di Romano Benini | In questi mesi i numeri e le tendenze del lavoro italiano ci segnalano allo stesso tempo delle opportunità importanti, che derivano dall’aumento della domanda delle imprese, e delle difficoltà da affrontare.
Il dato di fondo che emerge, la tendenza di riferimento di questi e dei prossimi anni cambia strutturalmente il tema del lavoro italiano. In Italia il problema del lavoro non è e non sarà più la mancanza di occupazione, ma soprattutto la carenza di competenze. Si tratta di un cambiamento storico che va affrontato con politiche e strumenti adatti, in buona parte diversi da quelli che sono stati usati negli anni scorsi per contrastare la disoccupazione.
Sui media e nella politica il dibattito sembra a volte fermo ai condizionamenti del passato. Circolano ancora nello storytelling mediatico termini, come disoccupazione e precarietà, che non colgono i cambiamenti intervenuti in questi anni. E, soprattutto, le reali questioni da affrontare.
La corretta rappresentazione della realtà da parte dei media e della politica è un tema importante, perché per affrontare i cambiamenti bisogna per prima cosa saperli riconoscere e comprendere. Una valutazione corretta del mercato del lavoro si definisce in ragione delle tendenze consolidate, in particolare quelle che si determinano nell’arco di un triennio.
La tendenza generale del mercato del lavoro e della formazione in Italia mostra una prospettiva di sicuro interesse, anche per la valutazione dell’impatto delle politiche promosse e per gli interventi da definire e rafforzare per i prossimi anni. Andiamo a vedere cosa ci dicono i dati medi annuali nell’evoluzione delle principali voci del mercato del lavoro, delle competenze e delle condizioni sociali ed economiche dal 2022 a oggi in Italia (dati Istat, Eurostat, Trading Economics).
Occupati e disoccupati
Il periodo 2022-2025 ha comportato una significativa crescita sul piano occupazionale. Un aumento netto di un milione di occupati, arrivati a 24.117mila unità come dato medio del 2025, che determina dal punto di vista della percentuale del tasso di occupazione un aumento dal 60,1 al 62,5%.
Il dato dell’occupazione femminile ha un incremento ancora maggiore, passando da 9.749.000 a 10.266.000 donne occupate, ossia dal 51,1 al 53,8 di tasso di occupazione. È invece stazionario il numero di giovani occupati, anche per via del contestuale significativo aumento dei giovani impegnati in percorsi di studio (che aumentano tra il 2022 e il 2025 di ben 350mila unità).
Il dato della disoccupazione considera le persone che non lavorano e che sono disponibili al lavoro. E sono attivamente impegnate in percorsi di ricerca, formazione e accompagnamento al lavoro. Tra il 2022 e il 2025 il Ministero del Lavoro e le regioni hanno promosso il programma nazionale Gol, che ha determinato effetti significativi e contribuito a migliorare le politiche di attivazione.
Il tasso di disoccupazione è calato dall’8,1% della media del 2022 al 6,1% della media del 2025 (con cali trimestrali fino al 5,3% all’inizio del 2026). Una diminuzione netta del numero dei disoccupati da 2.027.489 a 1.575.612 unità. È importante il calo delle donne disoccupate, da 1.005.485 a 744.534, ossia dal 9,4% al 6,8%. Anche in questo caso con un recupero maggiore di quello maschile.
Interessante l’effetto delle politiche di attivazione sui giovani: il tasso di disoccupazione diminuisce in modo netto e passa dal 18% al 14,4%. Circa 160mila giovani disoccupati in meno nel triennio. Va segnalato che sia il tasso di disoccupazione generale sia quello maschile e giovanile nel 2025 sono scesi al di sotto della equivalente media europea, mentre quello femminile si sta attestando ai valori medi dell’area Euro.
Popolazione inattiva e forza lavoro “potenziale”
Il miglioramento della capacità delle politiche attive di accompagnare al lavoro i disoccupati e l’andamento della domanda di lavoro hanno determinato effetti sulla popolazione inattiva. Una diminuzione tra il 2022 e il 2025 di 500mila unità, con il tasso che scende dal 34,5% al 33,3%. Il dato degli inattivi comprende condizioni diverse e, per almeno i due terzi, riguarda persone inattive che non sono disponibili alla ricerca di lavoro.
