Gen Z stare: tra protezione, autenticità e nuova estetica

Valeria Fiorenza Perris, Psicologa e Clinical Director, offre insieme a Unobravo una chiave di lettura del fenomeno dal punto di vista psicologico e sociologico

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Una chiave di lettura psicologica del fenomeno del Gen Z stare

Il cosiddetto Gen Z stare non è soltanto uno sguardo vuoto: questa espressione seria, impassibile e senza sorriso, che spopola dai video su TikTok fino ai selfie su Instagram, è ormai un segno culturale distintivo.

A differenza dei sorrisi perfetti che vediamo sui social media, lo sguardo neutro della Gen Z appare intenzionale, sollevando interrogativi su identità, autenticità e sul modo in cui i giovani gestiscono la costante esposizione online. Valeria Fiorenza Perris, Psicologa e Clinical Director, offre una chiave di lettura dal punto di vista psicologico e sociologico.

Protezione emotiva

Le espressioni neutre possono funzionare come una forma di regolazione emotiva. In questo modo è possibile mettere un confine, creando una barriera difensiva tra ciò che si prova e ciò che si mostra all’esterno, tutelando la propria emotività senza esporla al giudizio degli altri. Uno sguardo serio e privo di sorriso contribuisce a creare distanza emotiva, facendoli sentire più protetti e salvaguardando il loro benessere.

Esposizione online e fatica emotiva

La Gen Z è stata la prima generazione a crescere con il volto costantemente in mostra tra selfie, stories, videochiamate o dirette. L’essere costantemente esposti può aumentare insicurezza e paura di essere giudicati, alimentando con il tempo ansia e malessere. Il Gen Z stare può quindi essere letto in modo simile a un meccanismo di difesa: mostrando meno, ci si protegge dalla fatica di un’attenzione incessante ed invasiva.

Anti-canoni di bellezza e nuova estetica

Invece di rincorrere l’estetica patinata del cosiddetto “Instagram face”, molti ragazzi della Gen Z provano a ribaltare ciò che è solitamente ritenuto socialmente desiderabile. Sovvertendo standard omologanti e stringenti di bellezza e preferendogli espressioni più crude, ambigue o persino imbarazzate. La neutralità emotiva, in questo senso, finisce per rappresentare un vero e proprio linguaggio estetico, persino ironico, e sicuramente un messaggio per chi osserva.

In conclusione, secondo Valeria Fiorenza Perris “il Gen Z stare non è più di  uno sguardo vuoto o apatico. Bensì, può riflettere il desiderio di rappresentare all’esterno le pressioni della vita digitale e un nuovo possibile approccio alla rappresentazione di sé. È un modo silenzioso ma potente di stabilire dei confini in un mondo iper-connesso“.

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