di Annalisa Cerbone |
L’agilità è diventata una parola onnipresente nel vocabolario del lavoro contemporaneo.
Nata nel mondo dello sviluppo software, con il Manifesto Agile del 2001, ha via via superato i confini dell’IT per approdare a tutte le funzioni aziendali, HR incluse. La sua promessa – favorire la collaborazione rispetto ai processi rigidi, rispondere al cambiamento più che seguire un piano e lavorare per cicli iterativi di miglioramento – ha affascinato molte organizzazioni. Ma ha anche generato confusione e, talvolta, aspettative distorte.
Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato con Marco Calzolari, Ceo e co-fondatore di Agile Reloaded, che da anni accompagna le aziende italiane nei percorsi di trasformazione organizzativa basati sui principi agili.
Intorno al termine “agile” c’è molta confusione. Possiamo partire da cosa “agile” non è?
Volentieri, perché è proprio da questo equivoco che nascono molte difficoltà. Agile non è una cosa in senso stretto: è un attributo, un insieme di principi che caratterizzano un certo modo di lavorare. E soprattutto non è una soluzione. Non basta applicare una pratica o importare un modello per vedere magicamente i problemi risolti. Anzi, spesso accade il contrario: quando si introducono pratiche ispirate all’agilità, ciò che emerge subito è una maggiore chiarezza su ciò che non funziona.
I vincoli organizzativi, l’ambiguità nei ruoli, le decisioni che nessuno prende… prima erano nascosti, ora diventano visibili. In questo senso, l’agilità è prima di tutto uno strumento diagnostico, che mette in luce i nodi strutturali invece di coprirli con procedure. Prendiamo un esempio tipico: un’azienda introduce Scrum aspettandosi di “andare più veloci”. Ma Scrum non nasce per accelerare il lavoro: nasce per mettere sotto stress ipotesi che spesso consideriamo scontate.
Il requisito è davvero chiaro? Le competenze necessarie ci sono? Il cliente partecipa nel modo giusto? Stiamo accumulando lavoro inutile? Sono domande scomode, ma preziose. Il valore dell’approccio agile sta proprio nel farle emergere subito – se, ovviamente, siamo disposti a occuparcene. Il vero beneficio non è “far di più con meno”, promessa che ha reso l’agile così attraente, quanto decidere prima, meglio e insieme.
Significa accorgersi in anticipo quando si sta andando nella direzione sbagliata, quando ciò che si sviluppa non genera valore, quando è necessario cambiare rotta. Ecco perché l’agilità non porta benefici a prescindere: richiede adattamento, comprensione dei principi del Manifesto, engagement reale. Non basta introdurre un rituale o un nuovo ruolo: tra il vecchio modo di lavorare e il nuovo c’è sempre uno scarto da colmare insieme.
Come funziona davvero un team agile?
In modo molto simile a qualunque altro team. Le dinamiche umane non cambiano perché le chiamiamo “agili”: fiducia, ruoli, conflitto, assestamento… il ciclo è lo stesso. Quello che cambia è come il lavoro diventa visibile e osservabile. Un team agile tende a visualizzare il lavoro, rendendo espliciti obiettivi, vincoli, priorità. Utilizza strumenti condivisi per monitorare scadenze, carico di lavoro, dipendenze. Questo aumenta la chiarezza: su cosa stiamo facendo, perché lo stiamo facendo, cosa possiamo prendere in carico e cosa va rinegoziato.
Nelle esperienze migliori, si rende visibile anche la crescita: le competenze presenti oggi e quelle che si possono sviluppare grazie alla collaborazione. Preferisco evitare metafore sportive o eroiche: il lavoro non è una competizione con punteggi chiari. Un team agile si prende una responsabilità molto concreta: accogliere i bisogni del cliente – interno o esterno – e diventare sempre più autonomo nel trovare soluzioni di qualità, riducendo il rischio di investire energia nella direzione sbagliata.
Questa autonomia, però, non nasce dalla buona volontà: è l’organizzazione che deve creare contesti adeguati. Servono chiarezza sugli obiettivi, accesso alla conoscenza, meno passaggi approvativi per testare idee e soluzioni. Infine, un team agile non è mai una “cellula chiusa”: è consapevole dell’ecosistema attorno – dipendenze, raccordi, competenze trasversali. Non è un team speciale: è un team che lavora in un modo che rende più chiari le responsabilità e le scelte da fare.
Quali benefici porta l’agile management alle aziende e quali vantaggi specifici introduce per l’HR?
Lo scopo originario dell’agilità non è “fare meglio comunque”, ma ridurre il rischio di continuare a lavorare male. Applicare i principi agili significa accorciare i cicli di feedback: tempi di risposta più rapidi, maggiore qualità, perché errori e incoerenze emergono prima, capacità di riorientare la rotta. Un altro beneficio riguarda la logica con cui si aggregano le competenze: non più strutture rigidamente funzionali, ma team cross-funzionali attorno a un prodotto o servizio. È controintuitivo rispetto alla logica della saturazione massima, ma molto più efficiente in termini reali: riduce consegne, rimbalzi, incomprensioni.
