Il peso della sindrome dell’impostore in ufficio

Secondo una rilevazione di Hays e Serenis, la sindrome dell'impostore riguarda ben 7 italiani su 10, e si manifesta principalmente in occasione dell’inizio in un nuovo ruolo (39%), o nel confronto con i propri colleghi (31%), mentre il 18% la prova durante il processo di selezione

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Secondo una rilevazione di Hays e Serenis, la sindrome dell'impostore riguarda ben 7 lavoratori italiani su 10

Sentirsi inadeguati rispetto al proprio ruolo, mettere in dubbio le proprie competenze o non riuscire a riconoscere il valore dei risultati raggiunti: sono alcune delle manifestazioni più comuni della sindrome dell’impostore.

Una sensazione che molti professionisti sperimentano e che spesso non riflette una reale mancanza di capacità, ma una percezione distorta del proprio valore. Lo mette in luce una rilevazione di Hays, in collaborazione con Serenis. Secondo la ricerca, infatti, 7 italiani su 10 dichiarano di averla provata almeno una volta e oltre il 30% la sperimenta spesso.

Cosa scatena la sindrome dell’impostore?

Tra le situazioni che possono far emergere con maggiore forza questa sensazione, al primo posto c’è l’inizio di un nuovo ruolo, indicato da quasi 4 italiani su 10. Un momento che può portare a mettere in discussione le proprie capacità e il proprio valore professionale. Anche il confronto con i colleghi può alimentare dubbi e insicurezze, come segnalano circa 3 italiani su 10. Segue il processo di selezione per una nuova posizione, indicato dal 18% dei rispondenti. Solo l’11% afferma di non conoscere il fenomeno.

Dal punto di vista clinico, la sindrome dell’impostore non è una patologia, ma un’esperienza psicologica caratterizzata dall’incapacità di internalizzare i propri successi”, spiega Martina Migliore, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e Head of Business Learning & Culture di Serenis. “Si manifesta attraverso un ciclo cognitivo disfunzionale in cui il soggetto, nonostante prove oggettive di competenza, attribuisce i risultati a fattori esterni (fortuna, errore altrui). Questo genera un sovraccarico emotivo dettato dalla ‘paura dello smascheramento’, che spesso conduce a strategie di coping disadattive come l’over-working (iper-preparazione) o il procrastinare per evitare il giudizio. Alimentando elevati livelli di stress e ansia da prestazione che di fatto, impattano negativamente sulla produttività e sullo sviluppo professionale”.

Quali sono i lavoratori più colpiti?

La sindrome colpisce trasversalmente, ma è prevalente nei profili “high-achiever” e in chi affronta transizioni di carriera, come confermato dal 39% dei dati Hays. È comune tra le donne e le minoranze, a causa di bias sistemici che rendono più faticoso il riconoscimento della propria autorevolezza. Anche i giovani talenti sono vulnerabili, poiché tendono a misurare il proprio valore esclusivamente attraverso standard di perfezionismo irrealistici.

Inoltre, in contesti ad alta competitività il confronto con altri colleghi può farsi spietato. Si perdono di vista l’equità e le differenze individuali e di vita. Un collega molto giovane, non genitore e con una situazione socioeconomica di partenza favorevole, sarà probabilmente facilitato rispetto a una donna di mezza età, caregiver separata con tre figli. Questo non significa affatto, però, che quest’ultima non possa avere lo stesso valore del collega. Anzi, proprio dal suo contesto difficile potrebbero scaturire capacità extra.

Secondo Alessio Campi, People & Culture Director di Hays Italia, “le aziende hanno un ruolo fondamentale nel riconoscere i segnali della sindrome dell’impostore e nel creare contesti in cui le persone possano sentirsi ascoltate e supportate. Un dialogo continuo tra manager e risorse, insieme a feedback costanti e costruttivi, può aiutare a intercettare questi momenti di difficoltà e a ricondurli alla loro reale dimensione”.

5 consigli contro la sindrome dell’impostore

Pur considerando le innumerevoli condizioni personali e professionali esistenti, ecco cinque strategie che strizzano l’occhio alla parte lavorativa e a quella psicologica.

  • Validazione oggettiva: archiviare feedback e risultati per contrastare il bias di svalutazione interna.
  • Riformulazione cognitiva: trasformare il “non sono capace” in “sto imparando una nuova competenza”.
  • Decostruzione del perfezionismo: accettare l’errore come parte fisiologica del processo lavorativo, non come fallimento identitario.
  • Condivisione protetta: aprirsi con mentor o colleghi fidati aiuta a universalizzare il vissuto, riducendone il peso.
  • Lavoro terapeutico: esplorare le radici del senso di inadeguatezza per integrare stabilmente i successi nell’immagine di sé.

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