Cos’è il lavoro oggi? Quali differenze, rispetto al passato, ne stanno plasmando essenza e dispiegamento concreto?
Sono i grandi interrogativi del ciclo di conferenze “La nuova Grande Trasformazione del Lavoro”, avviato dall’associazione Adapt nel 2009, seguendo le coordinate dell’antropologo Karl Polanyi, per rileggere la nascita e lo sviluppo del moderno mercato del lavoro. E che confluiscono, ogni anno, in un momento di confronto tra ricercatori, operatori ed esperti internazionali.
Abbiamo partecipato alla XV edizione dell’iniziativa, intitolata proprio “Lavoro e non-lavoro, oggi”, organizzata a Bergamo lo scorso novembre dalla Scuola Internazionale di Alta Formazione in Relazioni Industriali e di Lavoro di Adapt in collaborazione con il network spagnolo Cielo Laboral. Raccogliendo alcuni passaggi di una riflessione sempre più interdisciplinare sul diritto del lavoro.
I confini tra lavoro e non-lavoro
Lavoro formale e informale, istituzioni e corpi intermedi, inquadramenti e nuovi spazi. Il mondo di oggi non guarda solo ai movimenti economici e tecnologici: nuove sfide demografiche, ambientali e digitali si intrecciano alle complesse dinamiche post-pandemiche. Cresce il bisogno di valorizzare la persona nel lavoro e, al contempo, di regolare i processi produttivi e professionali verso il giusto equilibrio tra giustizia sociale e competitività delle imprese. L’ago della bilancia sta soprattutto nel rinnovamento delle relazioni industriali.
“I confini tra lavoro e non-lavoro sono spesso molto sottili: questo è il cuore della nostra riflessione”, ha spiegato Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, intervistato a margine dell’evento. “Ci chiediamo fino a che punto è lavoro e fino a che punto non lo è. Chi fa volontariato sta lavorando? E chi svolge lavori socialmente utili? Ancora, il lavoro di cura che facciamo tutti, dato il cambiamento demografico, è professione o no? E quando lo diventa? Ci sono sicuramente una dimensione di senso, da un lato, e una dimensione di regolazione giuridica, dall’altro. Noi partiamo dalla dimensione di senso e volutamente ci muoviamo sui confini”.
Il convegno, con tre sessioni plenarie, 23 workshop e più di 200 relatori da 25 Paesi nel mondo, ha saputo ricreare uno spazio di dialogo inclusivo tra mondo della ricerca e altre realtà che, in modi e contesti differenti, partecipano alla costruzione del mondo del lavoro. Partendo da una prospettiva multiforme: dal “classico” concetto di lavoro dipendente a lavoro di cura, lavoro domestico, spettacolo, sport, formazione, tirocinio. Senza dimenticare lavoro povero, temporaneo e precario, e aspetti connessi al welfare quali stress, burnout e benessere psicofisico. Obiettivo, definire e superare la rigida contrapposizione tra lavoro e non-lavoro, in ottica internazionale e interdisciplinare.
La nuova Grande Trasformazione
La plenaria di apertura, moderata da Margherita Roiatti, direttrice di Fondazione Adapt, ha delineato le grandi transizioni del lavoro e del non-lavoro, mettendo al centro le politiche di attivazione e riqualificazione, la carenza di manodopera e il ruolo della flessibilità nell’evoluzione verde e digitale. Nonché le implicazioni del cambiamento tecnologico per i diritti dei lavoratori e il dialogo sociale. Dopo i saluti del presidente Francesco Seghezzi e di María Luz Rodríguez Fernández, professoressa dell’Università di Castilla-La Mancha e coordinatrice del Cielo Laboral Network, il presidente di Fondazione Adapt, Matteo Colombo, ha inquadrato concettualmente queste sfide.
“La prima Grande Trasformazione, quella industriale descritta da Karl Polanyi, non ha rappresentato solo un cambiamento economico. Bensì uno spostamento radicale dell’idea che la società aveva dell’essere umano, di sé stessa e, naturalmente, del lavoro e del suo significato”, ha esordito. Una raccolta frammentata di individui che ha progressivamente depotenziato il ruolo dei corpi collettivi presenti in molti Paesi europei. Non esisteva più nulla tra individuo e Stato, in un concetto di lavoro ben distinto dalla non produttività, dalle attività che non creavano beni da scambiare sul mercato.
