Lavoratori sempre meno soddisfatti

JobPricing, in collaborazione con InfoJobs, ha mappato il livello di soddisfazione degli italiani nei confronti del proprio pacchetto retributivo. Dall’indagine emerge una platea di lavoratori insoddisfatti, che lamentano soprattutto l’assenza di meritocrazia.

soddisfazione retributiva

di Giorgia Andrei |

Oltre 2.000 lavoratori dipendenti hanno partecipato alla survey on-line promossa, per il quinto anno consecutivo, da JobPricing e volta a sondare il livello di soddisfazione degli italiani nei confronti del loro pacchetto retributivo.

Il Salary Satisfaction Report 2020 è focalizzato su sei dimensioni: equità (sono pagato il giusto rispetto al mio ruolo e rispetto agli altri?); competitività (sono pagato in linea col mio valore di mercato?); performance e retribuzione (sono pagato in proporzione al mio contributo individuale?); trasparenza (capisco e ho chiari i criteri di politica retributiva del mio datore di lavoro?); fiducia e comprensione (condivido i criteri di gestione delle retribuzioni della mia azienda?); meritocrazia (le ricompense vanno davvero a chi se le merita?).

PARAMETRO INDICE 2020 TREND 2020-2016 TREND 2020-2019
SODDISFAZIONE COMPLESSIVA 3,7 – 0,1 – 0,4
EQUITA’ 4,2 – 0,6 – 0,3
COMPETITIVITA’ 4,7 0,0 – 0,3
PERFORMANCE E RETRIBUZIONE 3,7 0,0 – 0,4
TRASPARENZA 4,7 + 0,2 – 0,3
FIDUCIA E COMPRENSIONE 3,7 – 0,2
MERITOCRAZIA 3,2 – 0,6 – 0,4

 

“Siamo alla quinta edizione della survey e possiamo dire qualcosa anche sull’evoluzione della soddisfazione dei lavoratori rispetto al loro stipendio”, commenta Alessandro Fiorelli, Ceo di JobPricing. “In particolare, sono tre gli aspetti fondamentali che si sono confermati nel tempo, dal 2016 fino ad oggi: in primo luogo, la soddisfazione è bassa e il suo andamento sostanzialmente piatto; in secondo luogo, il grado di soddisfazione è fortemente correlato con la percezione di equità e con quella di meritocrazia, che però sono a livelli bassi (soprattutto la seconda) e in costante calo negli ultimi cinque anni; infine, si conferma che i soldi sono importanti, ma non sono tutto. Oltre il 70% degli intervistati sarebbe infatti disponibile a scambiare una mensilità di stipendio fisso per qualcos’altro, come un investimento sullo sviluppo professionale, e che, fra i motivi di scelta di un posto di lavoro, le relazioni personali sono equivalenti alla retribuzione”.

Il fattore economico è ancora una priorità nella valutazione di un nuovo posto di lavoro, ma non è tra i primi posti nelle motivazioni addotte quando si tratta di cambiare o meno lavoro. “Mi pare una conferma di una cosa che imprenditori e responsabili del personale sanno molto bene: puoi attrarre un talento con i soldi, ma non lo convincerai mai a rimanere solo per quelli”, aggiunge Fiorelli.

La retribuzione come fattore igienico

Secondo i risultati dell’indagine, la retribuzione si conferma un fattore igienico: se non è percepita come adeguata produce demotivazione, ma non è detto che la motivazione cresca al crescere dello stipendio.

Le cose migliorano quando entrano in gioco altri elementi del pacchetto retributivo come premi variabili individuali, incentivi a lungo termine, benefit e welfare. Questo potrebbe spiegare perché dirigenti e quadri sono mediamente più soddisfatti.

La soddisfazione complessiva sembra essere collegata in modo direttamente proporzionale ai fattori di equità e di performance e retribuzione. Per ottenere un livello di soddisfazione positivo, allora, potrebbe essere una mossa corretta adeguare lo stipendio al valore del lavoro (posizione) e al valore della persona (prestazione), ossia offrire retribuzioni simili a parità di condizioni e differenziare gli stipendi in base al contributo individuale.

“I risultati confermano alcuni aspetti che conosciamo bene, grazie all’interazione con gli utenti della nostra piattaforma”, commenta Filippo Saini, Head of Job di InfoJobs, partner di JobPricing nella realizzazione dell’Osservatorio.

