Diamo un senso al welfare

In un contesto di crescente pressione sul potere d’acquisto, il welfare aziendale sta diventando una componente stabile della retribuzione. Affinché rappresenti una risposta efficace ai bisogni reali della persona, però, serve un approccio che ne consideri, innanzitutto, il valore sociale

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Il welfare aziendale è sempre più una componente stabile e continuativa della retribuzione.

di Virna Bottarelli |

Il welfare aziendale è sempre più una componente stabile e continuativa della retribuzione.

Secondo un recente rapporto di Randstad, si è affermato in Italia come strumento capillare, utilizzato quotidianamente dai lavoratori. Dall’analisi, condotta su 40 milioni di euro di welfare erogato, emerge che i fringe benefit sono arrivati a quasi il 74% del credito utilizzato. Il loro valore è cresciuto del 34% rispetto all’anno precedente e quasi sette volte (+615%) rispetto al 2021. I fringe benefit rappresentano un significativo vantaggio fiscale per il datore di lavoro, che gode infatti di esenzioni fino a 1000 euro per dipendente e fino a 2000 euro nel caso di dipendente con figli a carico. Il rapporto evidenzia che la maggior parte del credito welfare utilizzato (84%) riguarda gli acquisti. A dimostrazione di un utilizzo orientato soprattutto ai consumi immediati: buoni per supermercati, e-commerce e carburante. Non mancano anche attività di svago, come vacanze e attività per il tempo libero. Nei rimborsi, invece, uno su quattro riguarda le spese sanitarie e un altro quarto le spese scolastiche dei figli.

Jacqueline Verdicchio, Head of welfare business di Randstad, ritiene che i dati mostrino “come il welfare aziendale sia diventato un pilastro essenziale della strategia HR. Da un lato è un reale vantaggio fiscale per le imprese, dall’altro uno strumento molto apprezzato dai lavoratori, il primo alleato contro l’inflazione. In un contesto di crescente pressione sul potere d’acquisto, infatti, soprattutto i fringe benefit si sono affermati come la risposta più immediata ed efficace ai bisogni dei lavoratori. Perché consentono di intervenire direttamente sulle spese quotidiane”. Dal lato delle aziende, invece, si tratta di “uno strumento efficiente per trasformare il costo del lavoro in valore netto per i dipendenti”.

Il welfare aziendale è questione di strategia

Adottando una politica di welfare, quindi, le imprese investono in soluzioni flessibili, che generano valore reale e percepito. E provano a dare ai dipendenti un buon motivo per restare in azienda. Ma è davvero così? Un’altra analisi che offre spunti interessanti in tema di welfare aziendale. È il report “State of the Global Workplace 2026” di Gallup, che indica che in Europa solo il 12% della forza lavoro si dichiara attivamente coinvolta e soddisfatta. Lasciando un allarmante 88% di lavoratori e lavoratrici in uno stato di disimpegno e malumore evidenti. Con un impatto diretto sul clima aziendale (15%) o di distacco e scarsa motivazione (73%).

Si parla, allora, del rischio di carewashing, perché pare che tra la retorica aziendale sulle politiche di cura e benessere e la reale esperienza vissuta quotidianamente dalle persone ci sia un disallineamento importante. Ad approfondire l’argomento Emanuela Molteni, Consulente del Lavoro di Zeta Service Lumina, in occasione della tappa di Bari del Roadshow che l’azienda, in collaborazione con Satispay, dedica all’evoluzione del welfare aziendale. “Per le imprese oggi è fondamentale sviluppare una conoscenza approfondita delle normative sul welfare italiano, superando una visione meramente adempitiva”, dice Molteni.

“Comprendere e interpretare correttamente i cambiamenti consente di trasformare i vincoli normativi in leve strategiche. Capaci di rafforzare l’organizzazione, aumentare l’attrattività verso i talenti e non offrire semplici agevolazioni ma elementi chiave per ottimizzare la gestione dei costi e migliorare il benessere economico delle persone”. Della stessa opinione Michela Cosa, Welfare Corporate Regional Manager di Satispay: “La vera sfida oggi non è tecnologica, ma culturale. Le imprese che stanno vincendo sono quelle che hanno smesso di considerare il welfare un obbligo contrattuale, facendolo diventare parte della propria strategia di crescita”.

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