Imprese in cerca di competenze per la “green economy”

Le imprese italiane sembrano essere sempre più sostenibili e in cerca di personale con competenze in materia di ambiente; una ricerca di Excelsior rivela che una impresa su due richiede al personale che intende assumere il possesso di competenze “green”.

competenze green

di Greta Gironi |

Nell’ambito della crisi ecologica che sta interessando il pianeta, assumono un ruolo centrale le strategie volte a efficientare l’uso dell’energia, a risparmiare energia e a migliorare la sostenibilità ambientale delle produzioni, riducendo inquinamento e sprechi di risorse naturali.

In questo panorama, quali sono le strategie adottate dalle imprese per cogliere al meglio le opportunità della green economy e lasciarsi alle spalle la crisi? Le imprese italiane stanno innovando i propri processi introducendo tecnologie green o stanno investendo in capitale umano ricercando profili con specifiche competenze green?

L’indagine Excelsior, svolta da Unioncamere e Anpal, propone una lettura integrata delle due strategie, indagando la domanda di lavoro attivata dalle imprese. Il focus sulle competenze green richieste dalle imprese ai diversi profili professionali consente anche di cogliere e qualificare le evoluzioni in atto nella domanda di lavoro che dovranno essere al centro dell’attenzione delle politiche volte a favorire l’occupazione, l’occupabilità e la formazione, l’aggiornamento e l’ampliamento delle competenze richieste dal mercato del lavoro.

Chi e come investe nella “green economy”

L’indagine Excelsior ha rilevato nel 2017 i programmi di assunzione di circa 1,3 milioni di imprese; circa la metà di queste (49,9%) richiede ai profili in entrata il possesso di competenze green, quali l’attitudine al risparmio energetico e la sensibilità alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività aziendali. Un dato significativo, che va ad affiancarsi, a quello delle imprese che dichiara di aver già investito o di volere sostenere investimenti in prodotti e tecnologie green in grado di assicurare risparmio energetico e sostenibilità ambientale (27,1%).

Se nel 2011 la quota sul totale si attestava sul 14,3%, nel 2017 tale quota è aumentata di 1,6 punti percentuali arrivando al 15,9%, segno di una accresciuta sensibilità ambientale da parte delle imprese. Oltre alle imprese che investono in tecnologie green, vi è anche un consistente nucleo di imprese che non solo assume ma, nel pianificare le proprie assunzioni, investe su personale dotato di “green skills”.

È dunque la green economy uno dei driver della domanda di figure professionali e, non è un caso, che a investire maggiormente nella green economy siano le imprese più dinamiche, le esportatrici e le innovatrici, spinte dalla necessità di mantenere elevata l’asticella della competitività efficientando i processi e sviluppando prodotti ecocompatibili. E nel perseguire tale obiettivo, riveste un ruolo centrale il capitale umano, considerato che investono in competenze green oltre il 66% delle imprese che innovano e circa il 61% delle imprese che esportano.

Investono maggiormente in competenze green quei settori che nel tempo sono stati chiamati a rinnovarsi per rispondere alle esigenze di riduzione dei consumi energetici finali e di sostenibilità ambientale.

La propensione a investire nelle competenze del capitale umano è più evidente in alcuni ambiti settoriali, quale il comparto chimico-farmaceutico-petrolifero dove circa il 62% delle imprese investe in competenze green, così come nelle imprese di quei comparti, quali le public utilities (energia, gas, acqua, ambiente) e, in particolare, le costruzioni che hanno beneficiato maggiormente delle policy a sostegno della riduzione dei consumi energetici finali.

Oltre il 55% delle imprese del comparto delle costruzioni che ha attivato nuovi contratti nel 2017, lo ha fatto rivolgendo oltre la metà delle sue richieste a profili in possesso di competenze green. Nei servizi sono le imprese caratterizzate da consumi energetici elevati, come alberghi, ristoranti, trasporti e logistica, sanità e assistenza privata, a richiedere lavoratori con competenze green.

Dall’indagine emerge, inoltre, che vi è un discreto numero di imprese che ha adottato entrambe le strategie, concentrate in particolare nelle industrie della gomma e delle materie plastiche, nelle public utilities e nella logistica.