“Ad esempio, il compenso è naturalmente una delle chiavi motivanti la necessità di cambiamento, ma il clima aziendale e le possibilità di formazione e carriera risultano fondamentali quando si arriva al momento di scegliere se cambiare lavoro o rimanere dove si è. Le nostre aziende sembrano saperlo bene, tanto è vero che ci hanno indicato l’employer branding come un must, imprescindibile per attrarre nuovi talenti e trattenere i propri. Un altro trend importante di quest’anno è la formazione, perché ‘upskilling’ e ‘reskilling’ consentono di creare professionalità tailor made, riqualificare la forza lavoro dove necessario e progettare percorsi di carriera concreti, supportati da una formazione specifica per lo sviluppo delle competenze richieste”.

Non c’è soddisfazione

Nel complesso i lavoratori non sono soddisfatti delle loro retribuzioni né degli altri componenti del pacchetto retributivo: il giudizio è leggermente negativo per i principali componenti del “reward” (soddisfazione complessiva, equità, competitività, performance e retribuzione, trasparenza, fiducia e comprensione e meritocrazia), mentre arriva a un giudizio fortemente negativo per la meritocrazia. Inoltre, la soddisfazione complessiva cala, e di molto, se è presente solo lo stipendio fisso.

Diminuisce con l’inquadramento e cresce con la dimensione aziendale: per la prima volta negli ultimi quattro anni il livello di soddisfazione è in peggioramento rispetto all’anno precedente (da 4.1 a 3.7). L’insoddisfazione è quasi totale (da 3.0 del 2019 a 2.7 del 2020) per chi non percepisce altri elementi oltre alla retribuzione fissa. Le uniche valutazioni positive arrivano da quadri e dirigenti, per tutti gli altri siamo abbondantemente sotto la sufficienza.

L’equità retributiva è in costante peggioramento da cinque anni (da 4.9 nel 2015 a 4.2 nel 2020) e i lavoratori non assumono una posizione precisa se gli vie- ne chiesto di paragonare la propria retribuzione con quella di mercato, sottolineando il fatto che c’è ancora molta confusione rispetto alle retribuzioni.

Allo stesso modo, la retribuzione non è percepita come proporzionata alla performance individuale: circa il 60% dei lavoratori esprime un giudizio negativo che diventa fortemente negativo in presenza di solo retribuzione fissa. Si percepisce proporzione solamente dove sono presenti altri elementi del pacchetto retributivo, come premi non monetari, retribuzione variabile individuale e incentivi a lungo termine. Il tema della meritocrazia è il punto di più forte insoddisfazione, con oltre il 40% dei lavoratori che ne lamenta una totale assenza. Le aziende non premiano i migliori secondo i lavoratori e questa convinzione è particolarmente forte fra gli operai. Soltanto la presenza di incentivi di lungo termine determina una percezione (leggermente) positiva.

Restare o cambiare?

I primi fattori nella scelta di un posto di lavoro sono le relazioni interpersonali e la busta paga, ma le relazioni, che passano da un punteggio di 8.7 a uno di 9.0, sono sempre più importanti.

Hanno un peso anche gli elementi intangibili di natura non monetaria, primo su tutti la formazione e le possibilità di sviluppo di carriera. Oltre 2 lavoratori su 3 cambierebbero lavoro per un miglioramento dello stipendio fisso: tuttavia sono in crescita, come fattori valutati nella scelta, sia la possibilità di sviluppo e formazione sia la possibilità di conciliare tempo di vita e tempo di lavoro. Circa un lavoratore su due sceglie di restare nell’attuale posto di lavoro per le relazioni interpersonali tra colleghi e da- tori di lavoro, poco meno di uno su due per l’ambiente di lavoro e circa uno su tre per l’equilibrio vita-lavoro.

Lo stipendio del collega è sempre più alto

Il 70% dei rispondenti all’indagine rinuncerebbe a una mensilità della propria retribuzione fissa in cambio di altri elementi, non necessariamente economici: il più auspicato è poter rientrare in percorsi per il proprio sviluppo professionale.

La quota di questi lavoratori (26,8%) è molto vicina a quella dei lavoratori che in nessun caso si priverebbero di una parte dello stipendio (29,5%). La busta paga non basta ed è sempre più bassa di quella dei colleghi: in tutte le categorie contrattuali analizzate, i lavoratori indicano che la loro retribuzione per essere “giusta” dovrebbe essere più alta di circa il 25%. Il 63% dei lavoratori ritiene inoltre, con un’evidente distorsione percettiva, di guadagnare meno di coloro che in altre aziende svolgono la medesima professione.