Una volta inviato il curriculum, il percorso di valutazione si arricchisce di una nuova dimensione: quella della presenza social dei candidati.
Ma cosa cercano davvero i datori di lavoro quando analizzano i profili online dei candidati? Una nuova ricerca Indeed mostra che non si tratta di un esame superficiale, ma di un tentativo di costruire un’immagine più completa della persona.
“Da un lato, i datori di lavoro usano i social per cercare un aggancio umano, per vedere l’autenticità e la passione che un CV non sempre riesce a trasmettere” spiega Gianluca Bonacchi, Talent Strategy Advisor di Indeed. “Dall’altro, sono molto attenti a segnali che minano la fiducia, come la contraddizione tra ciò che si dichiara e ciò che si mostra. Per i candidati, questo significa che la presenza online può essere considerata parte del proprio profilo complessivo e che l’attenzione ai contenuti pubblicati resta un elemento rilevante”.
Perché si controlla la presenza social dei candidati
Quasi tre quarti dei datori di lavoro intervistati analizza la presenza social dei candidati per approfondire le informazioni già presenti. Il 36,9% lo fa per verificare qualifiche ed esperienze scritte nel CV. Subito dopo, la ricerca si sposta su un piano più umano. Per il 27,1% l’obiettivo è capire meglio la personalità e gli interessi, per farsi un’idea della persona che si nasconde dietro un elenco di esperienze. In quest’ottica, i social diventano anche uno strumento per immaginare il futuro inserimento in azienda. Il 15,1% li usa per valutare se il candidato possa trovarsi in sintonia con la cultura e l’ambiente di lavoro.
L’indagine rivela che 7 datori di lavoro su 10 affermano di aver deciso, almeno una volta, di non proseguire il processo di selezione a causa dei contenuti visionati. Tra i fattori di maggiore criticità c’è la mancanza di coerenza: l’aver trovato sui social informazioni in contraddizione con il curriculum è un elemento che porta a una riconsiderazione per il 41,2% dei datori di lavoro. Dato quasi identico per i contenuti che suggeriscono una scarsa responsabilità civica o sociale, che pesa per il 41,8%.
Altrettanto importanti, i segnali che mettono in dubbio la professionalità: il 37,3% ha interrotto un processo di selezione dopo aver trovato prove di comportamenti ritenuti poco professionali. Infine, la pubblicazione di contenuti offensivi o discriminatori rappresenta un fattore di attenzione per il 30,7% dei datori di lavoro.














