di Maria Cecilia Chiappani | Nata nel 2015 all’interno del centro di ricerca “Mobile Lab” del Politecnico di Milano, da un’idea di tre ex studenti, Edoardo Vannutelli, Filippo Maria Renga e Luca Manara (oggi Ceo), Unguess è stata la prima startup in Italia a utilizzare il metodo del crowdtesting per ottimizzare qualità, sicurezza ed esperienza d’uso dei prodotti digitali delle aziende.
A distanza di dieci anni, la solida community e gli innovativi strumenti digitali a disposizione rappresentano il fulcro di una proposta integrata e in costante aggiornamento. A guidare il lato “umano” della crescita e dello sviluppo delle persone Raffaella Cespites, Chief HR Officer di Unguess dallo scorso novembre.
“L’Intelligenza Artificiale ha avviato una fase di trasformazione profonda per il nostro settore e per il futuro del lavoro: governare questa rivoluzione richiede visione, ascolto e capacità di orientare il cambiamento”, spiega, confermando i capisaldi del suo approccio al mondo HR e, in particolare, al recente ingresso in Unguess. “Il mio obiettivo è continuare a contribuire alla crescita di un’organizzazione dove le persone possano sviluppare competenze solide e far evolvere la propria learning agility. L’energia delle persone, se accolta e orientata, è la forza più generativa che un’organizzazione possa avere”.
Una carriera ultradecennale tra multinazionali, scale-up e Pmi: con quale “bagaglio” di competenze professionali e attitudini personali è approdata in Unguess?
Dopo la laurea in giurisprudenza e uno stage al Ministero della Giustizia, ho scoperto quasi per caso il mondo delle risorse umane, partendo dall’area più vicina ai miei studi: le relazioni industriali. La vera svolta, però, è stata il ruolo di HR Business Partner, che mi ha avvicinato giorno dopo giorno al business, ai bisogni delle persone e a ciò che può davvero generare impatto.
Negli ultimi 13 anni ho vissuto ecosistemi diversi: contesti corporate internazionali, scale-up tecnologiche in rapida crescita e medie imprese tradizionali, desiderose di evolversi. Dalle multinazionali ho imparato disciplina, attenzione alla compliance e decisioni guidate dai dati senza perdere mai l’ascolto delle persone. Invece, dalle scale-up, velocità e agilità. Ogni esperienza ha arricchito il mio bagaglio: capacità di leggere sistemi complessi, sensibilità al cambiamento, visione strategica e cura delle persone.
La sua nomina risale a novembre 2025: cosa l’ha colpita maggiormente di questa realtà? Su quali priorità strategiche e operative si sta concentrando?
Mi ha colpito subito la combinazione di tre elementi: una forte radice tecnologica, la vocazione internazionale e la cultura molto concreta dell’innovazione. È una realtà che nasce come tech company, lavora su prodotti digitali complessi e ha scelto di mettere al centro l’esperienza reale degli utenti, grazie al crowdtesting. Questo si traduce internamente in grande curiosità, voglia di sperimentare e apertura al confronto.
In parallelo le mie priorità si muovono su tre fronti. Il primo è lo sviluppo delle competenze, digitali e legate ai dati e all’AI, ma anche soft skill come collaborazione, feedback e gestione del cambiamento. Il secondo riguarda l’evoluzione dell’organizzazione, perché sia pronta e adattiva ai cambiamenti in corso. Il terzo riguarda la cultura: rendere concreti i nostri valori di equità, collaborazione e innovazione, integrandoli in performance, percorsi di crescita e sistemi di riconoscimento.
Ha affermato che “la cultura si costruisce ogni giorno, attraverso scelte coerenti e relazioni autentiche”: l’evoluzione dei responsabili HR può favorire concretamente questo passaggio?
Quando dico che la cultura si costruisce ogni giorno, intendo che non è un manifesto appeso in bacheca, ma il risultato di migliaia di micro-decisioni: chi assumiamo, chi promuoviamo, come gestiamo gli errori, quali comportamenti tolleriamo o no. Il ruolo dell’HR è diventato quello di architetto delle esperienze delle persone, non più custode delle procedure. Significa essere partner del business, facilitare conversazioni difficili, disegnare processi coerenti con i valori dichiarati, presidiare equità e trasparenza e creare spazi di ascolto autentico. La cultura cambia quando ciò che diciamo, progettiamo e premiamo è allineato, e l’HR ha la responsabilità di tenere insieme questi tre livelli.
Unguess opera nel testing di prodotti digitali, a stretto contatto con l’AI ma tramite un crowd umano: rivede questa dinamica internamente? Come pensa si possa gestire l’impatto della tecnologia sul lavoro e sulla psiche delle persone?
L’azienda nasce proprio dall’idea di mettere insieme il meglio della tecnologia con l’intelligenza delle persone: piattaforme, dati e AI da una parte, community di tester reali dall’altra. In modo analogo, internamente consideriamo l’AI sia come abilitatore che ci libera tempo dalle attività ripetitive e a basso valore, permettendo alle persone di concentrarsi su analisi, relazione, creatività e decisioni complesse, sia come area strategica su cui continuare a investire per innovare il business.
L’impatto della tecnologia dipende dal nostro approccio: di per sé è neutra. Stiamo vivendo una rivoluzione paragonabile al passaggio dalla macchina da scrivere al computer, con la differenza che oggi la velocità del cambiamento è esponenziale e questo può generare smarrimento e ansia. In Unguess siamo sperimentatori instancabili e pionieri nel dna: affrontiamo il cambiamento con curiosità, apertura e sguardo olistico che tiene insieme processi, competenze ed emozioni.
