Bulimia burocratica

Cronache di ordinaria follia dai tempi del Covid-19: un’analisi degli ammortizzatori sociali attualmente operativi, ma soprattutto delle complesse procedure e dei folli adempimenti burocratici necessari al loro ottenimento.

Ammortizzatori sociali

di Luigi Beccaria* |

Negli ultimi tempi ho preso un’abitudine piuttosto inusuale: trascorro quasi tutti i (pochi) momenti liberi della mia giornata ad aggiornare compulsivamente le pagine di almeno dieci siti di informazione diversi, in larga parte (ma non esclusivamente, non disdegnando alcune capatine anche sui principali quotidiani stranieri, foss’anche solo nella speranza di vedere appagato il sentimento che i tedeschi chiamano di Schadenfraude); molti di questi siti (o le pagine social connesse ad essi) prevedono la possibilità per gli utenti di commentare le news (tipicamente consistenti nelle previsioni di virologi in ordine alla presumibile data di fine della pandemia, spesso apocalittiche e sempre contrastanti tra di loro), e così, nel variopinto caleidoscopio umano che ne emerge, è possibile imbattersi in personaggi che auspicano un’immediata riapertura delle imprese, dei parchi, dei ristoranti (delle gabbie, sarei propenso ad aggiungere), argomentando, bisogna ammettere non del tutto irragionevolmente, che un simile blocco – certamente senza precedenti nella storia italiana – comporterà il collasso della già fragile economia del Belpaese.

Sfortunatamente non posso concedermi il lusso di condividere queste tesi, considerando che scrivo dalla Lombardia, che è sì la regione più ricca d’Italia, ma è anche (o proprio per questo, vale a dire a causa del suo dinamismo, della sua propensione al commercio e alle relazioni con l’esterno? Questa valutazione la lascio agli esperti) nettamente la più colpita dalla pandemia: per cui, per quanto come noto ai lombardi eufemisticamente non dispiaccia lavorare (e conseguentemente guadagnare: ma trovo, sulla base della mia personale esperienza, che nello stereotipo del lumbard che ama il lavoro per il lavoro ci sia un qualche fondamento di verità), penso che sia sacrosanto risolvere prioritariamente l’emergenza sanitaria (su cui, pur con un ovvio rimpallo di responsabilità tra Stato ed Enti locali che rende, insieme alle indubbie attenuanti, difficile – e comunque non spettante a me, se non nella mia veste di abitante del territorio, direttamente interessato per la propria incolumità – individuare dove e in chi risieda la primigenia responsabilità del disastro, ci sono stati errori e omissioni), relegando la questione economica a un aspetto straordinariamente importante, ma soccombente rispetto a quella che mi sembra la reale priorità, cioè la risoluzione dell’emergenza sanitaria, l’eliminazione di quel senso incombente di angoscia.

I diritti delle partite Iva

Detto questo, il contenimento procede; chi ha avuto la fortuna di sopravvivere, giustamente, inizia ora a porsi interrogativi di carattere economico, sociale, politico, dei quali sono più titolato a parlare: per cui, precisato che nessuna somma di denaro, nel mio giudizio, vale un ricovero, un’intubazione o addirittura la vita, ho intenzione di trattare nel presente contributo le misure economiche, e specialmente gli strumenti di integrazione salariale, che il Governo (è interessante, anche se non del tutto sorprendente, notare come in tutta questa vicenda il Parlamento abbia svolto il ruolo di comparsa) ha adottato per fronteggiare le (disastrose) conseguenze economiche derivanti dall’emergenza sanitaria.

Una premessa: voglio circoscrivere il discorso solo agli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro per i lavoratori dipendenti; va da sé che lo Stato ha un disprezzo tale per le partite Iva che già mi sorprende l’elargizione (peraltro, al momento in cui scrivo, ancora assolutamente teorica) di una “mancia” una tantum di 600 euro, anche se ci si sarebbe potuta indubbiamente risparmiare la figuraccia sul malfunzionamento dell’Inps (anch’esso però non sorprendente, per chi tutti i giorni ci opera come il sottoscritto) e la barbarie del clic day.

Si può discutere del perché una categoria di persone che lavora debba essere privata, oltre che dei minimi diritti sull’orario di lavoro, indennità di malattia, Tfr, ferie e permessi, anche di un trattamento dignitoso (quale almeno teoricamente la cassa integrazione è) in una situazione del genere: ma tutele del genere mancavano anche in momenti storici contraddistinti dall’egemonia di una classe dirigente ideologicamente meno contraria al lavoro in proprio (o meno contraria al lavoro in sé, tenendo conto che Tridico, presidente dell’Inps è considerato l’ideologo del Reddito di Cittadinanza, che, faccio notare per incidens, gratifica i nullafacenti della stessa somma con cui vengono indennizzate le partite Iva, o, se proprio vogliamo capire quanto siamo conciati male, anche i dottorandi e i ricercatori – sì, anche quelli in medicina), per cui vorrei focalizzare la parte principale del contributo sulla categoria che teoricamente è più protetta, cioè quella dei lavoratori subordinati.

