Essenza e qualità della formazione finanziata

La pubblicazione delle nuove Linee Guida per i Fondi Interprofessionali ha stimolato un dibattito tra gli analisti e gli esperti di politiche attive del lavoro: ecco il pensiero di Adapt e la riflessione sulla qualità della formazione finanziata secondo il rapporto Inapp

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I timori di Adapt sulle nuove linee guida e la riflessione sulla qualità della formazione finanziata secondo il rapporto Inapp

La pubblicazione delle nuove Linee Guida ha stimolato un dibattito tra gli esperti delle politiche attive del lavoro e della formazione finanziata.

Tra questi, una voce particolarmente critica è quella di Adapt, l’associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali. In un commento elaborato da Matteo Colombo, direttore della Fondazione Adapt, Giorgio Impellizzieri, Adapt Senior Follower, e Michele Tiraboschi, coordinatore scientifico di Adapt, si sottolinea positivamente il fatto che il decisore politico si mostri particolarmente attento al tema della formazione continua. E l’ampliamento dei ruoli dei Fondi in questo ambito.

Ma si evidenziano anche alcuni aspetti che minerebbero l’autonomia dei Fondi stessi. Secondo Adapt, lo Stato attribuisce ai Fondi un ruolo sempre più centrale, ma ne vincola in modo stringente l’operatività quotidiana, limitandoli a meri erogatori di risorse economiche. I Fondi, però, non sono nati come articolazioni amministrative dello Stato. Piuttosto come “strumenti delle relazioni industriali, espressione delle parti sociali che li hanno costituiti. La loro vocazione originaria non è quella di sostituirsi agli attori pubblici, ma di affiancarli, valorizzando la prossimità ai fabbisogni di imprese e lavoratori”. Il rischio è il progressivo sganciamento dei Fondi dai sistemi di relazioni industriali da cui essi traggono origine e legittimazione.

Attenzione alle relazioni industriali

Si teme anche che un modello fortemente regolato, centrato su adempimenti formali, indicatori quantitativi e capacità di spesa, possa finire per ridimensionare il ruolo delle parti sociali. Con ricadute negative proprio su quello che dovrebbe essere il cuore dell’attività dei Fondi: la formazione.

“Indebolire il legame con la contrattazione collettiva e con i contesti produttivi di riferimento significa favorire, paradossalmente, lo sviluppo di un mercato della formazione, potenzialmente autoreferenziale, orientato più alla gestione e all’allocazione delle risorse che all’integrazione virtuosa tra formazione, produttività e occupabilità. In assenza di un ancoraggio forte alle relazioni industriali, la formazione rischia infatti di risolversi in un’offerta standardizzata, governata da logiche di marketing (prima) e di rendicontazione (poi), piuttosto che da una lettura condivisa dei fabbisogni reali di imprese e lavoratori”.

Riflessione sulla qualità della formazione finanziata

In chiusura del dossier sui Fondi Interprofessionali merita una citazione il rapporto Inapp curato da Laura Evangelista e Daniela Carlini sulla qualità della formazione continua, pubblicato a dicembre 2025. Il rapporto confronta i dispositivi di accreditamento dei Fondi con gli indicatori europei Eqavet.

Questi indicatori sono dieci:

  • diffusione dei sistemi di qualità;
  • investimento nella formazione;
  • tasso di partecipazione;
  • tasso di completamento;
  • tasso di occupazione;
  • uso delle competenze;
  • disoccupazione;
  • gruppi vulnerabili;
  • fabbisogni del mercato;
  • schemi di orientamento.

Dall’analisi emerge, in generale, un’applicazione piuttosto limitata dei criteri di qualità raccomandati dall’Unione europea. I Fondi dovrebbero potenziare la loro capacità di presidiare con professionalità i processi formativi, proprio per garantirne una migliore qualità. Il discorso è complesso, perché coinvolge tutti gli attori della formazione finanziata, gli enti di formazione, le imprese e le Regioni.

Ma il messaggio lanciato dal rapporto Inapp è chiaro: “occorrerebbe inquadrare il tema della garanzia della qualità della formazione partendo da principi comuni condivisi da tutti gli attori e declinati poi in indicatori di qualità adeguati alle diverse tipologie di offerta formativa. Potrebbe essere questa una prospettiva valida all’interno della quale avviare una riflessione generale sull’accreditamento dei soggetti pubblici e privati chiamati ad erogare servizi formativi di interesse pubblico”.

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