Non a caso, nel nostro ultimo company retreat abbiamo trasformato un classico gioco come Cluedo in un “AI Mystery Challenge”, dove le squadre hanno usato tool di intelligenza artificiale per risolvere enigmi complessi. Un modo divertente e coinvolgente per giocare con l’AI, testare i limiti, imparare metodologie di design thinking e alfabetizzare tutti i colleghi.
Cosa significa essere “Unguesser”? Quali attività dedicate alla retention e al coinvolgimento delle persone?
Essere Unguesser significa scegliere un approccio innovativo al lavoro, incarnando i nostri valori: passione per l’innovazione, flessibilità, rispetto, collaborazione, responsabilità e orientamento agli obiettivi. Sul fronte retention ed engagement parto dalla convinzione che non si debba puntare a trattenere le persone, ma permettere loro di esprimersi al massimo, crescere e contribuire all’innovazione. Valorizzando i successi, offrendo percorsi di carriera dinamici e co‑creando le politiche di engagement costruiamo un senso di appartenenza duraturo.
In concreto, partiamo da chiarezza di ruolo e aspettative, percorsi di crescita definiti e momenti strutturati di feedback. Investiamo in ascolto per capire davvero cosa funziona e cosa va migliorato attraverso comitati interni cross-funzionali e momenti di scambio anche informale. Valorizziamo il contributo delle persone, con l’obiettivo che ciascuno senta di avere spazio per incidere e vedere l’impatto del proprio lavoro.
Quali sono i progetti attivi e quali novità vorrebbe introdurre in tema di corporate wellbeing?
Stiamo lavorando sul wellbeing con un approccio progressivo. Da un lato ci sono le basi: attenzione all’equilibrio vita-lavoro, iniziative di formazione, pratiche di feedback che permettano di prevenire tensioni e conflitti. Guardando avanti, mi piacerebbe rendere questo percorso ancora più personalizzato e integrato nei processi di people management.
Anche nella vostra realtà si avverte il mismatch tra domanda e offerta di lavoro? Quali strumenti di recruiting utilizzate e quali sono i profili più cercati?
In Unguess non viviamo il mismatch tra domanda e offerta di lavoro in termini tradizionali. Più che una carenza di competenze, la vera sfida, e al tempo stesso la nostra forza, è incontrare persone che abbiano l’approccio giusto. Le opportunità si aprono trasversalmente su tutte le aree, in funzione dei progetti e delle sfide che emergono.
Il nostro approccio al recruiting è molto selettivo e relazionale: utilizziamo gli strumenti digitali, ma soprattutto investiamo nel confronto diretto per capire se esiste un reale allineamento di valori, aspettative e modo di lavorare. Valutiamo le competenze tecniche, certo, ma diamo grande peso alla learning agility e alla curiosità. Entrare oggi in Unguess significa avere l’opportunità di generare un impatto immediato, lavorando su progetti complessi e stimolanti, in cui tecnologia, intelligenza artificiale e componente umana convivono e si potenziano a vicenda.
Ci incuriosiscono sempre di più i profili AI-native, persone che hanno un rapporto naturale con l’Intelligenza Artificiale e possono portare nuovi punti di vista. Figure da cui imparare, capaci di contaminare positivamente l’organizzazione e di aiutarci a ripensare processi, ruoli e modelli di collaborazione. Per noi il recruiting non è un esercizio di riempimento delle posizioni, ma un atto di costruzione culturale: ogni nuova persona contribuisce a definire chi siamo oggi e chi vogliamo diventare domani.
In un contesto di scale-up tecnologica, come bilanciate le necessità di crescita con lo sviluppo strutturato delle persone? Come è organizzata la formazione a livello di leadership e di team?
Lo sviluppo delle persone avviene mentre costruiamo l’azienda, con un approccio pratico e orientato alla sperimentazione. Ogni progetto diventa un’occasione di crescita reale, in cui impariamo insieme dagli errori e dai successi. Non offriamo la stessa formazione a tutti: ci concentriamo sui percorsi specifici di ciascuna famiglia professionale, modulando corsi, certificazioni e workshop in base alle competenze richieste e al ruolo di ciascuno. Così la crescita dell’azienda e delle persone si alimentano a vicenda, in un ciclo continuo di innovazione e crescita.
Infine, pensando alla sua esperienza, quali consigli darebbe ai giovani che prendono la via delle HR?
Parto da un punto di vista diverso: non mi rivolgo solamente ai giovani, ma a tutti i professionisti che anche dopo una carriera nel business decidono di avvicinarsi alle risorse umane. A tutti gli aspiranti colleghi consiglio di mantenere sguardo aperto e instancabile voglia di imparare. Questo lavoro cambia ogni giorno, è diverso con ogni persona con cui ci relazioniamo e si fonde con la cultura dell’azienda che si sceglie. Significa saper fare domande scomode, difendere l’equità e, allo stesso tempo, contribuire a costruire un’azienda sostenibile nel tempo, per le persone e per i risultati.
Chi è Raffaella CespitesRaffaella Cespites ha operato in realtà multinazionali, scale-up e Pmi, contribuendo all’adozione di modelli organizzativi più agili e inclusivi. Appassionata di crescita e sviluppo del potenziale, promuove leadership consapevole e valorizzazione del talento, anche attraverso il progetto GirlsRestart di cui è co-founder. Oggi porta la sua esperienza nel ruolo di Chief HR Officer di Unguess, guidando strategie per la crescita delle persone e la promozione di una cultura aziendale fondata su equità, collaborazione e innovazione. Tra i suoi obiettivi, lo sviluppo delle competenze, il supporto al cambiamento organizzativo e la valorizzazione del talento individuale. |
















