Il bello del “training on the job”

Il contratto di apprendistato torna a essere appetibile, ma si rendono necessarie delle azioni volte a riconoscere il contenuto formativo come elemento caratterizzante e non come mera seccatura burocratica per accedere a un costo del lavoro inferiore.

apprendistato

di Laura Reggiani |

Elaborato da Inapp per conto del Ministero del Lavoro e in collaborazione con Inps, il XVIII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato intitolato “L’apprendistato tra continuità e innovazione”, presenta la situazione dell’occupazione in apprendistato nel nostro Paese nel periodo 2016-2017, mettendo in luce una rinnovata vitalità dell’apprendistato dopo il crollo dovuto alla crisi economica prima e all’introduzione degli incentivi per il contratto a tempo indeterminato poi.

A fronte di segnali positivi vi sono però ancora alcune ombre su questa tipologia di contratto che in Italia continua a dimostrarsi interessante per le imprese e vantaggioso in termini di costo del lavoro, ma che non riesce ad ancorarsi stabilmente come canale di acquisizione di competenze specifiche, orientato cioè alla vera formazione dei giovani lavoratori, da far crescere e fidelizzare in azienda.

I numeri dell’apprendistato

Nel 2017 continuano ad aumentare le assunzioni in apprendistato in controtendenza con l’andamento decrescente rilevato tra il 2010 e il 2015 quando le assunzioni sono crollate dalle 285mila unità del 2010 alle 203mila del 2015, con una riduzione del 28,7%.

L’inversione di tendenza si è verificata nel 2016, anno in cui si è registrato un aumento del 30% e si è confermata nel 2017 con un ulteriore 22,8% di crescita. L’aumento ha riguardato soprattutto il Sud (+59%) e il Centro (+26%) e in seguito nel 2017, anche il Nord (+24,2%).

Tale positivo andamento è legato in parte al miglioramento del tasso di occupazione giovanile, ma soprattutto all’influenza che hanno avuto gli interventi normativi.

Come noto, le Leggi di Stabilità 2015 e 2016, allo scopo di promuovere forme di occupazione stabile, hanno introdotto un esonero, totale per tre anni e parziale per due anni, dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro.

Se il primo intervento ha reso più conveniente per le imprese assumere con il contratto a tutele crescenti, il secondo ha invece agito in senso contrario, accrescendo il vantaggio competitivo dell’apprendistato.

Crescita al Sud e nel commercio

Per quanto riguarda il numero medio di rapporti di lavoro in apprendistato la crescita è più evidente al Sud (+18,7%), mentre nel Nord e nel Centro si registrano incrementi inferiori (+10%). Tuttavia, la Lombardia continua a essere la regione con il maggior numero di apprendisti (17,6% sul totale), seguita da Veneto, Emilia-Romagna e Lazio. Dal punto di vista settoriale, l’artigianato, un tempo settore di riferimento per l’apprendistato rappresenta oggi solo un quarto del totale; il 55% degli apprendisti è occupato in imprese del commercio (20%), della manifattura (18%) e dei servizi di alloggio e ristorazione (16%).

Incidenze più basse si registrano nei servizi sociali e alla persona (10%), nelle attività professionali e servizi di supporto alle imprese (7,8%), nelle costruzioni (7,6%) e nella metalmeccanica (6,7%). Per quanto riguarda l’utenza, si conferma la quota preponderante (49%) di apprendisti di età compresa tra i 18 e i 24 anni; oltre il 40% appartiene alla classe 25-29 anni e il 9% si colloca tra gli over 29.

Nei minori si rileva il maggiore dinamismo, sebbene rappresentino solo l’1% del totale. Complessivamente, l’età media è di 24,7 anni.

Domina il contratto professionalizzante

Nel 2017 sono stati inseriti nei percorsi di formazione pubblica programmati dalle Regioni 131.445 apprendisti, dei quali il 95,1% con contratto professionalizzante, il 4,5% con contratto di primo livello (per la Qualifica o il Diploma) e solo lo 0,4% con contratto di terzo livello (per l’alta formazione e la ricerca).

Il coinvolgimento nelle attività formative degli apprendisti del canale professionalizzante è in linea con il tasso di copertura generale. I tassi di copertura regionali registrano comunque notevoli differenze: nel 2016 il valore più alto è stato pari al 91% conseguito in Emilia-Romagna, seguita dal Veneto con il 62% e dalla Lombardia con il 56%, mentre nel 2017 si è ridotto al 61% rilevato in Veneto, seguito dall’Emilia-Romagna con il 50% e dal Piemonte con il 49%.

Per quanto riguarda invece l’apprendistato di primo livello, si riscontra in generale un peso percentuale ridotto e in lieve diminuzione. Nel Nord si registra la presenza maggiore (69%) e, in particolare, nel Nord-Est si concentra circa il 40% del totale degli assunti.

Poco utilizzato per l’alta formazione e la ricerca

Delle tre tipologie di apprendistato quella di alta formazione e ricerca continua a essere la meno utilizzata, con un numero medio di rapporti di lavoro molto esiguo e in diminuzione e un peso pressoché stabile nei confronti delle altre due tipologie. In Piemonte e in Lombardia, dove il sistema di offerta formativa è più consolidato e strutturato, si concentra il 76,2% degli apprendisti di terzo livello.

Per quanto riguarda i tipi di percorsi avviati, il master conserva il primato (64% del totale degli apprendisti di terzo livello in formazione). Valori più bassi si rilevano nei percorsi di istruzione tecnica superiore (9%), nel dottorato di ricerca (8%) e nella laurea (5%).

Si conferma la tendenza a utilizzare l’apprendistato di alta formazione e ricerca quale strumento di inserimento nelle imprese soprattutto di giovani altamente qualificati. Continuano invece a non essere implementati i percorsi formativi in apprendistato che consentono di assolvere al periodo di praticantato ai fini dell’abilitazione professionale.

I fattori che ostacolano lo sviluppo di questa tipologia contrattuale sono spesso di tipo burocratico o collegati alla gestione delle molteplici procedure amministrative necessarie per l’attivazione dei contratti. Ulteriori criticità riguardano le difficoltà, da parte degli atenei, nell’adattamento dell’offerta formativa accademica al fabbisogno aziendale in funzione del tipo di mansione e del settore produttivo di riferimento.

Migliorare l’impatto dell’apprendistato

Per quanto riguarda invece le misure che potrebbero essere adottate per migliorare l’impatto dell’apprendistato, sia in termini formativi che occupazionali, il rapporto suggerisce alcune azioni necessarie.

Tra queste: la sensibilizzazione e la diffusione della cultura dell’apprendistato tra i diversi attori del sistema produttivo e formativo per porre in risalto la valenza formativa e professionale del percorso; la promozione di reti territoriali, modelli e strumenti operativi per la creazione di un ponte tra sistema di istruzione, formazione e aziende; la diffusione della conoscenza dello strumento in ambito aziendale e tra i soggetti intermediari (commercialisti, consulenti del lavoro, centri per l’impiego pubblici e privati), per superare i vincoli relativi agli aspetti normativi, contrattualistici e procedurali; il riconoscimento e la certificazione delle competenze acquisite nella formazione; un concreto coinvolgimento delle Parti sociali per sviluppare i rapporti di lavoro in apprendistato in tutti i settori di attività.

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