di Laura Reggiani |
L’EdTech italiano non è più una promessa da osservare a distanza, ma un’industria con numeri ormai stabilizzati e identità chiara.
Il Rapporto EdTech 2026 dell’Osservatorio Proxima, promosso dal Gruppo Enzima12, restituisce la fotografia di un settore che ha assunto dimensioni rilevanti: 2,7 miliardi di euro di fatturato complessivo e un totale di 11.000 addetti. A colpire è anche la crescita degli investimenti privati, che nel 2024 hanno raggiunto i 74 milioni di euro, segnando un incremento del 174% rispetto all’anno precedente.
“In Italia il mercato risponde”, ha spiegato Alberto Oddenino, presidente dell’Osservatorio Proxima, sottolineando come l’afflusso di capitali sia la prova concreta della maturità. Il rapporto si fonda su un lavoro di mappatura esteso, che in due anni ha identificato 388 start-up italiane attive nel settore. Una base dati che permette di capire non solo la distribuzione geografica, ma soprattutto la direzione verso cui il mercato si sta muovendo.
EdTech, la domanda arriva dalle imprese
Uno dei segnali più nitidi emersi dal rapporto riguarda l’origine della domanda. Se in passato l’EdTech appariva legato alla scuola e alle logiche dell’istruzione pubblica, oggi il motore del mercato è il mondo delle imprese. Il 68% delle start-up mappa, infatti, il proprio modello di business sul B2B. La crescita del corporate learning, dei programmi di reskilling e degli strumenti integrati con le funzioni HR sta ridisegnando l’identità stessa dell’EdTech italiano, che trova nelle aziende il suo principale interlocutore. La composizione dell’offerta conferma questa evoluzione.
Le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale, come i sistemi di tutoring adattivo e le piattaforme di generazione automatica dei contenuti, coprono la quota più significativa del mercato: ammontano al 45% del totale analizzato. Seguono i servizi dedicati a valutazione delle competenze e recruiting. E poi quelli centrati su cybersecurity, soft skill e microlearning. Nell’early stage, la tendenza si acuisce ulteriormente: il 60% delle start-up nasce integrando l’AI generativa come architettura di base.
Servono infrastrutture, non funzionalità
L’ingresso nell’era dell’AI sta ridefinendo non solo i prodotti, ma anche la filosofia progettuale. È una transizione che richiede una visione più strutturata, come sottolinea Fabrizio Gallante, Managing Partner di Enzima12. “Nel mercato dell’AI vince chi costruisce infrastruttura, non chi aggiunge funzionalità”, afferma. Le applicazioni che si limitano a incorporare una feature rischiano di essere superate da un semplice aggiornamento dei grandi player. Al contrario, le piattaforme che governano processi, dati e metriche in modo nativo costruiscono un vantaggio che non può essere sostituito con un prompt. In altre parole: conta l’ossatura, non l’effetto speciale.
La geografia dell’innovazione EdTech
La distribuzione territoriale resta concentrata intorno ai principali hub. Milano conserva il ruolo dominante, seguita da Roma e Torino, che insieme raccolgono oltre la metà dell’ecosistema nazionale. Tuttavia, osservando da vicino lo stadio di sviluppo delle start-up, emergono i primi segnali di riequilibrio. Nell’early stage, infatti, la quota rappresentata dai tre poli scende sensibilmente, lasciando intravedere un allargamento della base creativa verso Sud e Isole. Le quali, nel segmento più giovane del campione, passano da poco più del 12% a oltre il 21%.
Per Piercamillo Falasca, coordinatore dell’Osservatorio Proxima, si tratta di un segnale importante ma non ancora risolutivo. “Vedere buone idee EdTech nascere e crescere anche fuori dai centri tradizionali è certamente positivo. Ma nascere è la parte semplice. La vera sfida arriva dopo, quando bisogna trovare clienti, costruire un mercato, rendersi sostenibili. È su questo che le politiche pubbliche devono concentrarsi”.
