di Francesco Verbaro |
Tutti hanno diritto a un’istruzione e a una formazione di qualità, inclusiva e permanente.
È proprio il primo pilastro sociale europeo a ricordarci che, in un mondo instabile, l’unica certezza è la necessità di imparare sempre. Una promessa che oggi suona più urgente che mai: l’Italia, come anche il resto d’Europa, sta attraversando tre trasformazioni epocali – demografica, digitale e ambientale – che chiedono nuove competenze, nuovi strumenti e un radicale cambio di mentalità.
Le transizioni che cambiano il lavoro (e la società)
La prima sfida è la transizione demografica. La popolazione in età lavorativa si restringe e il Paese dovrà puntare tutto sulla qualità del capitale umano. Meno lavoratori, quindi, ma più formati, più produttivi e più resilienti. Si tratta di un mutamento irreversibile, che riguarda tanto le imprese quanto le istituzioni. A questo si sovrappone la rivoluzione digitale, trainata dall’Intelligenza Artificiale.
Non è solo una questione tecnologica, ma economica e sociale: l’AI sta riscrivendo professioni storicamente considerate “immutabili”, soprattutto quelle intellettuali. Cancellerà alcune attività umane a basso valore aggiunto, ma richiederà nuove competenze. Se da un lato può avere effetti destrutturanti su ruoli e processi, dall’altro può diventare un alleato straordinario per colmare gap linguistici, digitali o amministrativi. Oltre che uno strumento per una formazione più diffusa e personalizzata.
Le piattaforme di e-learning, soprattutto quelle asincrone, potrebbero rispondere alla formazione obbligatoria di massa, che oggi spesso risulta poco mirata e non sempre efficace. Ma c’è un ostacolo enorme che incombe e che ancora non fa abbastanza rumore: la carenza strutturale di docenti qualificati. Negli ultimi anni mal selezionati e mal retribuiti. La terza transizione, quella green, procede con passo meno dirompente ma sempre più determinato. Chiede nuove professionalità e competenze, molte delle quali affondano le radici nel vasto campo Stem. Il rischio, se non si interviene, è chiaro: più inattivi, più esclusi dai processi produttivi e dall’innovazione e imprese con domande inevase.
Un Paese che spreca talenti (e non investe)
A rendere più complesso il quadro c’è la questione dei lavoratori stranieri, indispensabili in molti settori ma spesso frenati da differenze nei titoli di studio e da competenze insufficienti per un inserimento regolare. Una formazione di base culturale e quindi tecnica diventa così il primo requisito per valorizzare questo capitale umano sempre più necessario. La mobilità delle persone va favorita in ingresso e nelle aree del Paese dove si trova il lavoro corrispondente. Per questo occorre avviare politiche per il “workforce affordable housing”, che trovano oggi d’accordo l’Italia e l’UE.
Il tema degli inattivi, poi, è forse il più urgente di tutti. L’Italia spreca un potenziale enorme: al 1° gennaio 2024 le donne inattive tra i 15 e i 64 anni sono oltre 7,8 milioni (dati Inapp). Più della metà ha un basso titolo di studio, il 38,2% un diploma, solo il 9,2% una laurea. Il tasso degli inattivi è l’unico indicatore che, se anche lievemente, cresce nel 2025. Un fenomeno che colpisce soprattutto i giovani e che non può essere affrontato senza percorsi mirati di orientamento e inserimento lavorativo.
Intanto, i dati sulla spesa per l’istruzione non aiutano. Nel 2024 l’Italia è penultima in Europa per quota di investimenti sul totale della spesa pubblica: appena il 7,3%. E mentre la media UE destina all’istruzione il 4,7% del Pil, l’Italia si ferma al 3,9%, lontana anche dal 5,6% degli Stati Uniti. Non stupisce, quindi, che Invalsi e Ocse continuino a ricordarci quanto il miglioramento della didattica sia condizione necessaria, anche se non sufficiente, per affrontare le grandi transizioni.
Altro nodo cruciale è l’aumento dei laureati, soprattutto nelle discipline Stem: da qui al 2030 dovremo passare dal 31% al 45% dei giovani tra i 25 e i 34 anni con un titolo terziario (Eurostat). Eppure, mentre crescono le job vacancy non coperte segnalate puntualmente dal Rapporto Excelsior, cresce anche il numero degli inattivi: una contraddizione che il Documento di Economia e Finanza definisce uno dei principali freni alla crescita, specialmente in un Paese a bassa natalità.
Investire sul capitale umano: una responsabilità condivisa
Per questo l’Europa ha introdotto la Skills Guarantee, per sostenere lavoratori e imprese nei settori strategici. E il Consiglio Ue ha proposto una “Recommendation on human capital in the European Union”, documento che riconosce il ruolo cruciale del capitale umano per la competitività dell’Unione. Come afferma il Pilastro dei diritti sociali dell’UE, vi è inoltre un diritto to “adequate education” che coinvolge le nostre istituzioni pubbliche.
Ma c’è un punto decisivo che segna una svolta culturale – come ha ricordato Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia – la formazione sarà sempre più una responsabilità individuale, da curare come si fa con la prevenzione sanitaria. Lo Stato e le imprese dovranno offrire supporto, ma non potranno coprire tutte le esigenze personali. Sarà inevitabile un crescente “out of pocket”, un investimento personale dei lavoratori.
Il welfare aziendale potrebbe dare qualche risposta a questo bisogno individuale. In questo scenario, gli attori della formazione, dai Fondi Interprofessionali a Forma.Temp, sono chiamati a un salto di qualità nella valutazione dei fabbisogni e dell’impatto. Un orientamento che il Governo ha rafforzato con il Decreto sulle competenze, che mette al centro l’individuazione, la valutazione e la certificazione, per garantire finalmente il diritto a una formazione di qualità e inclusiva.
Le sfide sono molte, ma una certezza emerge con chiarezza. In un Paese che avrà meno lavoratori, serviranno persone più qualificate, più capaci di apprendere e di reinventarsi lungo tutto l’arco della vita. La formazione non sarà più un’opzione. Sarà la chiave per restare nel mercato del lavoro, partecipare alla società e non lasciare nessuno ai margini delle grandi trasformazioni in corso.
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