Queste condizioni sono in questi anni aumentate. Per esempio con l’aumento delle persone inattive per motivi di studio (circa un terzo). Ma anche di coloro che scelgono di non lavorare per motivi personali o famigliari, fenomeno in crescita anche in altre nazioni come gli Stati Uniti. In Italia abbiamo inoltre ancora un numero piuttosto consistente di persone inattive in età da lavoro, under 64, perché pensionate. Sono ben 1.526.000.
Se consideriamo invece la “forza lavoro potenziale”, ossia le persone inattive, disposte a lavorare ma che non ricercano attivamente il lavoro, questo numero (i cosiddetti “scoraggiati”) è diminuito nel triennio in modo significativo. Passando da più di un milione di unità nella media 2022 al 751mila unità nella media 2025.

Dispersione scolastica e Neet
Il trend dell’abbandono scolastico esplicito (ragazzi tra i 18 e i 24 anni senza diploma superiore o che hanno interrotto la formazione) si conferma in costante calo. Nel 2022 il dato si attestava all’11,5%, scendendo nel 2023 al 10,5% e proseguendo la flessione nel 2024 fino a raggiungere il 9,8%, mentre il dato del 2025 è il 9,4%.
Grazie a questa evoluzione positiva, l’Italia ha superato il dato richiesto dal Pnrr del 10% e si sta progressivamente avvicinando al target fissato dall’Unione Europea del 9% per il 2030. Se il dato medio è in netto miglioramento, vanno considerate tuttavia le questioni del divario geografico e di genere (l’abbandono è generalmente maschile). E soprattutto il problema dei giovani nati all’estero, molto più esposti alla dispersione.
I dati più recenti segnano un importante e sensibile miglioramento del dato dei Neet. Focalizzandosi sulla fascia 15-34 anni, l’Istat certifica che il tasso di Neet nel secondo trimestre del 2024 era del 16,7%. Esattamente un anno dopo, nel secondo trimestre del 2025, si registra una discesa significativa al 14,5% (un calo di 2,2 punti percentuali).
Questo miglioramento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le macroaree, sebbene il Mezzogiorno sconti ancora un’incidenza della condizione di Neet più che doppia rispetto alle regioni del Nord. Il calo del dato medio dei Neet è passato dal 19% del 2022 al 13,3% del 2025 per gli under 29 e dal 20% al 14,5% per gli under 34. I dati del 2026 confermano la tendenza ad una costante diminuzione.
Divario occupazionale: Nord e Sud, uomini e donne
Il dualismo economico tra Nord e Sud è la ferita storica del lavoro italiano, ma in questi anni si è avviata una interessante inversione di tendenza. Nel 2022, il divario tra il tasso di occupazione del Nord (circa 69,4%) e quello del Mezzogiorno (circa 45,4%) era di 24 punti.
Nel 2025-2026, il gap si è ridotto attestandosi intorno ai 18-19 punti. Il Mezzogiorno ha registrato tassi di crescita dell’occupazione superiori a quelli del Nord in termini percentuali, trainato soprattutto dai settori edilizio (fino al 2024) e turistico.
È soprattutto significativo segnalare il calo del divario che è intervenuto per i lavoratori qualificati (laureati): qui la distanza Nord-Sud è scesa a circa 11 punti. Tra il 2023 e il 2025, il mercato del lavoro è stato fortemente trainato dalla crescita dell’occupazione femminile, che è arrivata al 54% nel 2025.
Questo ha determinato una leggera diminuzione anche del divario occupazionale con gli uomini, passato dal 19% al 17%. Resta tuttavia maggiore la presenza di part-time involontario che riguarda ben il 13% delle occupate, contro una percentuale maschile ferma al 5% e che determina effetti sul divario salariale.
In questo ultimo triennio, tuttavia, il divario di genere tra uomini e donne si è azzerato nell’istruzione e formazione. Le donne si laureano di più e hanno voti più alti e questo fattore può contribuire nel tempo a superare un ritardo occupazionale che ha motivazioni anche culturali e sociali, soprattutto nel Mezzogiorno.
