Per l’unità del mondo del lavoro

Un sindacato, quello presentato da Francesco Paolo Capone, segretario generale di Ugl, che guarda all’Italia in un’ottica espansiva e lungimirante, con l’obiettivo di rendere il Paese un luogo dove è conveniente produrre, nell’ambito di un rigoroso rispetto delle tutele e dei diritti del lavoro.

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di Laura Reggiani |

Tra le maggiori confederazioni sindacali italiane, Ugl rappresenta pensionati e lavoratori di ogni settore economico, pubblico e privato.

Nasce nel 1950, come Cisnal, per poi rinnovarsi e ampliare la propria base associativa nel 1996, quando si trasforma nell’Unione Generale del Lavoro, e opera per la tutela dei diritti economici e sociali di tutti i lavoratori, in una prospettiva di superamento definitivo della concezione politica di classe sociale e delle sue conseguenze ideologiche, in favore dell’unità del mondo del lavoro e della partecipazione dei dipendenti alla gestione delle imprese. Si rivolge ai lavoratori dipendenti, ma anche a coloro che operano all’interno delle nuove tipologie contrattuali, ai pensionati e alle persone in cerca di occupazione, offrendo servizi che si diramano a livello settoriale e territoriale in tutto il territorio nazionale.

Alla guida di Ugl come segretario generale c’è Paolo Francesco Capone, a cui abbiamo chiesto di raccontarci del suo sindacato, della sua visione del nuovo mondo del lavoro e delle nuove sfide che lo attendono.

Quali sono stati i cambiamenti più rilevanti nel paradigma delle relazioni industriali dal 1996, anno di fondazione del vostro sindacato, a oggi?

Il periodo che va dalla metà degli anni Novanta ad oggi è stato caratterizzato dall’impatto della globalizzazione economica e dalla diffusione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Queste sono state le principali novità che hanno influenzato il sistema produttivo e il mondo del lavoro, trasformandolo in modo significativo. In un contesto difficile come quello a cavallo fra i due millenni, il nostro obiettivo è stato difendere non solo i diritti faticosamente conquistati dai lavoratori, ma anche lo stesso modello sociale italiano ed europeo, ritenendo che la chiave per una efficace competizione economica nel contesto di un’economia globalizzata e tecnologizzata non vada cercata nella compressione delle tutele lavorative e sociali, ma nella modernizzazione del sistema – dal punto di vista infrastrutturale, energetico, fiscale – e nella tutela degli asset strategici italiani, per un rilancio economicamente e socialmente duraturo e sostenibile della produzione e dell’occupazione nazionale.

In uno scenario che vede diffondersi nuove forme di lavoro, quali sono i valori di riferimento per un sindacato che deve continuare a tutelare i lavoratori (e il lavoro)?

I valori di riferimento del nostro sindacato non sono affatto cambiati: dignità, salute e sicurezza, riconoscimento della centralità del lavoro sono i nostri punti di riferimento, indipendentemente dalle contingenze e dalle tipologie contrattuali dei lavoratori che rappresentiamo. Tutelare i lavoratori e tutelare il lavoro significa concretamente difendere da un lato la produzione, evitando quindi i mali dei nostri tempi, delocalizzazione e deindustrializzazione, dall’altro i lavoratori stessi, che devono sempre poter operare in modo sicuro ed equamente retribuito, nel pieno rispetto dei loro diritti. Dal nostro punto di vista, per trovare una a volte difficile quadratura del cerchio fra queste due esigenze complementari e ugualmente necessarie alla difesa del lavoro e dei lavoratori, occorre puntare verso la corresponsabilizzazione dei lavoratori stessi nelle scelte dell’impresa.

Come ha impattato la crisi del 2020 sui lavoratori da voi rappresentati? Avete dei dati a riguardo?