Questo porta direttamente al ruolo dell’HR. Nelle organizzazioni complesse non c’è un rapporto lineare tra performance individuale e risultato finale. Il valore nasce dalle interazioni. Questo costringe l’HR ad abbracciare una visione più sistemica: capire come le competenze si combinano, come far crescere un professionista affinché l’intero sistema funzioni meglio. In questa prospettiva, l’HR smette di essere “gestore di carriere” per diventare gestore di possibilità.
L’auto-organizzazione non è anarchia: è la capacità dei team di scegliere come lavorare dentro confini chiari. Le HR diventano custodi della coerenza tra modelli di valutazione, incentivi, sviluppo, e il livello di autonomia che l’azienda dice di voler promuovere. Un esempio concreto? Un framework di competenze trasparente, costruito insieme alle persone, che permetta crescita verticale, orizzontale, di ampiezza, di specializzazione, senza rigidità gerarchiche. Non un modello imposto, ma un sistema condiviso.
Come è cambiato il concetto di carriera? E come si concilia con i percorsi disponibili nelle organizzazioni?
La carriera non è più una scala lineare. È un insieme di esperienze, competenze trasferibili, reputazione professionale. Un portafoglio dinamico, che si aggiorna nel tempo. In un certo senso è una forma di agilità applicata alla vita lavorativa. Il punto è come rendere questa possibilità reale e non retorica. La chiave è la trasparenza delle opzioni: mobilità interna, percorsi trasversali, ruoli ibridi, crescita per competenze.
Ma l’obiettivo non è collezionare modelli, è permettere alle persone di capire il contributo richiesto oggi e quali strade sono credibili domani. Non significa promettere crescita infinita. Significa dare visibilità e coinvolgere le persone nelle scelte che le riguardano. La fiducia nasce da qui. E cambia il baricentro decisionale: non è più l’HR o il “capo” a decretare unilateralmente.
L’HR garantisce equità e coerenza, ma la crescita si costruisce nella relazione quotidiana con colleghi e stakeholder, che aiutano a identificare il contributo e le opportunità reali. La carriera diventa così un insieme di microprogetti da mantenere allineati alla trasformazione dell’azienda, perché oggi non si può più fingere una stabilità che non esiste.
Gestire complessità e incertezza: che ruolo hanno Tuna e Vuca?
Sono strumenti di sense-making. Etichette utili per leggere il contesto: volatilità, incertezza, complessità, ambiguità. Non forniscono soluzioni, ma un linguaggio condiviso per interpretare ciò che accade e decidere in condizioni non lineari. La risposta all’incertezza non è aumentare il controllo, ma la capacità di risposta, che nasce dalla comunicazione e dalla collaborazione tra competenze diverse. Nessun modello descrive perfettamente la realtà, ma ci aiuta a ragionare sulle ipotesi e sulle scelte da testare.
Kanban: come nasce e come si utilizza?
Il Kanban nasce nel Toyota Production System come meccanismo di segnalazione del flusso produttivo. Gli obiettivi: collegare produzione e consumo, limitare accumuli, visualizzare sprechi. Nel knowledge work questa filosofia è risultata immediatamente pertinente. Anche qui ci sono imprevedibilità, variabilità, risorse scarse, colli di bottiglia. Il Kanban permette di rendere il lavoro visibile, limitare il work in progress, esplicitare priorità, misurare tempi e variabilità. La sua forza è che parte sempre dalla situazione attuale: non chiede di cambiare subito l’organizzazione, chiede di osservarla.
La visualizzazione non è estetica, bensì permette di far emergere problemi reali e oggettivi. È da lì che nasce la possibilità di migliorare. Un equivoco comune è ridurre il Kanban alla board. Ma la board è solo un mezzo: la vera essenza del Kanban è abilitare leadership distribuita, incoraggiando chiunque a prendersi responsabilità di fronte alle evidenze.
“I piani sono utili, ma la pianificazione è tutto”: come gestire il cambiamento in Agile Reloaded?
La distinzione è fondamentale. Il piano è un oggetto statico, e in contesti complessi invecchia rapidamente. La pianificazione è un’attività continua: chiarire assunzioni, considerare rischi, prepararsi al cambiamento. Il lavoro agile non elimina la pianificazione: la rende continua, su più livelli. Un orizzonte breve, sostenibile e verificabile. Un medio periodo, per garantire predicibilità. Infine, un lungo periodo volutamente meno dettagliato, per evitare che il piano diventi una zavorra.
Ogni iterazione aggiorna la successiva: non perché “si cambia idea”, ma perché cambiano le evidenze. Il cambiamento può dipendere da un bisogno reale diverso, da un’opportunità emergente, da un requisito che si rivela meno utile del previsto, o da un contesto di mercato che evolve. E qui entra in gioco una verità spesso sottovalutata: con risorse finite, scegliere significa rinunciare. Pianificare serve anche a sapere cosa non si farà, rendendo espliciti i trade-off invece di accumulare attività all’infinito.
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Chi è Marco Calzolari