Un ecosistema ancora polarizzato
Pur in un contesto di crescita, la struttura dell’ecosistema italiano rimane fortemente polarizzata. Quasi quattro start-up su dieci si trovano in fase early stage, mentre il 43% ha già validato un prodotto e una su cinque è in fase di consolidamento. Ciò che colpisce maggiormente è la distanza economica tra i due estremi.
La quasi totalità delle realtà più giovani non supera i 50.000 euro di ricavi annui o si trova ancora in fase prerevenue. Allo stesso tempo, una minoranza più matura riesce a superare il mezzo milione di euro di fatturato, e quasi la metà dei top performer oltrepassa il milione. L’impressione è quella di un settore che cresce, ma non in modo omogeneo. Molte start-up sono ancora in fase sperimentale, concentrate più sulla costruzione del prodotto che sul mercato, mentre poche realtà iniziano a scalare in senso industriale.
Il nodo strutturale delle competenze digitali
La crescita dell’EdTech italiano convive con un limite strutturale: il livello complessivo delle competenze digitali nel Paese. Meno della metà degli italiani tra i 16 e i 74 anni (45,9%) possiede competenze digitali di base. Il mondo delle imprese non se la passa meglio: nel 2025 solo il 16,4% avrà adottato soluzioni di AI in maniera strutturale. Contro una media europea che si avvicina al 20%. Questo ritardo rischia di frenare la piena adozione delle soluzioni che il mercato sta producendo e impone un investimento continuo sulla formazione, non solo tecnologica ma anche organizzativa e culturale.
Uno scenario globale diventato industriale
Il Rapporto Proxima inserisce la fotografia italiana in un contesto globale che ha ormai abbandonato la logica emergenziale del periodo post-pandemico. L’EdTech internazionale è infatti entrato in una fase più industriale, in cui contano la misurabilità dei risultati, l’integrazione con i processi aziendali e la capacità di garantire trasparenza e sicurezza.
Gli investimenti globali confermano questa tendenza. Nel 2024 hanno raggiunto i 2,4 miliardi di dollari e nel 2025 saliranno a 2,6 miliardi, in un mercato che complessivamente supera i 400 miliardi di spesa per strumenti digitali destinati all’educazione. A trainare è il “corporate learning”, che rappresenta ormai quasi i due terzi del settore, con gli Stati Uniti come mercato di riferimento, grazie agli oltre 102 miliardi di dollari investiti annualmente dalle imprese in formazione, di cui 16 miliardi destinati esclusivamente alle tecnologie (+23% anno su anno).
L’Europa si rafforza nell’EdTech grazie alle regole
Mentre il mercato globale cresce, l’Europa conquista una posizione sempre più rilevante. Tra il 2021 e il 2024 la quota negli investimenti globali EdTech è passata dal 12% al 33%. Non si tratta di un’accelerazione legata alla velocità, ma alla credibilità. Le imprese europee acquistano soluzioni digitali quando sono misurabili, interoperabili e conformi ai criteri di trasparenza, sicurezza e supervisione richiesti dalle normative. L’entrata in vigore dell’AI Act e la piena applicazione della direttiva NIS2, recepita in Italia a fine 2024, stanno rafforzando questa dinamica, trasformando la compliance da obbligo a fattore competitivo.
Alla luce di questi elementi, il presidente Alberto Oddenino sintetizza così il percorso che attende l’Italia: “Il Pnrr ha portato infrastrutture e dotazioni nelle scuole, ma la partita ora si gioca altrove. Sulle competenze delle persone, sulla governance dei dati e sulla capacità reale delle imprese di usare la tecnologia in modo strutturale”. Nel 2026 il vero vantaggio dell’EdTech europeo non sarà più soltanto tecnologico. Sarà la capacità di costruire prodotti misurabili, interoperabili, auditabili e sicuri. In una parola: maturi.

















