Il lavoro tra AI e trasformazioni demografiche

Mentre in passato si analizzava il mercato del lavoro focalizzandosi sul numero di occupazioni create o perse, oggi diventa centrale comprendere come si trasformano le mansioni di ogni profilo professionale. Lo sostengono i ricercatori di Adp Research, secondo i quali AI e demografia sono i principali fattori di cambiamento del mercato del lavoro

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Nel mondo del lavoro diventa centrale comprendere come si trasformano le mansioni di ogni profilo professionale in base all'età.

Le trasformazioni demografiche e l’Intelligenza Artificiale sono gli elementi che, secondo Adp Research, stanno cambiando profondamente il mercato del lavoro.

Attiva da oltre 75 anni, Adp – Always Designing for People – è un punto di riferimento globale nelle soluzioni per HR e payroll per aziende di ogni dimensione, dalle piccole imprese alle multinazionali.

Generazioni e percezioni diverse

A livello globale, il numero di persone over 65 è destinato a raddoppiare entro il 2050, modificando in modo permanente l’equilibrio tra domanda e offerta di lavoro. In Italia, in particolare, secondo il report di Adp Research “People at Work 2025”, assistiamo anche a un forte calo dell’engagement in relazione all’età.

Nel 2025 risulta pienamente coinvolto solo l’8% dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni, contro il 22% nella fascia 18–26. In questa fascia di lavoratori più giovani, solo il 17% ritiene di possedere le competenze necessarie per avanzare professionalmente nei prossimi tre anni. E sono ancora meno i lavoratori più anziani che si sentono sicuri delle proprie skill: negli over 55 sono solo il 6%.

Insomma, la percezione per il proprio futuro lavorativo è generalmente poco ottimista. In media, solo un italiano su dieci si sente tale in merito alle proprie capacità. Eppure, solo i lavoratori che aggiornano le competenze hanno la possibilità di migliorare la propria retribuzione. Aggiornamento e apprendimento continuo non sono più opzionali, ma necessari per trasformare il divario generazionale in un’opportunità di crescita condivisa.

L’Intelligenza Artificiale non è solo per giovani

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la maggiore dimestichezza dei giovani con la tecnologia non si traduce automaticamente in un atteggiamento omogeneo nei confronti dell’AI. Per i più giovani, nativi digitali per eccellenza, l’Intelligenza Artificiale è ormai parte integrante della vita quotidiana. La Gen Z è la generazione più propensa ad adottare regolarmente strumenti di AI generativa per velocizzare compiti quotidiani, dal data entry alla stesura di bozze di codice. Molti, però, temono che l’automazione possa ridurre le opportunità di “gavetta” e di apprendimento delle basi professionali.

Il pensiero della Gen Z

Per questa generazione, l’AI è anche sinonimo di flessibilità: abilita il lavoro da remoto e può rendere possibile una settimana lavorativa più breve. La fascia d’età più giovane, i lavoratori dai 18 ai 26 anni, ha mostrato i cambiamenti più significativi nel sentiment rispetto al 2024. La percentuale di coloro che si dichiaravano fermamente concordi sul fatto che l’Intelligenza Artificiale avrebbe avuto un impatto positivo sul loro lavoro è quasi raddoppiata. Passando dal 10% nel 2024 al 19% nel 2025.

Il ruolo “ponte” dei millenial

I millennial si collocano a metà strada tra le due estremità generazionali, assumendo spesso il ruolo di mediatori. La fiducia nell’impatto positivo dell’AI è al 15%, +5% rispetto al 10% dello scorso anno. Sono loro a guidare l’integrazione dei nuovi strumenti di AI nei team, cercando di bilanciare l’entusiasmo dei più giovani con la prudenza dei senior. L’Intelligenza Artificiale diventa così uno strumento per gestire il sovraccarico di lavoro e migliorare il work-life balance, aumentando la produttività senza compromettere la qualità delle relazioni professionali.

La diffidenza dei senior

I lavoratori esperti mostrano invece un approccio più cauto. La fascia tra i 40 e i 54 anni vanta una percentuale di fiducia pari solo all’8% (+1% rispetto lo scorso anno), mentre la fascia degli over 55 si ferma al 6% (contro l’8% dello scorso anno). Per queste fasce, il valore aggiunto del lavoro resta legato alle competenze umane insostituibili, come leadership, empatia e capacità di gestione dei conflitti. La tecnologia, pur apprezzata, viene vista come uno strumento secondario rispetto alla stabilità e all’autonomia professionale. Comprendere le differenze di percezione e atteggiamento tra le varie fasce d’età sarà fondamentale per costruire ambienti di lavoro inclusivi, innovativi e sostenibili.

Un nuovo trend: il great job unbundling

Nel nuovo contesto economico e tecnologico, Adp Research ha definito great job unbundling il processo attraverso cui le professioni non vengono più interpretate come ruoli statici, ma come insiemi dinamici di attività e mansioni. Ciascuna con un diverso valore economico. L’AI non elimina necessariamente i posti di lavoro, ma interviene in modo selettivo sul contenuto delle professioni, automatizzando alcune attività, rendendone altre più produttive e aumentando il valore di quelle che richiedono competenze umane avanzate, come il problem solving, il coordinamento e la relazione.

Lo ha spiegato bene Nela Richardson, Chief Economist, Esg Officer and Head of Adp Research. “Questo cambiamento segna un passaggio strutturale nell’analisi del mercato del lavoro”, afferma. “Mentre in passato l’attenzione era rivolta principalmente al numero di occupazioni create o perse, oggi diventa centrale comprendere come si trasformano le attività che compongono ogni lavoro. Il valore economico non è più legato al titolo professionale in sé, ma alle singole mansioni che lo definiscono e che possono evolvere rapidamente con l’adozione delle tecnologie digitali”.

Conoscere il nuovo lavoro

In questo scenario, Adp Research, in collaborazione con lo Stanford Digital Economy Lab, sta sviluppando nuovi strumenti di analisi in grado di misurare l’impatto dell’intelligenza artificiale a livello di attività lavorative. L’obiettivo è fornire a imprese, lavoratori e decisori pubblici una lettura più granulare del mercato del lavoro, utile per orientare le politiche di formazione, supportare la transizione delle competenze e ridurre i rischi di disallineamento tra domanda e offerta di lavoro.

Conclude Richardson: “In un’economia guidata dall’AI, la salute del mercato del lavoro non può più essere valutata solo in base al numero di occupati, ma dal valore delle competenze e delle attività svolte. È su questo terreno che si giocherà la competitività dei sistemi economici nei prossimi anni”.

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