Persone a rischio di povertà o esclusione sociale
L’incidenza dell’indicatore del rischio di povertà (indice Arope) segna nel 2025 un’inversione di tendenza positiva. La percentuale di italiani a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%. Una discesa continua dal 24,4% del 2022, che rappresenta un fenomeno importante in un Paese che ha ancora un alto tasso di povertà assoluta. Derivante soprattutto dalla condizione degli immigrati: un povero assoluto su tre in Italia è cittadino straniero.
Questo parametro risente positivamente degli incrementi registrati sia nei tassi occupazionali sia nel reddito reale disponibile medio delle famiglie, aumentato da 36mila euro nel 2022 a più di 40mila euro per famiglia nel 2025. Le fasce più colpite dal rischio povertà restano le famiglie monogenitoriali, i nuclei con più di tre figli e i single. Il miglioramento italiano va collegato al contestuale peggioramento dell’indice delle persone a rischio di povertà intervenuto in paesi considerati virtuosi come la Spagna e la Germania.
Effetti redistributivi delle politiche pubbliche
Nel passaggio tra il 2024 e il 2025 (anche per la Legge di Bilancio e i nuovi bonus fiscali per redditi inferiori a 20.000 euro in sostituzione dei tagli al cuneo) le politiche di prelievo e trasferimento hanno operato un robusto ruolo redistributivo. Istat segnala che nel 2025 il rapporto che confronta l’ammontare di reddito percepito dal 20% più ricco e il 20% più povero delle famiglie italiane è sceso a 5,1. Marcando un miglioramento rispetto a quota 5,5 toccata nel 2023. Inoltre, le politiche pubbliche riducono la disuguaglianza in misura marcata nel Mezzogiorno, abbattendo la diseguaglianza pre-intervento pubblico di oltre 17 punti percentuali.
Salari reali
È possibile dividere il periodo 2022-2026 in tre fasi.
- Il Crollo (2022 – 2023) | Lo shock inflattivo. In questo biennio, l’Italia ha registrato una delle cadute dei salari reali più brusche tra i paesi Ocse. Inflazione record: l’impennata dei prezzi (8,1% nel 2022 e 5,7% nel 2023) ha agito come una “tassa occulta”. Ritardo contrattuale: poiché i contratti collettivi in Italia vengono rinnovati con scadenze pluriennali, i salari nominali sono rimasti bloccati mentre i prezzi volavano. Il risultato: alla fine del 2023, la perdita di potere d’acquisto reale per un lavoratore medio era stimata tra il -7% e il -10% rispetto al 2021.
- La Stabilizzazione (2024) | Il “fermo” della discesa. Nel 2024 l’inflazione è scesa bruscamente (attestandosi intorno all’1%), mentre i primi rinnovi contrattuali significativi hanno iniziato a produrre effetti. Ripresa nominale: le retribuzioni contrattuali hanno iniziato a crescere a ritmi superiori all’inflazione per la prima volta dopo tre anni. Effetto “Cuneo Fiscale”: il taglio dei contributi previdenziali (confermato dal governo) ha sostenuto il netto in busta paga, mitigando la percezione del calo per i redditi medio-bassi.
- Il Recupero (2025 – 2026) | Nel 2026, il lento recupero. Con un’inflazione prevista intorno all’1,5-1,7% e una crescita dei salari contrattuali stimata sopra il 3%, il gap si sta accorciando e il ritorno ai valori reali del 2021 è previsto entro il 2027. Il manifatturiero è tra i più dinamici grazie alla contrattazione di secondo livello. A febbraio 2026, l’indice dei salari nominali del settore ha raggiunto il massimo storico assoluto.
La partecipazione alla formazione
L’Italia nel 2022 registrava un tasso di partecipazione degli adulti (25-64 anni) alle attività formative del 35,7%, contro una media UE del 46,6%. Eravamo al 21° posto in Europa. Il target fissato dal Consiglio Europeo è per il 2030 del 47% di adulti in percorsi di formazione continua.