Tra febbraio 2020 e lo stesso mese del 2021 gli occupati in Italia sono scesi di 945mila unità, arrivando a quota 22 milioni e 197mila, -590mila i dipendenti, fra i quali 372mila i posti a termine non rinnovati, 355mila gli autonomi in meno. Questi i dati sull’occupazione italiana dopo la crisi Covid, con naturalmente tra questi lavoratori anche una parte dei nostri rappresentati. Numeri drammatici, nonostante misure importanti e necessarie come il blocco dei licenziamenti e la Cig Covid. La crisi devastante scaturita dall’epidemia da Covid-19 sembra tuttora sottovalutata e servono risposte urgenti per evitare che nel prossimo futuro, tra aziende che non riusciranno ad andare avanti e sblocco dei licenziamenti, la situazione possa restare critica o addirittura peggiorare.

Come è stato vissuto lo “Smart Working” nei settori sui quali avete visibilità? Come pensate che debba proseguire questo percorso verso il lavoro agile e con quali regolamentazioni?

Circa 6milioni e mezzo di dipendenti, fra settore pubblico e privato, hanno lavorato in modo agile nel periodo peggiore del primo lockdown. Poi il numero di lavoratori in Smart Working si è attestato sulla soglia dei 5 milioni di persone. A causa dell’emergenza Covid è stata sperimentata in forma massiccia una modalità lavorativa che prima della pandemia era già praticabile, ma che, per ragioni più che altro culturali, era poco considerata dalle aziende ed era attuata solo marginalmente.

Lo Smart Working presenta da un lato dei vantaggi per i lavoratori, oltre che per le aziende e la società in generale, dall’altro anche, però, degli elementi di criticità. In particolare, dal punto di vista dei dipendenti, l’aspetto maggiormente positivo è quello del bilanciamento fra vita lavorativa e privata, specie per pendolari, con l’eliminazione dei tempi morti per lo spostamento casa-ufficio. Quanto alle criticità, esse riguardano essenzialmente orari, reperibilità, dotazione e manutenzione delle strumentazioni, aspetti economici, mantenimento delle relazioni con l’azienda, crescita professionale. Per trovare una quadra sull’argomento è fondamentale fare una distinzione basilare: un conto è ricorrere allo Smart Working durante la crisi sanitaria, un altro è pensare all’uso di questo strumento in condizioni di normalità. Nel primo caso, come misura emergenziale, è necessario usarlo in ogni occasione nella quale sia possibile, per tutelare il complesso del Paese dal diffondersi del virus. Nel secondo, che speriamo diverrà realtà a breve, questo strumento andrà disciplinato in modo diverso, bilanciando vantaggi e svantaggi, garantendo ai dipendenti tutele e diritti, tanto sul luogo di lavoro quanto da remoto, e usando questa nuova modalità lavorativa, ove possibile, per permettere a chi ne abbia bisogno una migliore conciliazione fra vita professionale e privata.

Il 2020 è stato anche l’anno del Ccnl siglato da Assodelivery e Ugl Rider: vuole rispondere alle critiche che diverse parti hanno sollevato?

Il Ccnl Rider stipulato tra Ugl e AssoDelivery ha rappresentato un importante passo avanti per i lavoratori della categoria, che fino a quel momento non avevano né tutele né diritti. Fatto che è doveroso sottolineare alla luce degli attacchi verso il contratto stesso e verso il nostro sindacato. Il nostro Ccnl ha recepito quanto stabilito dal Governo nel cosiddetto Decreto Rider, fissando un compenso minimo, pari a 10 euro per ora lavorata, ovvero in base al tempo per svolgere ogni consegna, garantendo un’indennità per maltempo, festività, lavoro notturno, attribuendo ai Rider dei bonus per consegne effettuate, pari a 600 euro ogni 2.000, e riconoscendo anche un incentivo minimo orario di 7 euro nelle città di nuova apertura, dove il mercato non riesce da subito a garantire un numero sufficiente di ordini.

Con il Ccnl sono state previste anche dotazioni di sicurezza gratuite, obbligo di formazione e di copertura assicurativa, divieto di discriminazione, pari opportunità, rispetto della privacy e diritti sindacali, l’impegno a contrastare il fenomeno del caporalato. Sulla questione dell’autonomia, gli stessi Rider, quelli veri, la preferiscono per poter scegliere quando, quanto, dove e come collaborare e anche, nel caso, se non accettare una richiesta di consegna. Tutto è perfettibile, ma si tratta nel complesso di un buon accordo. Rispediamo al mittente le critiche perché non guardano al contenuto del Ccnl, ma si basano su preconcetti ideologici e/o sulla difesa non dei ciclofattorini, ma dei propri interessi di parte. Non solo: le aggressioni violente contro le nostre sedi avrebbero dovuto essere stigmatizzate in modo maggiormente compatto dal mondo sindacale, politico e mediatico.

