica, appunto, delle piattaforme digitali. Ciò comporta che, in tale ambiente, ci sia una differenza abissale sul piano delle tutele. Da un punto di vista sindacale, rintracciare i lavoratori in una fabbrica, come quando ero un giovane funzionario della Fiom alla Fiat Mirafiori (con 60mila dipendenti collocati all’interno di uno stabilimento), era una cosa.

Rincorrere un rider, il rapporto di lavoro del quale è basato su un’app caricata su uno smartphone, è ben altra faccenda. Cosa si può, dunque, fare davanti al paradosso della multinazionale che pratica una così sofisticata forma di sfruttamento? Il punto di partenza devono essere due forme di tutela. Si deve, in primo luogo, cancellare la “maschera” della definizione di questa occupazione come lavoro “autonomo”. Se c’è un algoritmo che governa le pedalate, le consegne, i tempi e le pause, allora deve essere riconosciuto come lavoro subordinato.

In secondo luogo, di fronte a segmenti quale quello dei rider, in generale, a gruppi di lavoratori che non hanno un contratto di lavoro di riferimento, si deve applicare un salario minimo di legge che può partire dagli ormai famosi 9 euro lordi all’ora. Partendo dall’assunto che i minimi tabellari dei contratti trattati dai sindacati rappresentativi, come quello dei metalmeccanici, dovrebbero essere trasformati in minimi inderogabili di legge.

Ma non ci possiamo certo fermare qui. Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale stanno lanciando sfide nuove e intense al mondo della produzione e del lavoro nella Gig Economy. Esse possono essere strumenti formidabili di innovazione e crescita, per esempio, nel campo della sicurezza del lavoro, se trattate con razionalità, competenza manageriale e rispetto per il lavoro. Ma possono anche, lo vediamo nei fatti, minare i pilastri sociali della nostra civiltà. Ne dobbiamo prendere atto come collettività e applicarci concretamente alle nuove soluzioni richieste da tali sfide, con l’obiettivo di mettere sempre la persona al centro dello sviluppo e del controllo delle tecnologie.

Cesare DamianoChi è Cesare Damiano

Nato a Cuneo nel 1948, è stato Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel secondo Governo Prodi ed è ricordato per essere l’artefice del Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro. Dal 2006 al 2018 è stato Deputato della Repubblica eletto nelle liste del PD e dal 2013 al 2018 è stato Presidente della Commissione Lavoro della Camera. Cesare Damiano svolge oggi attività di ricerca, formazione e consulenza in materia di sicurezza, diritto del lavoro, politiche dell’occupazione, relazioni industriali, contrattazione collettiva, welfare e previdenza, ed è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare e del Centro Studi Mercato del Lavoro e Contrattazione.

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