I dati di monitoraggio del 2025 mostrano un avvicinamento a questa soglia: siamo arrivati a una percentuale intorno al 41-42%. Grazie soprattutto ai percorsi di formazione obbligatoria e legati ai bonus per le imprese. In ogni caso, l’aumento dell’apprendimento continuo e della partecipazione alle iniziative di formazione delle competenze e di adeguamento all’evoluzione digitale non appare ancora sufficiente nel sistema delle piccole e medie imprese, pur nel miglioramento in corso.
L’inversione di rotta, ora mancano le competenze
Il periodo tra il 2022 e il 2025 ha determinato una significativa inversione di rotta negli indicatori principali del mercato del lavoro. L’incremento occupazionale ha comportato miglioramento del reddito medio delle famiglie e inversione di tendenza nei divari territoriali. L’andamento del mercato del lavoro si sta accompagnando a un miglioramento del dato delle competenze, della formazione dei lavoratori e dell’inclusione sociale.
Restano ancora da risolvere alcuni problemi derivanti anche da ritardi storici e culturali, che riguardano per esempio il divario di genere, l’inclusione delle fasce più deboli del mercato del lavoro e in generale il miglioramento della competitività di alcune aree del paese e dei salari mediani, in particolare nei settori a minore valore aggiunto. Questo sforzo implica la definizione di azioni di sistema tra Stato e regioni e di politiche integrate. Nonché una più stretta connessione tra le politiche di welfare, di conciliazione e del lavoro e le corrispondenti misure di intervento sui territori.
In ogni caso assistiamo a una inversione di rotta rispetto alle caratteristiche della domanda e offerta di lavoro che coinvolge la maggior parte dei territori e delle imprese italiane. Al tempo stesso appare evidente la differenza in termini di opportunità non solo tra le aree, ma anche tra i settori economici. In ragione della capacità di generare valore aggiunto e di esprimere una domanda di lavoro qualificato, che impatta sui salari e sulle stesse condizioni del lavoro in modo significativo.
Cala la disoccupazione, mancano lavoratori adatti
Il cambio di scenario deriva dal fatto che in questi anni la maggior parte delle province italiane è scesa sotto la soglia del tasso di disoccupazione del 5%, segnalando una inversione del paradigma del mercato del lavoro italiano. Quando il tasso di disoccupazione scende sotto una certa soglia (individuata tra il 4% e il 5% a seconda del Paese), l’economia entra in una zona dove il problema non è più la “mancanza di lavoro”, ma la “mancanza di lavoratori adatti”.
Sotto il 5%, la maggior parte delle persone rimaste disoccupate appartiene alle seguenti categorie:
- Disoccupazione Frizionale. Persone che hanno appena lasciato un lavoro e ne stanno cercando un altro (un passaggio fisiologico, in Italia sono costantemente intorno ai 650mila i disoccupati inattivi in quanto sono in attesa del risultato del colloquio).
- Disoccupazione Strutturale. Persone le cui competenze non corrispondono più a quelle richieste dal mercato (es. operaio specializzato in una tecnologia obsoleta quando il mercato cerca esperti di IA o transizione energetica). In questo scenario, le aziende hanno posizioni aperte ma non riescono a coprirle, e questo fenomeno blocca l’espansione della produzione e limita la crescita economica.
La spaccatura geografica
Su 107 province totali, quelle che si trovano sotto la soglia del 5% sono circa 70. La distribuzione riflette la spaccatura geografica, ma con un Centro-Nord quasi totalmente libero dalla disoccupazione di massa.
- Blocco del Nord (47 province). Praticamente l’intero Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino- Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Liguria ed Emilia- Romagna) è sotto il 4-5%. Molte province, come Bolzano, Mantova, Bergamo e Vicenza, viaggiano addirittura sotto il 3%.
- Centro (22 province). La quasi totalità delle province di Toscana, Marche e Umbria è scesa sotto il 5%. Anche nel Lazio, molte province hanno raggiunto questo obiettivo, con la sola area metropolitana di Roma che oscilla talvolta leggermente sopra per motivi fisiologici.
