Mismatch di competenze: così il Paese rallenta

Il rapporto dell’Osservatorio Proxima, a cura di Enzima12, evidenzia per l’ Italia una perdita di 44 miliardi nel 2023 a causa del disallineamento tra formazione e bisogni occupazionali. La formazione aziendale si concentra nelle grandi aziende, mentre sembra essere quasi assente nelle piccole imprese

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Osservatorio Proxima di Enzima12 sul mismatch di competenze

di Cleopatra Gatti |

In Italia la partecipazione degli adulti alla formazione continua è ancora troppo bassa: solo il 36% si forma, contro una media europea del 45%, confermando il crescente fenomeno del mismatch di competenze.

Il nuovo report dell’Osservatorio Proxima a cura di Enzima12 fotografa un sistema che si muove a due velocità: mentre le grandi aziende spingono su digitale, green e Intelligenza Artificiale, le microimprese restano indietro. Il disallineamento di competenze ha causato una perdita di 44 miliardi. E la formazione aziendale concentrata solo nelle grandi aziende e quasi assente nelle micro, compromette competitività e sviluppo.

Il danno del mismatch di competenze

A causa del disallineamento tra formazione e bisogni occupazionali nel 2023 l’Italia ha perso 43,9 miliardi di euro, pari al 3,4% del Pil dei settori analizzati. La cifra, calcolata a partire dai dati del sistema Excelsior di Unioncamere, racchiude i costi della ricerca di personale di difficile reperimento e i tempi di inserimento che variano tra i 2 e i 12 mesi. Inoltre, solo il 36% degli adulti italiani tra i 25 e i 64 anni ha seguito un’attività di formazione o aggiornamento nell’ultimo anno. Nella media europea è quasi uno su due.

Guardando al breve periodo il dato migliora. Cresce da 9,6% a 11,6% la percentuale di adulti che ha partecipato a formazione nelle 4 settimane precedenti l’indagine Eurostat 2023, il massimo degli ultimi 15 anni. Tuttavia, il problema resta strutturale: scarsa cultura della formazione permanente, difficoltà a conciliare i tempi, ostacoli economici.

“Il mismatch di competenze si manifesta su due fronti. Le imprese faticano a trovare i profili richiesti e i lavoratori non hanno accesso a percorsi efficaci per sviluppare le skill necessarie. Questo disallineamento non è solo tecnico ma genera inefficienze strutturali, rallenta l’innovazione ed è un costo industriale elevato per il nostro Paese. Il sistema formativo aziendale è fortemente polarizzato: sono soprattutto le grandi imprese a formare. Più della metà investe nei propri dipendenti mentre le micro non riescono a stare al passo. E appena un’azienda su cinque investe in formazione. Questa asimmetria compromette la competitività del tessuto produttivo e rallenta l’accesso e diffusione di competenze necessarie per affrontare le transizioni in corso”, spiega Fabrizio Gallante, Managing Partner di Enzima12.

Contenuti e finanziamenti

A conferma di questo divario, nel 2022 le aziende che hanno erogato formazione sono state 726.960 e già nel 2023 il numero complessivo di chi ha organizzato o previsto corsi è sceso a 708.940. La vera frattura è dimensionale: solo il 21,1% delle microimprese forma i propri lavoratori, contro il 54,2% delle grandi aziende. Parallelamente, anche la trasformazione dei contenuti formativi è netta. Il 41,6% delle imprese forma i propri dipendenti sulla digitalizzazione (soprattutto cyber-sicurezza, tecnologie 4.0, digital marketing). Mentre il 30,3% punta sulla transizione ecologica, investendo in gestione ambientale, rifiuti, riciclo, efficienza energetica.

In aggiunta, nel terzo bando del Fondo Nuove Competenze, che finanzia nelle imprese i percorsi di aggiornamento per i lavoratori durante l’orario di lavoro, l’Intelligenza Artificiale entra tra le quattro aree strategiche accanto a digitale, green e welfare. Quanto al finanziamento, nel 2023 il 76,8% delle imprese ha auto-finanziato la formazione, ma solo il 15,4% ha fatto ricorso ai Fondi Interprofessionali, che però movimentano oltre 980 milioni di euro l’anno. Le piccole imprese ne beneficiano pochissimo (8,5%), eppure si tratta di uno strumento già pronto e largamente sottoutilizzato.

Divario occupazionale e variabile demografica

A questo si aggiunge un divario occupazionale persistente: l’occupazione femminile resta ferma al 56%, con una distanza di 19,5 punti rispetto agli uomini. Infine, la variabile demografica aggrava il quadro: per ogni 1.400 lavoratori senior in uscita, ne entreranno solo 1.000 giovani entro il 2050. L’età mediana nel Paese è già di 48,4 anni, destinata a salire oltre i 51 nei prossimi 25 anni.

“Con l’AI possiamo salvare e trasmettere il patrimonio di competenze dei lavoratori esperti, costruendo un ponte tra generazioni e valorizzando il sapere delle imprese. Davanti al silver tsunami, al mismatch di competenze e all’inattività femminile, l’Italia rischia di perdere gran parte del potenziale produttivo. Occorre riconoscere la formazione continua come diritto, spingere le Pmi a usare i fondi, rilanciare gli Its, e trasformare l’esperienza dei senior in risorse formative attraverso l’AI. Lo 0,30% di contribuzione obbligatoria deve tornare alla sua missione: finanziare percorsi per i lavoratori, non coprire altre voci di bilancio. Serve anche un impegno forte in sede europea per escludere i fondi per la formazione dal regime degli aiuti di Stato: solo così si potrà garantire coerenza e impatto alle politiche attive”, conclude Vincenzo Vietri, co-founder di Enzima12.

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