Il nuovo superpotere? Non perdere se stessi mentre si cambia

Le nostre vite sono sempre meno lineari: cambiano le famiglie, il lavoro, i ruoli che ricopriamo e le fasi che attraversiamo. Secondo Riccarda Zezza, imprenditrice sociale e autrice, in una società in cui il cambiamento è diventato strutturale la vera competenza non è soltanto sapersi adattare, ma riuscire a mantenere un senso di continuità mentre cambiamo. È la prospettiva della transilienza

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I cambiamenti che attraversiamo nel corso della vita sono sempre più numerosi e spesso modificano profondamente il modo in cui ci definiamo.

Il Rapporto Istat 2026 fotografa una società in cui cambiano le forme della famiglia: il 37,1% delle famiglie è oggi composto da una sola persona, mentre diminuiscono le coppie con figli e aumentano le persone sole separate o divorziate. Ma a cambiare sono anche i percorsi professionali, sempre meno lineari, e i ruoli che assumiamo nel corso della vita.

Un nuovo lavoro può significare imparare a essere una persona diversa professionalmente. Diventare genitori può cambiare priorità, tempo, relazioni e persino il modo in cui ci percepiamo. Una separazione può richiedere di ridefinire la propria quotidianità e la propria identità. Un lutto può lasciare un vuoto che modifica per sempre gli equilibri precedenti. Sono esperienze molto diverse tra loro, ma hanno qualcosa in comune: dopo alcune transizioni non torniamo semplicemente quelli di prima.

“Siamo abituati a pensare alla resilienza come alla capacità di affrontare una difficoltà e tornare allo stato precedente. Ma ci sono esperienze dopo le quali quello stato precedente non esiste più. Una crisi non ci rende necessariamente più forti: può renderci diversi. La domanda allora non è come tornare quelli di prima, ma come accettare che quello che è successo ci trasformi nella persona che siamo diventati”, spiega Riccarda Zezza, imprenditrice sociale, esperta di neuroscienze e autrice, che da anni studia il rapporto tra esperienze di vita, competenze e lavoro.

È da questa prospettiva che nasce il concetto di transilienza: la capacità di riconoscere le risorse e le competenze sviluppate attraverso le nostre esperienze e trasferirle in nuovi contesti e ruoli. Non significa ricominciare da zero ogni volta che la vita cambia, ma portare con sé ciò che si è imparato e trasformarlo in una risorsa per ciò che viene dopo.

Unire ruoli, esperienze e competenze

In una società in cui le transizioni diventano sempre più frequenti, anche l’idea di stabilità può assumere un significato diverso. Non significa rimanere uguali, ma avere abbastanza consapevolezza di sé da poter cambiare senza perdersi.

“La nostra identità non è qualcosa di fisso, ma nemmeno qualcosa da reinventare ogni volta da capo. Il cervello umano ha bisogno di stereotipi per comprendere la realtà, ma ha allo stesso tempo la capacità di romperli quando la realtà cambia e occorre fornirle nuovi significati: abbiamo esperienze, relazioni, competenze e ruoli che possono diventare punti d’appoggio quando uno di questi va in crisi o viene meno. Ed è un vero e proprio superpotere in un’epoca di transizioni continue, come la nostra”, commenta Zezza.

È proprio la molteplicità dei ruoli a poter diventare una risorsa. Non essere soltanto il proprio lavoro, il proprio ruolo familiare o la propria relazione significa avere più punti d’appoggio identitari. Una competenza sviluppata nel lavoro può diventare utile in un contesto completamente diverso: ciò che impariamo diventando genitori – dalla gestione delle priorità alla capacità di affrontare l’imprevisto – può modificare anche il nostro modo di lavorare; ciò che sviluppiamo attraversando una difficoltà personale può diventare una risorsa per affrontare una trasformazione successiva.

“Le nostre esperienze non sono compartimenti separati. Quello che impariamo in un ruolo può accompagnarci negli altri e diventare parte della nostra identità. La transilienza significa anche imparare a riconoscere questo patrimonio, soprattutto nei momenti in cui pensiamo di aver perso un punto di riferimento”, prosegue Zezza.

Quando tutto cambia, fidiamoci di chi siamo

In questo senso, cambiare non significa necessariamente perdere una parte di sé, ma poter costruire una continuità anche dentro la discontinuità. Non siamo definiti una volta per tutte dal lavoro che facciamo, dalla famiglia che abbiamo costruito o dalla fase della vita in cui ci troviamo: siamo anche l’insieme delle esperienze che abbiamo attraversato e delle risorse che abbiamo sviluppato lungo il percorso.

“Non si tratta di una forma di buonismo o di un nuovo modo di parlare di work-life balance, ma di una realtà documentata da una ricerca in corso da oltre dieci anni, che ha coinvolto oltre 70.000 persone e ha dimostrato che, se valutiamo tutti i ruoli della vita, il numero di competenze a disposizione delle persone in ogni ruolo può arrivare a raddoppiare. Perché buttarle via?”, conclude Zezza.

 

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