Politiche del lavoro: l’Italia fa ancora poco

La spesa per i servizi e le misure di attivazione per i disoccupati rappresenta lo 0,2% del PIL, a fronte di un valore medio europeo dello 0.6%

Politiche del lavoro, in Italia si investe ancora poco

La spesa per le prestazioni sociali nel nostro Paese è strutturalmente elevata, ma solo una piccola parte è destinata alle politiche del lavoro e alle misure di attivazione per i disoccupati.

Secondo il presidente di Inapp, Sebastiano Fadda, “per molti aspetti l’Italia sembra un paese che resta indietro anche rispetto alla nuova agenda di investimento sociale dettata a livello europeo – commenta il presidente Sebastiano Fadda –. Da questa linea non si discostano le trasformazioni che negli ultimi anni hanno dato luogo a interventi di grande rilievo, a cominciare dal contrasto della povertà. L’introduzione prima del Rei e poi soprattutto del Reddito di Cittadinanza ha comunque rappresentato una indubbia novità rispetto al sentiero istituzionale del welfare italiano. Si riscontra, tuttavia, ancora molta strada da fare per modificare una traiettoria storico-istituzionale consolidata”.

Occorre dunque una spinta più decisa alla ricomposizione della spesa sociale a favore dei servizi. Inoltre, la presenza di diffuse condizioni occupazionali discontinue e a bassa retribuzione pone un serio problema di natura previdenziale. E manifesta l’esigenza di garantire una soglia minima di retribuzione al di sotto della quale per nessun lavoratore sia consentito scendere.

La composizione della spesa sociale italiana

L’area di intervento “vecchiaia e superstiti” copre il 58,3% della spesa sociale. Seguita da “malattia/salute e invalidità” (28,6%), “famiglia/figli” (3,9%), “disoccupazione” (5,7%) e “contrasto alla povertà ed esclusione sociale” (3,5%). Malgrado alcuni cambiamenti marginali, l’Italia continua a costituire nel panorama europeo un paese sbilanciato. Da un lato per la scarsità di investimenti in capitale umano, servizi di cura, conciliazione, politiche attive del lavoro. Dall’altro per un perdurante squilibrio verso i trasferimenti monetari.

Le misure più recenti hanno attutito gli effetti della crisi pandemica, ma resta ancora in ombra il fronte dei servizi sia per la presa in carico socio-assistenziale sia l’attivazione di politiche del lavoro per l’inserimento professionale.

Il peso delle mancate politiche del lavoro

Sul fronte del mercato del lavoro questo si traduce in una bassa partecipazione femminile e un basso livello dell’occupazione ad alto valore aggiunto. E rischia di pesare ancor di più, non solo in prospettiva, la crescita del lavoro fragile. Già nel 2019 le assunzioni a tempo determinato dalla durata inferiore a una settimana rappresentavano circa il 29% del totale. I contratti dalla durata compresa tra una settimana e un mese, sebbene inferiori in valore assoluto, sono in aumento: da circa 50mila a più di 80mila. L’attivazione di contratti di lavoro con una durata fino a 6 mesi è tornata a crescere in maniera più evidente a partire dalla seconda metà del 2016.

Molto spesso lavoratore fragile vuol dire anche lavoratore povero. Il rischio di diventarlo dipende fortemente dal tipo di contratto. Circa il doppio per i lavori part-time (15,8%) rispetto a quelli a tempo pieno (7,8%) e quasi 3 volte superiore per i lavoratori con un lavoro temporaneo (16,2%) rispetto a quelli con contratti permanenti (5,8%). Allo stesso modo, i contratti dalla durata inferiore a un anno sono ampiamente diffusi (18,3%) tra i lavoratori poveri, molto più di quelli con un anno o più di durata (9,1%).

Come nella maggior parte dei paesi europei, l’incremento del numero dei lavoratori poveri è stato accompagnato da un aumento del tasso di povertà e del lavoro precario. Accanto ai lavoratori a tempo determinato, si trovano i lavoratori autonomi. Spesso in situazione di parasubordinazione, con il doppio delle probabilità rispetto ai lavoratori dipendenti di cadere in povertà ed esclusione sociale.

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