Benessere in azienda, per 4 su 10 il livello non è buono

Il 41% descrive addirittura una situazione vicina al burnout; tra le cause principali mancanza di riconoscimento, poche opportunità di crescita e carico di lavoro eccessivo. Viceversa diventano rilevanti le soft skill relazionali

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Tack TMI Benessere

Stress prolungato e carichi di lavoro insostenibili? Per molti lavoratori italiani, purtroppo, situazioni di questo tipo sono una realtà nella propria azienda.

In un mercato in cui nel 2025 si sono registrate oltre 2 milioni di dimissioni, il 38% dei lavoratori in Italia (quasi 4 su 10) afferma infatti di non avere un buon livello di benessere sul proprio posto di lavoro. Il dato raggiunge il 55% per coloro che hanno tra i 35 e i 44 anni, e si trovano dunque in una fase della vita lavorativa caratterizzata da pressioni elevate, responsabilità crescenti e maggiore complessità nella conciliazione con la vita personale rispetto ad altre fasce di età.

È questa la fotografia restituita dalla ricerca “Il valore del benessere nel lavoro. Dati, percezioni e strategie per affrontare il cambiamento”, promossa da Tack TMI Italy, branch italiana della società di Gi Group Holding specializzata in Learning & Development, condotta su un campione di 1.500 lavoratori occupati in Italia.

Ascoltare le persone e valorizzare il benessere

“Mentre il 39% degli intervistati dichiara di avere un carico di lavoro difficile da sostenere, il 41% riferisce una situazione di stanchezza frequente, accompagnata da poche energie e difficoltà di concentrazione. Condizioni che, se prolungate, possono compromettere la sostenibilità dell’attività lavorativa e ridurre la capacità di mantenere adeguati livelli di partecipazione e coinvolgimento. Eppure, il benessere in azienda dovrebbe essere oggi una priorità strategica, non soltanto perché determina la qualità dell’esperienza quotidiana delle singole persone e dei team di lavoro, ma perché produce effetti positivi sull’intera organizzazione”, commenta Irene Vecchione, Amministratrice delegata di Tack TMI Italy.

“Un ambiente professionale percepito come di scarsa qualità può influenzare la decisione del singolo dipendente di restare in azienda e la sua disponibilità a investire energie nel proprio ruolo, fino ad arrivare a compromettere l’attrattività generale dell’azienda verso nuovi talenti. Per questo, partendo da un ascolto strutturato delle persone, è più che mai indispensabile passare dalla logica del lavoro come un semplice luogo in cui si condividono task a quella di ambiente: ossia contesti nei quali relazioni, sviluppo delle competenze, organizzazione e cultura contribuiscono congiuntamente al benessere, alle performance complessive e alla crescita del business”.

La survey ha anche evidenziato un divario di genere:

  • il 66% degli uomini esprime una valutazione positiva del proprio livello di benessere;
  • la percentuale scende al 57% quando si guarda al campione femminile.

Ma quanto sono impegnate oggi le aziende sul benessere?

Per quasi 1 lavoratore su 3 (32%) si tratta di un aspetto critico.

  • Il 22% degli intervistati dichiara che nella propria azienda non è attiva alcuna misura specifica dedicata al benessere;
  • una valutazione analoga riguarda il coinvolgimento dei manager, giudicato insufficiente dal 34%;
  • eppure per il 75% degli intervistati il benessere psicologico orienta nella scelta di un eventuale nuovo datore di lavoro.

I motivi di insoddisfazione e soddisfazione

Il bisogno di riconoscimento, unito alla possibilità di crescita professionale, rappresenta una leva decisiva nel rendere positiva l’esperienza di lavoro all’interno dell’organizzazione. Tra gli aspetti che incidono maggiormente sulla mancanza di benessere, infatti,

  • in cima alla classifica si trova la scarsa valorizzazione del proprio contributo, indicata dal 30% del campione;
  • per il 24% la mancanza di opportunità di formazione e crescita professionale;
  • una gestione inadeguata dei carichi di lavoro al 23%;
  • il clima aziendale al 20%.

Di contro, gli aspetti che producono il maggiore impatto sul benessere, bilanciando quelli negativi, sono:

  • per il 39% la relazione con i colleghi;
  • per il 31% la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro;
  • per il 26% la possibilità di effettuare pause e disporre di adeguati tempi di recupero;
  • per il 25% la flessibilità;
  • per il 20% la relazione con il responsabile e il clima interno.

Soft skill per workplace sani

La ricerca ha evidenziato l’esistenza di un legame tra il clima positivo in azienda e le soft skill di tipo relazionale. Sono infatti associate a un miglioramento dell’esperienza lavorativa dal punto vista del benessere:

  • capacità di lavorare in team (32%);
  • capacità di comunicare efficacemente (27%);
  • gestione delle relazioni (24%);
  • intelligenza emotiva ed empatia (22%);
  • gestione del benessere personale, dei conflitti e della pressione (tutte con il 19%).

Le misure più richieste alle aziende per aumentare il livello di benessere

Oltre ai benefit economici indicati dal 50% del campione, i lavoratori chiedono soprattutto interventi capaci di migliorare l’equilibrio tra vita privata e professionale e di rendere più sostenibile l’impegno quotidiano: quindi, flessibilità negli orari di ingresso e uscita e nella gestione dei turni (38%) e smart working, utile per il 36% degli intervistati.

Tra chi ha dichiarato di averne usufruito, le iniziative più efficaci per il wellbeing risultano essere, in ordine:

  • lo smart working per il 62%;
  • la flessibilità oraria per il 49%;
  • pause programmate e garantite per il 42%;
  • il rispetto dei tempi di riposo e il diritto alla disconnessione per il 41%.

“La ricerca mostra con chiarezza il valore del benessere nel lavoro e come debba diventare una componente strutturale del modello organizzativo, non un insieme di iniziative episodiche”, conclude Irene Vecchione. “La domanda di un impegno più sistematico da parte delle aziende è evidente: il 64% dei lavoratori ritiene che le organizzazioni dovrebbero investire di più e con maggiore continuità nel benessere, anche destinandovi risorse oggi impiegate altrove. Diventa quindi fondamentale il ruolo della leadership per progettare soluzioni aderenti alle esigenze reali delle diverse popolazioni aziendali che superino approcci indifferenziati. In questa prospettiva, l’investimento formativo sulle soft skill, a partire dalla capacità di lavorare in team e di comunicare efficacemente, contribuisce al raggiungimento dei risultati, intervenendo sulla qualità delle relazioni nei contesti lavorativi. Si tratta di una dimensione sempre più rilevante sia per il benessere delle persone sia per l’employer branding dell’organizzazione”.

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