ROL ed ex festività: uno strumento da ripensare

Secondo Sparq, le ore di permesso rispondono a un'idea di flessibilità che il lavoro ibrido ha già superato. Serve ripensarle in chiave di produttività e non lasciarle come monte ore indifferenziato

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Secondo gli esperti di Sparq, le ore di permesso rispondono a un'idea di flessibilità che il lavoro ibrido ha già superato

Con l’arrivo dell’estate, il tema delle assenze dal lavoro torna al centro dell’attenzione di aziende e lavoratori.

Il problema non sono le ferie, un diritto con base costituzionale con una funzione di recupero psicofisico non negoziabile. Riguarda invece un altro istituto, meno discusso ma altrettanto rilevante: le ore di permesso per Riduzione Orario di Lavoro (ROL) e per le ex festività abolite.

Strumenti nati con una logica precisa: compensare un orario di lavoro rigido e una presenza fisica continuativa in azienda, in un contesto in cui la flessibilità era l’eccezione. Oggi, in molte organizzazioni, quella premessa non esiste più. “Ferie, ROL ed ex festività nascono da esigenze diverse ed è un errore trattarli come un blocco unico”, afferma Pietro Novelli, Founder e CEO di Sparq. “Le ferie servono a recuperare energie e restano un pilastro del benessere delle persone, a prescindere dal modello organizzativo. ROL ed ex festività invece nascono per dare flessibilità. Ma se questa  flessibilità oggi è già garantita dal lavoro ibrido, quella logica va rivista”.

ROL ed ex festività: il tramonto del monte ore fisso

Oggi, il Ccnl Commercio, Terziario e Distribuzione prevede fino a 104 ore annue tra ROL (72 ore) ed ex festività (32 ore) per i dipendenti con almeno 5 anni di anzianità in aziende con più di 15 dipendenti. L’equivalente di circa 13 giornate lavorative aggiuntive, che si sommano alle ferie. Lo stesso monte ore si ritrova simile nei Ccnl Metalmeccanico, Chimico-Farmaceutico, Trasporti e Logistica e Turismo. Non si tratta quindi di un’anomalia del singolo contratto, ma di un meccanismo diffuso trasversalmente ai principali CCNL italiani.

“Questa impostazione ha un limite evidente. Eroga lo stesso monte ore a prescindere da produttività, ruolo o performance. Non premia chi contribuisce di più, e non risponde a chi avrebbe bisogno di più autonomia sul proprio tempo piuttosto che di ore di permesso predefinite. Una parte di quel monte ore potrebbe diventare retribuzione, un’altra potrebbe finanziare modelli più strutturati di autonomia sul lavoro”, aggiunge Novelli.

Come differenziare per produttività e retribuzione 

Qui si intrecciano due temi che vanno affrontati insieme. La produttività, perché un costo del lavoro fisso e indifferenziato non incentiva il contributo individuale. E la retribuzione, perché una parte di quel monte ore potrebbe essere convertita in valore economico o in modelli strutturati di flessibilità, lasciando alle persone la scelta.

Ipotesi che trovano conferma anche nel report Generationship Giovani e Lavoro di Unipol:

  • il 56% dei giovani considera fondamentale contare su orari di lavoro gestibili,
  • il 34% rinuncerebbe a opportunità di carriera per un miglior equilibrio vita-lavoro,
  • il 27% rinuncerebbe a una retribuzione più alta per una maggiore qualità del lavoro.

“Non si tratta di diminuire nessun diritto, né di intaccare le ferie”, conclude. “Si tratta di chiedersi se 13 giornate di permesso fisse, uguali per tutti indipendentemente dal contributo, siano ancora lo strumento giusto per generare valore. Lasciarlo com’è oggi significa non rispondere a un bisogno già ampiamente espresso”.

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