di Luigi Beccaria |
Recentemente, su queste pagine abbiamo scritto relativamente all’introduzione di una legge (la n. 132/2025) preposta a normare l’utilizzo della Intelligenza Artificiale nel quadro delle professioni intellettuali.
Sviluppato questo focus, appare ineludibile un allargamento d’orizzonti, finalizzato a una ricognizione dell’attuale reale impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mondo del lavoro. Nonché, soprattutto, delle sue prospettive future. Uno dei punti di vista più interessanti sulla tematica è quello offerto sul New York Times da Ross Douthat, a sua volta ripreso da Federico Rampini. Il quale fissa un punto di partenza, penso condivisibile da chiunque, eccetto forse qualche oligarca con la vista particolarmente lunga. La rivoluzione dell’AI è in corso, e nessuno sa veramente dove condurrà.
Un parallelismo storico
L’articolo propone un suggestivo parallelismo con quanto avvenuto dopo la scoperta, da parte degli europei, del continente americano nel 1492. All’epoca, infatti, la terra di nuova scoperta poteva rivelarsi (ipotesi più pessimistica) un piccolo e arretrato arcipelago da cui poter estrarre poca utilità. Nell’ipotesi opposta, poteva rivelarsi un fattore di totale frattura delle conoscenze vigenti sino a quel momento. Si favoleggiava della riscoperta di Atlantide, della presenza di soggetti “alieni” depositari di insondabili verità sull’esistenza, la vita, la morte, financo il significato stesso dell’avventura umana nel mondo.
Tra questi due poli si collocavano ipotesi intermedie. Le quali, tutto sommato e secondo un adagio ben noto all’umanità già da ben prima del 1492, si sono rivelate quelle più corrette. Infatti, sul continente americano involontariamente scoperto da Colombo si trovavano notevoli ricchezze e risorse. Ed è nata una delle civiltà più avanguardistiche e prospere della storia dell’uomo. Ma senza rivoluzionarne l’ontologia, senza che la natura umana subisse cambiamenti esistenziali irreversibili.
Altro fattore interessante, che in modo evocativo accomuna le due situazioni, è che in entrambe, gli unici soggetti con un’informazione “privilegiata” (chi organizzava le spedizioni all’epoca; chi conduce le imprese sottostanti ai modelli di AI oggi) avevano e hanno un interesse particolare a prospettarne un valore rivoluzionario. In modo da ottenere finanziamenti, con un’ovvia commistione tra interesse reale e comune alla scoperta di qualcosa di ignoto, ma anche di interessi personali, sia economici sia di prestigio.
L’impatto sull’occupazione
Questa è pertanto la cornice in cui l’AI è entrata nel dibattito pubblico. E, velocemente come ogni rivoluzione tecnologica (da internet allo smartphone ai social network), si è inserita nella vita quotidiana degli utenti, prima di qualsivoglia regolamentazione. Fatte salve ipotesi specifiche come quella, comunque di quasi tre anni successiva all’introduzione del più famoso Llm in Italia, richiamata in premessa sui professionisti intellettuali.
Generando una serie di dubbi sia sui risvolti etici, sociali, psicologici e normativi, sia, che è il tema che qui ci riguarda, sui riflessi occupazionali. Ricordando che una grande utopia di molti scrittori e registi fantascientifici, già dal secolo scorso, è quella della sostituzione delle macchine all’uomo nel lavoro. Ipotesi ripresa, non senza qualche goffaggine, da Beppe Grillo nell’introduzione nel dibattito pubblico di un reddito di cittadinanza, svincolato da qualsiasi attività lavorativa, da delegare alle macchine.
L’impatto macroscopico sull’occupazione, nella fase attuale, è contraddittorio. Secondo un’analisi riportata dal Corriere della Sera, depurata da alcune considerazioni di natura politica, un calo occupazionale in America (più credibile come riferimento, essendo l’avanguardia occidentale dal punto di vista tecnologico) si è verificato. Si parla di 172.000 licenziamenti, + 42% rispetto all’anno precedente.
Sembra che i lavoratori più a rischio non siano i professionisti qualificati. Per i quali valgono le considerazioni già sviluppate nel precedente articolo, in quanto la supervisione del professionista è ancora indispensabile, essendo troppo alto il rischio delle “allucinazioni” di un’AI non supervisionata ed elevata a un ruolo differente dal mero “supporto”. Oltre ai casi, familiari su queste pagine, di avvocati imprudenti, si pensi anche alle devastanti implicazioni di una sostituzione di professionisti come gli psicologi con delle macchine. E nemmeno chi svolge lavori di cura e assistenza, quelli che implicano rapporti sociali empatici, parte di quelli eminentemente manuali, essendo la robotica ancora ad un livello molto embrionale per l’uso a scopi civili.
Strumenti concreti dalla politica
Il “ceto medio”, i cosiddetti “colletti bianchi”, già oggetto di vituperazione almeno a livello di considerazione fiscale, soprattutto in Italia, rischia di essere ancora la categoria più penalizzata dall’approssimarsi della rivoluzione globale. Va detto però, per completezza, che in questa epoca di “permacrisis”, per usare un’espressione di moda qualche anno fa, la categoria più penalizzata dalla pandemia da Covid-19, almeno in Italia, fu quella dei lavoratori autonomi. I quali, comunque, appartengono in larga parte al ceto medio.
In questo quadro, appare quantomeno opportuno che la politica – che non può limitarsi a una dimensione meramente nazionale, visto che gli aspetti sistemici trattati investono una scala mondiale – si attrezzi non solo con norme di principio, ma anche con strumenti concreti. Incentivi alla riqualificazione professionale, sostegno alla formazione continua specifica sul tema, e meccanismi di protezione per chi viene espulso da mansioni amministrative e impiegatizie ormai automatizzabili.
È plausibile che l’AI non determini una “fine del lavoro”, ma una sua riconfigurazione, con nuove professioni e nuovi equilibri, non sempre prevedibili. Come nel 1492, non siamo davanti alla certezza di un’apocalisse né di un’utopia. Siamo davanti a una nuova frontiera, e l’errore peggiore sarebbe affrontarla disarmati.
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