Competenze digitali: il divario che frena la corsa al futuro

Domanda in crescita, offerta insufficiente: il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Ict promosso da Anitec-Assinform fotografa un Paese che senza una svolta nella formazione e nella sicurezza digitale rischia di restare indietro

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L'Osservatorio Ict promosso da Anitec-Assinform fotografa un Paese che senza una svolta nella formazione e nelle competenze digitali rischia di restare indietro

di Cesare Damiano |

Competenze digitali è un’espressione che ricorre ampiamente nel discorso pubblico in quest’epoca. Ma con quanta aderenza alla realtà?

Questa espressione indica una varietà di fattori, di base da un lato, sofisticati dall’altro. A partire, facendo riferimento alla definizione del “Framework DigComp” della Commissione Europea (ossia il quadro di riferimento europeo che definisce le competenze digitali necessarie per i cittadini adottato anche in Italia nell’Agenda Digitale), dal saper reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni tramite computer e Internet, comunicando in reti collaborative.

Capacità che includono le abilità necessarie a risolvere problemi, proteggere la privacy e partecipare alla società digitale. Più in profondità, nell’area delle skill professionali, ci si riferisce alle abilità necessarie a progettare, sviluppare, gestire e mantenere sistemi di Information e Communication Technology (Ict). All’area della digitalizzazione e della relativa formazione è stato indirizzato l’uso di fondi del Pnrr che attraversano diverse delle sue Missioni. In particolare la 1, dedicata a “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo”. E la 4, che ha tra i suoi obiettivi l’approccio alle nuove competenze e ai nuovi linguaggi per integrare competenze digitali nei curricula scolastici. I frutti di questo lavoro si vedranno, necessariamente, nel tempo.

L’arretratezza digitale del nostro Paese

Ma, intanto, l’arretratezza del nostro Paese emerge da un recente studio promosso da Anitec-Assinform, l’associazione di categoria per le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione aderente a Confindustria, che rappresenta le imprese del settore digitale. Anitec-Assinform promuove, tra l’altro, studi come l’Osservatorio sulle Competenze Digitali. “La transizione digitale continua a ridefinire il modo in cui il nostro Paese innova, produce valore e forma le proprie competenze”, spiega la premessa al rapporto 2025 dell’Osservatorio, firmata da Antonio Piva, presidente Aida, Massimo Dal Checco, presidente Anice-Assinform e Paola Generali, presidente Assintel.

“In un contesto in cui competenze digitali come l’intelligenza artificiale e la cybersecurity diventano elementi strutturali dei processi organizzativi, cresce l’esigenza di costruire competenze che connettano saperi diversi. Le competenze digitali in ascesa non riguardano più solo le figure professionali e i settori prettamente tecnologici, ma attraversano ogni ambito produttivo e sociale. Di conseguenza, nella formazione il digitale non può essere trattato come un contenuto isolato, deve diventare un metodo. Un modo diverso di insegnare e di apprendere, in cui strumenti innovativi e saperi specialistici si combinano per ampliare le potenzialità dell’individuo. Un contributo decisivo deve arrivare dall’orientamento, che accompagna i giovani verso percorsi tecnico-scientifici cruciali per il futuro digitale del Paese”.

Domanda e offerta di competenze digitali

Cosa ci dice l’edizione 2025 dell’Osservatorio? Nell’analisi sono censiti gli annunci pubblicati sulla piattaforma LinkedIn per l’area Ict. Nel 2024 tali annunci di domanda e offerta di lavoro erano stati oltre 130mila. Nei primi nove mesi del 2025 la pubblicazione di annunci mostra una crescita evidente. Ma con un forte e grave squilibrio noto da tempo: la ricerca di professionisti da parte delle imprese supera di gran lunga l’offerta.