- Eccezioni del Sud. Sebbene anche il Sud sia migliorato, la maggior parte delle province in Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna resta sopra il 5% (spesso tra l’8% e il 10%). Ed è proprio questo blocco a mantenere la media nazionale al 5,3% (aprile 2026).
Quanto pesa la difficoltà di reperimento delle competenze
In Italia con un tasso di disoccupazione che è sceso ai minimi storici il “mismatch”, il disallineamento tra domanda e offerta di competenze rimane alto. Unioncamere segnala che quasi il 47% delle assunzioni previste nel 2026 è considerato difficile dalle imprese per mancanza di profili idonei.
Negli ultimi tre anni, la difficoltà di reperimento (il cosiddetto skill shortage) ha seguito una curva di crescita ripida, per poi stabilizzarsi su livelli critici. Il mismatch italiano non è certo una questione di “giovani svogliati”.
Le cause sono profonde e richiedono misure strutturali e di sistema:
- Inverno demografico. La popolazione attiva diminuisce. Ci sono meno giovani che entrano nel mercato del lavoro rispetto a quanti ne escono per pensionamento.
- Transizione digitale e “Twin Transition”. L’intelligenza artificiale e la decarbonizzazione hanno creato una domanda di competenze (Prompt Engineering, Carbon Accounting, ecc.) che il sistema scolastico tradizionale non riesce a produrre con la stessa velocità della tecnologia.
- Sovra-istruzione. Circa il 25% dei laureati svolge mansioni per cui basterebbe un diploma (dati 2023-2025), segno che l’università e il mercato del lavoro spesso parlano lingue diverse.
- Fuga di cervelli e salari bassi. Il mismatch è alimentato anche dalla scarsa attrattività degli stipendi italiani rispetto al resto d’Europa, spingendo i profili più competitivi, come gli Stem, verso l’estero.
Il mismatching nel 2026 non è più una mancanza di lavoratori, ma una mancanza di allineamento. Abbiamo le persone e abbiamo il lavoro, ma usano “sistemi operativi” incompatibili tra loro.
Per questo lo sviluppo di strumenti digitali di gestione e promozione del mercato del lavoro e delle politiche attive, come la Piattaforma Siisl, costituiscono investimenti fondamentali. Allo stesso modo diventa fondamentale intervenire con percorsi adatti e personalizzati sugli inattivi disponibili a lavorare, ma che devono affrontare e rimuovere situazioni di disagio, carichi famigliari gravosi o forti carenze di competenze.
La prospettiva e gli strumenti per intervenire
I numeri del lavoro ci danno informazioni chiare e mostrano una tendenza evidente. Ci stiamo avvicinando alla situazione di Paesi come Germania e Usa, dove il tasso di disoccupazione è rimasto vicino o sotto il 4% e il rallentamento della crescita è dettato più dalla demografia (meno giovani) che dalla mancanza di domanda. Se l’occupazione rallenta perché mancano le competenze, come sta già accadendo, si verificano tre scenari di rischio che vanno affrontati con strumenti adatti.
- Stagnazione. L’azienda rinuncia a un nuovo progetto o a un nuovo ordine perché non ha lo staff per gestirlo.
- Automazione forzata. Le imprese investono massicciamente in IA e robotica per sostituire le figure che non riescono a trovare.
- Guerra dei talenti. Aumento della mobilità lavorativa (job hopping) e pressione salariale, che però avvantaggia solo i lavoratori già qualificati, aumentando le disuguaglianze.
Sotto il 5%, il mercato del lavoro non è più un problema di “quantità”, ma di qualità e formazione. Senza politiche attive e formative permanenti (upskilling e reskilling), il basso tasso di disoccupazione diventa un limite fisico alla crescita del Pil invece di un indicatore di benessere.
In ogni caso superare la soglia della maggioranza delle province sotto il 5% cambia le priorità del Paese: il problema non è più trovare un impiego, ma il mismatch. Le imprese non riescono a crescere perché non trovano personale qualificato. E la crescita del Pil locale dipende quasi esclusivamente da produttività o immigrazione – mobilità interna, poiché il bacino di lavoratori locali è esaurito.
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