“Sono passati secoli, ma l’idea di lavoro produttivo non è venuta meno. Ancora oggi creiamo confini rigidi tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è. E anche nella formazione, non siamo così certi che i corsi erogati sul lavoro si possano definire vera e propria formazione”, ha aggiunto. “Questo salto indietro nella storia ci accompagna verso la nuova Grande Trasformazione del Lavoro: la messa in discussione delle categorie ereditate dal passato”.
Cosa significa? Stanno antropologicamente emergendo nuovi bisogni e nuove proposte. L’umanità mossa solo dall’utilità individuale è ormai impensabile, mentre cambia la relazione tra uomo e ambiente circostante. Cambiano le forme di individualismo e anche quelle di aggregazione e dimensione collettiva, che non possono prescindere dal calo demografico e dall’invecchiamento della popolazione. Anche l’idea di misurare il valore del lavoro esclusivamente tramite il tempo, tanto cara al nostro passato industriale, perde terreno per lasciare spazio a progettualità, aspirazioni, obiettivi e competenze.
Relazioni, istituzioni, formazione
Per comprendere e affrontare questa transizione epocale, servono istituzioni proattive. Da un lato, per ridefinire il confine tra lavoro e non-lavoro includendo nuove attività. Dall’altro, per evitare il rischio di inglobare esperienze inadatte all’idea (pur ampliata) di lavoro. La sfida, difficile, è costruire strumenti di dialogo tra esperienze diverse, non per forza omologabili. Anche la formazione professionale rientra in questo approccio.
Il concetto di lavoro produttivo, infatti, limita l’efficacia di programmi come stage, apprendistato, percorsi duali e formazione continua. Qui, serve trovare un equilibrio tra le diverse dimensioni. “I sistemi collettivi per il riconoscimento delle competenze, strutturati con il contributo delle parti sociali, possono valorizzare sia quello che la persona apprende nella carriera professionale, sia le esperienze esterne al concetto di produttività. Il tutto, senza cancellare la distinzione tra formazione e lavoro, ma favorendo uno scambio proficuo. Inoltre, riconoscere le competenze acquisite in contesti informali può portare alla luce nuove occupazioni finora escluse dal mercato del lavoro”, aggiunge Colombo.
Interessante anche l’esempio portato da Francesco Seghezzi nell’intervista: “Sono un lavoratore dipendente e scelgo, volontariamente, di seguire dei corsi di formazione la sera. È lavoro o non-lavoro? Un confine non banale da analizzare. Se riusciamo a chiarirlo, diventa tutto più semplice, anche per il benessere delle persone e i rapporti con il datore di lavoro”. Naturalmente, per ottenere questo risultato serve predisporre un percorso.
Il dirigente aziendale “si fida” di come il lavoratore utilizza il proprio tempo chiedendo dei feedback. Il lavoratore si sente valorizzato e partecipa alla vita aziendale. “Non serve ingabbiare tutto con regole rigide, il concetto di lavoro può ampliare gli orizzonti della propria dimensione di senso. A questo livello, la componente istituzionale è chiamata a seguire il cambiamento, che comunque procede in autonomia, senza paura ma anche senza strafare. Lasciando il giusto spazio ai rapporti tra imprese e lavoratori e ai soggetti che intermediano”, conclude.
Sbloccare il pieno potenziale
Tra gli interventi di spicco, l’analisi di Ruth Paserman della Commissione Europea ha messo a fuoco politiche attive e strumenti per sbloccare il potenziale del mercato del lavoro. Partendo dalle dinamiche economiche, politiche, sociali e ambientali che sfidano il Vecchio Continente, la relatrice ha sottolineato l’esigenza di tutelare la competitività a fronte della diminuzione della forza lavoro.
“Ci aspettiamo il 7% in meno di lavoratori entro il 2040, mentre il 74% delle Pmi è seriamente preoccupato per la carenza di competenze e il 77% ne fa una barriera agli investimenti a lungo termine. Al tempo stesso, l’apprendimento degli adulti non raggiunge gli obiettivi prefissati e solo il 54% della popolazione anziana possiede competenze digitali di base”, ha spiegato.