“Il confronto tra domanda e offerta di competenze Ict mostra con chiarezza la distanza tra ciò che il mercato chiede e ciò che il sistema formativo riesce a offrire”, spiega ancora il Rapporto. “Da un lato ci sono oltre 135mila annunci di lavoro pubblicati in Italia nel 2024. Dall’altro lato, tra laureati, diplomati ai master e iscritti agli Its Academy, l’offerta complessiva si ferma a poco più di 72mila unità in un anno solare. Il risultato è un divario strutturale: per ogni professionista Ict che entra nel mercato, ci sono due posizioni aperte. Questo squilibrio trova conferma anche nel confronto europeo: in Italia, gli occupati Ict rappresentano appena il 4% del totale dei lavoratori, contro una media UE del 5%. Dietro a questa differenza percentuale si nasconde un dato sostanziale: mancano all’appello oltre236 mila professionisti Ict per allinearci al livello europeo”.

Quattro pilastri strategici

La conclusione è ovvia: il nostro sistema formativo manda sul mercato del lavoro quantità di giovani diplomati e laureati privi della formazione in campo digitale necessaria alle imprese. Il Rapporto si conclude con il suggerimento di quattro pilastri strategici:

  • rafforzare il sistema formativo per la transizione digitale;
  • promuovere un accesso equo e inclusivo alle competenze digitali;
  • creare un ecosistema integrato tra formazione, ricerca e imprese;
  • valorizzare e riqualificare la forza lavoro digitale.

Si deve, a questo punto, osservare che le competenze digitali sono un fattore di competitività non solo per le imprese. Ma per far sì che il Paese mantenga la capacità di fronteggiare la difficile realtà contemporanea. Ci riferiamo a un nuovo e aggiornato approccio ai temi della sicurezza. Ossia, alla necessità di adeguare agli standard internazionali l’approccio manageriale in Italia.

Evoluzione manageriale

Le imprese e la loro forza lavoro sono oggi esposte a rischi globali e pervasivi da molteplici punti di vista. Oltre all’incolumità degli addetti in contesti di conflitto, assumono grande peso la salvaguardia dei processi aziendali dalle minacce materiali e da quelle digitali e la tutela della privacy dei dipendenti. Qui entra in gioco la necessità di disporre di figure dirigenziali e operative in grado di svolgere ruoli necessari a prevenire nell’ambiente aziendale tale varietà di rischi.

Non per caso la premessa al Rapporto dell’Osservatorio cita le competenze sull’IA e la cybersecurity come prioritarie per le imprese. Per fare qualche esempio, ci riferiamo all’affermazione di ruoli manageriali come quelli del Cso (Chief Security Officer), supervisore della sicurezza aziendale), del Ciso (Chief Information Security Officer), responsabile della sicurezza informatica, garante della sicurezza delle informazioni e delle infrastrutture digitali dell’azienda, del Dpo (Data Protection Officer), responsabile della protezione dei dati personali dei dipendenti.

Figure nuove da integrare con i ruoli classici del management. In un mondo nel quale i giganti americano e cinese stringono l’Europa in una morsa che riguarda, in gran, parte le aree innovative, l’Italia rischia, anche nel settore digitale, di arrivare tardi e male all’appuntamento con il futuro. Se vogliamo continuare a essere un Paese significativo sul piano industriale, un’accelerazione ben strutturata, in questo come in altri settori, è quantomai necessaria.

Cesare DamianoChi è Cesare Damiano

Nato a Cuneo nel 1948, è stato Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel secondo Governo Prodi ed è ricordato per essere l’artefice del Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro. Dal 2006 al 2018 è stato Deputato della Repubblica eletto nelle liste del PD e dal 2013 al 2018 è stato Presidente della Commissione Lavoro della Camera. Cesare Damiano svolge oggi attività di ricerca, formazione e consulenza in materia di sicurezza, diritto del lavoro, politiche dell’occupazione, relazioni industriali, contrattazione collettiva, welfare e previdenza, ed è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare e del Centro Studi Mercato del Lavoro e Contrattazione.

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