La sicurezza sui luoghi di lavoro è da sempre un tema al centro dei vostri interessi. Come si concretizza questa attenzione al problema?

Nonostante l’attenzione quest’anno si sia comprensibilmente concentrata sul Covid e sulle problematiche derivanti dalla pandemia, è necessario, continuare a tenere accesi i “riflettori” sul tema della salute e sicurezza sul lavoro. Nel nostro Paese si verificano ancora, purtroppo, moltissimi infortuni professionali e troppe morti bianche. Il caso recente di Luana D’Orazio, la giovane operaia deceduta a seguito di un incidente nell’azienda tessile in cui lavorava, ha commosso l’opinione pubblica e squarciato un velo sulla questione della sicurezza sul lavoro. I dati sono chiari: nei soli primi due mesi del 2021 sono già state 104 le morti sul lavoro in Italia. L’Ugl si occupa costantemente del tema, nelle singole aziende con i propri rappresentanti, come a livello regionale e nazionale nel confronto con le Istituzioni ed anche attraverso la nostra campagna ‘Lavorare per vivere’, mediante eventi organizzati in tutto il Paese. Il ministro Orlando si è mostrato intenzionato a rafforzare gli strumenti a tutela della salute e della sicurezza, dal canto nostro chiediamo interventi di sistema, strutturati, sul fronte della formazione, delle procedure, della modernizzazione degli strumenti in azienda, anche tramite incentivi, del rafforzamento della macchina dei controlli, con la costituzione di un’agenzia unica ispettiva.

Come si pone Ugl rispetto alla riforma pensionistica e a quella degli ammortizzatori sociali, due temi “caldi” per i prossimi mesi?

Si tratta di due questioni essenziali per il futuro del mondo del lavoro e in generale dal punto di vista socioeconomico. Sul fronte pensioni l’Ugl a suo tempo sostenne convintamente “Quota 100”, una misura utile non solo per i diretti interessati, i lavoratori più anziani, ma anche per le aziende, per consentire un turn-over, e per i giovani, per avere maggiori opportunità di inserirsi in modo stabile nel mondo del lavoro.

Ora che Quota 100 è in scadenza, occorre pensare a una riforma improntata sulla massima flessibilità in uscita, l’unica soluzione non solo socialmente, ma anche economicamente sostenibile. Sarebbe profondamente sbagliato tornare alla Legge Fornero, rivelatasi fallimentare, una legge che era fondata sulla logica miope dell’austerity, che metteva in difficoltà lavoratori e aziende e che si basava su un collegamento diretto tra età pensionabile e aumento dell’aspettativa di vita, immaginandola in perenne ascesa e invece ora, tra l’altro, diminuita a causa del Covid. Per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali, è urgente intervenire prevedendo un piano senza precedenti, che si fondi non solo sul sostegno economico, ma anche su efficaci politiche attive, tramite una complessiva riforma dei centri per l’impiego, visto e considerato il fallimento dei cosiddetti ‘navigator’, uno strumento di mera propaganda elettorale che non è servito a garantire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro.

Quali sono i tavoli di contrattazione più delicati che vi vedono impegnati in questo periodo?

I tavoli sono tanti e tutti ugualmente importanti. Da un lato abbiamo le grandi aziende, che sono significative non solo dal punto di vista occupazionale, ma anche come asset strategici fondamentali per la ripresa economica dell’intero Paese, pensiamo al trasporto aereo o al settore siderurgico, ad esempio. Ma, dopo la pandemia, con le sue ripercussioni sul mondo del lavoro, non possiamo dimenticare altri settori delicatissimi, che hanno particolarmente sofferto gli effetti economici conseguenti alle misure di contenimento del virus. In particolar modo turismo e commercio, settori nei quali sono presenti tante imprese piccole e piccolissime e che pure, insieme, occupano milioni di lavoratori dipendenti. Un altro argomento sensibile nel prossimo futuro sarà quello della regolamentazione del lavoro agile, nel settore privato come in quello pubblico, una volta superata l’emergenza Covid e l’accesso semplificato allo Smart Working.

