Guardando ai molteplici fattori di stress del lavoro italiano, LHH ha realizzato un’indagine per dare voce al lato più umano del lavoro e comprendere quanto il contesto aziendale supporti il benessere psicologico o meno.
In particolare, lo studio esplora il punto di vista di C-level e dipendenti sul tema del benessere e delle relazioni lavorative. Obiettivo, capire come le due parti percepiscono il proprio ruolo e quello dell’altro, in particolare su stress, burnout e supporto reciproco.
Secondo Luca Semeraro, amministratore delegato di LHH Italia, “guidare non significa più solo raggiungere obiettivi, ma creare le condizioni perché le persone possano esprimere il proprio potenziale in un contesto sicuro, aperto e orientato all’ascolto. Le aziende che sapranno integrare la cura del benessere psicologico nelle politiche di talent management saranno anche maggiormente capaci di attrarre, valorizzare e trattenere i professionisti”.
Il livello di stress nelle imprese italiane
Il lavoro è in generale causa di pressioni pere la stragrande maggioranza delle persone (oltre l’80%). Se per quasi la metà si tratta di una condizione fisiologica, in alcuni periodi dell’anno, per quasi 1 italiano su 5 è uno stato perenne. Ma quali condizioni appesantiscono i luoghi di lavoro? La più significativa fonte di tensione è il carico eccessivo di attività (16%). Unito a situazioni correlate quali la mancanza di risorse o le pressioni dall’alto. Scadenze (6%) e rispetto dei KPI (5%) non creano particolari tensioni, e anche il rapporto conflittuale con i colleghi stressa 1 italiano su 10 (12%).
In generale, un campanello di allarme dovrebbe scattare nel momento in cui le pressioni sfociano in episodi di burnout. Tale situazione è capitata almeno una volta nella vita al 63% degli italiani. Il 17% ne è attualmente vittima. Tra i disturbi più frequenti, stanchezza cronica, insonnia e sintomi gastrointestinali. Oltre a problemi di memoria e concentrazione. Tendenzialmente il burnout si è tradotto in stati di irritabilità e nervosismo (18%). Ma gran parte delle persone ha manifestato anche specifiche frustrazioni emotive, tra cui calo della motivazione e del senso di realizzazione, demoralizzazione, perdita di autostima e fiducia in se stessi, fino alla depressione.
A chi rivolgono i lavoratori?
Stress e burnout sono visti più come situazioni personali da gestire in autonomia. Infatti, il 40% degli intervistati non ha parlato con nessuno all’interno dell’impresa del proprio malessere. Chi ha deciso di condividere, l’ha fatto con i colleghi più vicini (31%) o con il proprio diretto responsabile (13%). Meno di 1 italiano su 10 ha sottoposto la problematica ai vertici. Questo il 67% dei lavoratori non si sente libero di esprimere il proprio disagio emotivo con il management.
Eppure, la gran parte dei dipendenti crede che il benessere psicologico sia un tema che l’organizzazione debba affrontare. I lavoratori tendono ad attribuire la gestione ai vertici (30%), ma anche ai propri diretti responsabili (26%). Solo in seconda battuta al dipartimento HR (24%). Circa 1 lavoratore su 5 crede che il proprio manager non dia un reale contributo al team. Non risulta essere né fonte di pressione né di supporto. Mentre quasi un terzo sente il proprio referente come motivo di stress.
Chi pensa al benessere psicologico dei manager?Indipendentemente dal fatto che i manager possano generare motivazione o ansia, i collaboratori percepiscono i propri responsabili come molto stressati (46%). Tuttavia, il 35% non è particolarmente toccato dal benessere psicologico ed emotivo dei propri leader. Anzi, non saprebbe dire se questi siano sotto pressione o meno (25%) e la cosa non interessa nemmeno (10%).
Secondo i lavoratori, per ottenere maggiore benessere all’interno dell’azienda sarebbe necessaria una migliore comunicazione. Basata su empatia e ascolto attivo, dialoghi chiari e trasparenti. Per i dipendenti, anche conferme sull’operato, maggiori riconoscimenti e feedback costruttivi favorirebbero la relazione.
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