Professionalità difficili da trovare

Qual è dunque l’impatto della “green economy” sul mercato del lavoro? Emerge che la “green economy” sta richiedendo sempre più a tutte le figure professionali competenze e abilità specifiche capaci di corrispondere alla sfida di cogliere le opportunità offerte dalla riconversione in chiave sostenibile del modello di sviluppo.

Il cambiamento che sta investendo il mercato nel lavoro non riguarda tanto la creazione o l’attivazione di nuovi “green jobs”, quanto la richiesta di nuove abilità che interessano tutte le figure professionali.

Non sempre però le imprese riescono a trovare profili con le competenze green richieste. Il mismatch si ha in misura maggiore per le professioni intellettuali e scientifiche (38%), per quelle tecniche (32,4%) e per gli operai specializzati (30,8%). Sono difficili da trovare anche insegnanti e ingegneri chimici, petroliferi e dei materiali.

Le imprese dichiarano di incontrare notevoli difficoltà anche nel reperire tecnici esperti in applicazioni, tecnici meccanici e tecnici programmatori, così come operai specializzati nell’utilizzo di macchine utensili e nei processi di verniciatura, operai coinvolti nella lavorazione delle pelli e nella riparazione di automobili.

In questo scenario, rivestono un ruolo centrale le politiche relative all’occupazione, alla formazione e all’aggiornamento delle figure professionali, necessarie per favorire e accompagnare una maggiore occupabilità di chi è alla ricerca del primo impiego, nonché la riqualificazione e riconversione della forza lavoro presente in azienda.

Le competenze “green” più ricercate

L’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si rivela la prima competenza richiesta, subito dopo le cosiddette soft skills. Essa si posiziona prima delle capacità comunicative scritte e orali in lingua italiana e di quelle straniere e prima delle competenze digitali e della conoscenza degli strumenti per la comunicazione visiva e multimediale, e subito dopo la capacità di lavorare in gruppo, di risolvere problemi, di lavorare in autonomia e la flessibilità e l’adattamento.

Delle 4.092.500 entrate previste nel mercato del lavoro per ben il 76,8%, cioè 3.143.190 unità, la competenza green è considerata una competenza necessaria per svolgere la propria professione.

Guardando il dato relativo alla percentuale delle entrate per le quali è richiesta l’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale per gruppo professionale, ciò che emerge e che sono i gruppi a vocazione più tecnologica ad esprimere in percentuale una richiesta più cospicua: 82,5% per la professioni tecniche e 79,9% per gli operai specializzati.

All’interno dei gruppi, poi, troviamo percentuali alte per quanto riguarda figure che esplicitamente possono trovare impiego nei settori dell’edilizia green e dell’efficienza energetica: dai tecnici della gestione di cantieri edili, tecnici meccanici, installatori di linee elettriche, riparatori e cavisti, elettricisti nelle costruzioni civili, tecnici della produzione manifatturiera.


Le 10 professioni per cui l’attitudine “green” è più richiesta

  1. Installatori di linee elettriche, riparatori e cavisti
  2. Tecnici della produzione e preparazione alimentare
  3. Tecnici meccanici
  4. Manovali e personale non qualificato di costruzione/manutenzione opere pubbliche
  5. Idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e di gas
  6. Tecnici della sicurezza sul lavoro
  7. Addetti alla sorveglianza di bambini e professioni assimilate
  8. Ingegneri elettronici e in telecomunicazioni
  9. Tecnici della gestione di cantieri edili
  10. Meccanici e montatori apparecchi industriali termici, idraulici, ecc..

L’Internet of Things traina il “green”

Ci sono settori d’avanguardia dove la pervasività dell’elemento green si è affacciato in maniera evidente. Si veda il settore dell’Internet of Things il cui mercato, secondo i dati del Politecnico di Milano, ha toccato nel 2016 i 185 milioni di euro, con una crescita del 23% sull’anno precedente.

Di questo mercato oltre un quarto dei prodotti commercializzati ha riguardato soluzioni domotiche che afferiscono alla gestione di servizi legati a un uso più razionale dell’energia.

Perché se è vero che il 31% di tutti i prodotti concerneva tecnologie per sistemi per la sicurezza, il 28% ha riguardato il controllo remoto degli elettrodomestici (10%), la gestione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento (8%), il monitoraggio dei consumi dei dispositivi elettrici (10%).

In questo senso, dunque, non stupisce che, per esempio, per i disegnatori industriali si registri il 54,8% di importanza medio-alta per la competenza ambientale.

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