Farraginosità e burocrazia

La cosa che mi sorprende di più, e parlo, svolgendo la professione di Consulente del Lavoro, letteralmente da una trincea, da soggetto straordinariamente interessato in prima persona, è che, nell’ottica di una serie di provvedimenti assunti direttamente dal presidente del consiglio (Dpcm), o comunque dall’esecutivo che presiede (Decreti Legge), considerando che si tratta di un soggetto che non è un “politico di professione”, ma che nelle sue vite precedenti era un professionista (un avvocato, oltre che docente universitario), che per la carriera professionale che ha fatto ipotizzo abbia trascorso intere serate in studio, a lavorare, ultimare pratiche, maledicendo verosimilmente la farraginosità burocratica della macchina statale, il suo sovraccarico di lacci e lacciuoli: per questo mi sembra assurdo che un soggetto che non è sempre rimasto barricato nell’ovatta protettiva e distaccata della politica, così lontana da quel formicaio iperattivo che sono gli studi professionali e in generale il lavoro di tutti i giorni nelle aziende, abbia avallato dei provvedimenti che, al di là del loro contenuto economico, senza dubbio deteriore, ma probabilmente parametrato sulle (scarse) disponibilità a disposizione, siano contraddistinti da un simile patologico livello di farraginosità e burocrazia inutile.

A ogni livello (non solo i Consulenti del Lavoro, cioè i soggetti più investiti dal problema, sia individualmente sia a livello associazionistico, ma anche qualunque cittadino, lavoratore e imprenditore, che abbia un minimo di buonsenso e non navighi nell’oro) si è rilevata, e trovo grave e assurdo che questo non sia stato discusso “ai piani alti” (a meno che, come sono giunto a sospettare, ciò non sia stato fatto scientemente, con il deliberato scopo di “prendere tempo” in attesa di trovare tutto il denaro necessario), la follia costituita dal non creare un ammortizzatore sociale unico, con una procedura grandemente semplificata.

Gli strumenti di integrazione salariale

A uso e consumo dei lettori, invece, sintetizzo il panorama attuale, con tutte le conseguenti enormi difficoltà operative: gli ammortizzatori sociali attualmente operativi sono quattro, riassumibili nelle quattro sigle scioglilingua Cigo, Cigd, Fis, Fsba. Ognuna di queste ha una diversa procedura, varie complicazioni, distinti adempimenti burocratici (alcuni dei quali assolutamente folli, come la necessità di acquisire la firma digitale dell’imprenditore: il che, tenendo conto che il tessuto economico della Lombardia, la regione più colpita, è in larga parte costituito da piccole imprese artigiane con poca o nulla familiarità con l’evoluzione tecnologica, dà un’idea di quanto mal concepita sia la disciplina allestita per l’emergenza, che di emergenziale ha ben poco); molte di queste procedure prevedono, inoltre, l’obbligo di interfacciarsi con i sindacati, e posso testimoniare in prima persona di alcune ipotesi di sindacalisti messi di traverso sull’approvazione di alcuni verbali, i quali, peraltro, prevedevano anche il pagamento anticipato a carico aziendale!

Vi è inoltre un’enorme disarmonia all’interno dei vari strumenti predisposti, se è vero che tutte le piccole imprese artigiane hanno per ammortizzatore sociale l’Fsba, un fondo bilaterale di categoria: ebbene, nonostante i vari decreti prima, e l’Inps successivamente (a mezzo della circolare n. 47, ormai ben nota tra tutti gli operatori), abbiano chiarito che tutte le aziende del settore artigiano debbano poter fruire del detto ammortizzatore, onde evitare distorsioni sociali e sperequazioni, il suddetto fondo ha ritenuto di negare o vincolare alla regolarizzazione del pregresso (in un momento di catastrofica assenza di liquidità!) le aziende non in bonis (perché magari corrispondevano un elemento sostitutivo, trovandosi così, se mi si perdonate la terminologia un po’ poco accademica, “cornuti e mazziati”), creando così, oltre al dramma sociale di una platea di dipendenti rimasta priva di alcun reddito, un’evidente disparità di trattamento, in quanto – mi rendo conto che sto descrivendo qualcosa di assurdo – un’azienda rientrante nell’alveo della Cigo, che non fosse in regola a livello contributivo, avrebbe comunque i dipendenti tutelati da un ammortizzatore in costanza di rapporto, mentre un’azienda artigiana no!

Io non so da dove derivi questa attrazione italica per la bulimia burocratica, ma mi sento di aggregarmi al coro di chi sostiene a gran voce la necessità di rispondere a una situazione unica ed eccezionale in un modo unico ed eccezionale: e cioè senza fronzoli e senza burocrazia.

IL GLOSSARIO DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

Con il termine ammortizzatori sociali si intende tutta una serie di misure che hanno l’obiettivo di offrire sostegno economico ai lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. Sono dunque strumenti a cui devono ricorrere le aziende che si trovano in crisi e devono provvedere a riorganizzazione la loro struttura e, dunque, a ridimensionare il costo del lavoro.

  • Cigo | Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria
  • Cigs | Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria
  • Cigd | Cassa Integrazione Guadagni in Deroga
  • Fis   | Fondo Integrazione Salariale
  • Fsba | Fondo di Solidarietà Bilaterale per l’Artigianato


* Luigi Beccaria è partner di Studio Elit, collabora con l’Università degli Studi di Milano e con l’Università Cattolica del Sacro Cuore.