Che cosa rappresenta il tema della formazione professionale per Ugl? Dove pensa ci sarà più bisogno di formazione nei prossimi anni? Qual è il vostro rapporto con i Fondi interprofessionali?

La formazione professionale resta una chiave di volta fondamentale per rendere, da un lato, competitive le nostre imprese e, dall’altro, per aiutare i lavoratori a inserirsi o reinserirsi nel mondo del lavoro. Puntare su un programma di politiche attive, orientato al medio e lungo periodo, per favorire la formazione e la ricollocazione dei lavoratori, intercettando la richiesta di personale qualificato da parte delle imprese, è un obiettivo strategico per il Paese.

Altrettanto indispensabile sarà eliminare le rigidità burocratiche che ostacolano l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, all’interno di un mercato sempre più fluido e dinamico. A nostro avviso, sulla base delle evoluzioni in corso, lo scenario economico nei prossimi mesi e anni sarà caratterizzato dalla nascita di nuove professioni e vedrà emergere alcune aree trainanti dal punto di vista non solo economico, ma anche occupazionale, come la sanità, l’informatica, la comunicazione, il marketing, l’alimentare e tutti i settori interessati dalla transizione digitale ed energetica. Dunque, si deve a maggior ragione tornare a ribadire l’importanza della formazione professionale per affrontare per tempo e con i migliori risultati, economici, occupazionali e sociali, questi cambiamenti.

Ugl partecipa attivamente e con ottimi risultati al sistema della formazione continua, tramite Fonditalia e Fondolavoro, i fondi interprofessionali dei quali è parte costituente, ritenendo fondamentale l’aspetto formativo al fine di incrementare il livello di competitività delle imprese italiane da un lato e di aumentare le possibilità collocazione professionale dei lavoratori dall’altro.

Ci può indicare le priorità da affrontare nel breve periodo per dare una svolta positiva all’occupazione in Italia?

Dopo la fase emergenziale, purtroppo ancora in corso, nella quale sono indispensabili strumenti straordinari come blocco dei licenziamenti, Cig covid e ristori, per tamponare la situazione e impedire un collasso economico e occupazionale, una volta ristabilita una piena normalità, sarà necessario intervenire sulle annose lacune del nostro sistema, per innescare la ripresa e quindi favorire un aumento – quantitativo e qualitativo – dell’occupazione.

Fra le priorità da affrontare il prima possibile per l’Ugl ci sono un fisco che incentivi la produzione e il lavoro, le politiche energetiche, il potenziamento delle infrastrutture e dei trasporti, gli investimenti in ricerca, istruzione e formazione e delle politiche industriali e commerciali capaci di difendere e rafforzare la produzione nazionale. Un’ottica espansiva e lungimirante, insomma, che renda il Paese un luogo nel quale è conveniente produrre, nell’ambito di un rigoroso rispetto delle tutele e dei diritti del lavoro. L’unica strada per una competitività economicamente e socialmente sostenibile e capace di generare buona occupazione.

Chi è Francesco Paolo Capone

Francesco Paolo CaponeNato a Roma nel 1961, Paolo Capone è sposato e ha tre figli. Nel 1982 ha partecipato alla missione “Libano 2” a Beirut come sottufficiale paracadutista del Battaglione San Marco. Impiegato di banca, aderisce alla Cisnal Credito, di cui nel 1987 diventa segretario provinciale. Quando la Cisnal si trasforma in Ugl, nel 1997 diventa responsabile dell’Ufficio Formazione Quadri. Nel 2015 viene eletto Segretario Generale con l’obiettivo di rilanciare l’attività del sindacato, aumentare la base associativa e ricostruire la reputazione dell’organizzazione. Dà inizio a una stagione di rinnovamento dei quadri sindacali, dei rapporti istituzionali, delle relazioni con la politica e con il mondo sindacale internazionale.

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