Come costruire una forza lavoro resiliente e sfruttare il suo potenziale? Le azioni sono principalmente tre: attivazione, sviluppo delle competenze e condizioni di lavoro. Hanno a che fare con il coinvolgimento, attraverso iniziative mirate, di categorie spesso ai margini quali donne impegnate nel lavoro di cura familiare, disoccupati over 55, migranti e persone con disabilità.
Tuttavia, attrarre le persone nel mondo del lavoro e aumentarne le competenze non basta se non si garantiscono condizioni di lavoro realmente eque, sicure e di qualità. “La costruzione di una forza lavoro resiliente vede lo sforzo coordinato di decisori politici, imprese e rappresentanze sindacali. Crediamo davvero che quando lavoratori e datori di lavoro modellano insieme le soluzioni, e quando basiamo le politiche europee su prove solide e concrete, possiamo ottenere progressi importanti”, conclude Paserman.
Personalizzare le politiche attive
Sempre in tema di politiche attive, Francesco Seghezzi ha sottolineato anche il bisogno di personalizzare i servizi. “In un mondo frammentato come il nostro, l’idea di proporre politiche uguali per tutti non funziona più. Chi resta fuori dal mercato del lavoro, mentre vediamo che l’occupazione sta aumentando, spesso è in grande difficoltà. Va capito il bisogno specifico per accompagnare efficacemente ogni persona all’interno del proprio percorso. Questo richiede l’integrazione di professionalità diverse, di competenze che vanno oltre la natura giuridica e di una profonda conoscenza del mercato del lavoro”.
La nuova Grande Trasformazione ci invita quindi a ripensare la relazione tra lavoro e non-lavoro, tra professione e formazione (non sovrapposte ma sinergiche), per contribuire alla costruzione di un concetto plurale di lavoro capace di rappresentare la complessità sociale dei nostri tempi.
25 ANNI DI ADAPTIl 2025 ha segnato un traguardo importante per l’associazione fondata nel 2000 da Marco Biagi e Michele Tiraboschi. Una realtà che ha fatto dell’apertura e del dialogo il proprio manifesto a cominciare dal nome, Adapt, richiamo all’adattabilità di persone, istituzioni e norme ai cambiamenti nei processi economici e sociali. “Arrivare a 25 anni non è banale”, ha commentato il presidente Francesco Seghezzi (nella foto). “Questo lungo periodo ha attraversato diversi cicli storici. Il fatto di essere riusciti ad accompagnarli, grazie al susseguirsi di nuove idee e persone che non ci hanno tenuti ancorati al ciclo che ci ha generato, è per noi fondamentale. Guardiamo avanti con l’obiettivo di rafforzare l’interdisciplinarietà senza dimenticare la nostra genesi di studiosi di diritto del lavoro e di relazioni industriali, strutturando un centro di ricerca sempre più orientato ai giovani e alla loro formazione”. Nel Bollettino Adapt del 7 gennaio 2026, il coordinatore scientifico Michele Tiraboschi ribadisce che “l’impegno resta quello di lavorare di più e meglio, di cercare l’innovazione e soprattutto di conservare la reputazione e la libertà che, col tempo e con non pochi errori o ingenuità, abbiamo conquistato sul campo […] Nei giorni successivi all’assassinio di Marco Biagi ero convinto che questo progetto si sarebbe presto arenato senza la sua sapiente guida e le sue potenti intuizioni. Se siamo ancora qui, dopo venticinque anni, è solo grazie a chi ha creduto in noi. Per questo ringrazio i 15mila iscritti al bollettino Adapt che, insieme ai nostri soci, hanno garantito con generosità e determinazione la sostenibilità del progetto. E ringrazio anche i tanti giovani, più di un migliaio tra dottorandi, apprendisti, talenti, che hanno creduto nella nostra proposta educativa e formativa. Giovani che hanno davvero preso in mano il testimone provando a praticare questo modo nuovo di fare università. Dove la contaminazione e il dialogo in termini di pari dignità tra la teoria e la pratica sono la regola”. |















