Tra demografia, competenze e produttività

Il progressivo invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite minacciano la crescita economica: senza un rilancio della produttività e della partecipazione al lavoro, soprattutto femminile e giovanile, l'Italia rischia una stagnazione irreversibile. Servono politiche per sostenere natalità, immigrazione qualificata, innovazione e formazione, per trasformare la crisi demografica in un’opportunità di rilancio sostenibile

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Il progressivo invecchiamento della popolazione e l'andamento demografico in calo minacciano la crescita economica: le soluzioni

di Romano Benini |

Qualsiasi analisi sulla situazione italiana, sia economica che sociale, ormai da alcuni anni non può ignorare il fattore di fondo che condiziona e in parte determina le sorti del nostro Paese, ossia l’andamento demografico.

Da almeno vent’anni è in forte aumento il nostro tasso di dipendenza, ossia il rapporto tra il numero dei bambini e degli anziani e quello degli adulti in età da lavoro. Al tempo stesso la crisi demografica che investe l’Italia non va considerata come un peso che necessariamente impedisce lo sviluppo o ancora peggio come un fattore irreversibile. L’esperienza di altri Paesi europei vicini a noi, come la Francia e la Spagna, ci mostra infatti che non è così.

Al tempo stesso è del tutto evidente come questo andamento demografico sia insostenibile per poter rimanere una nazione ricca e produttiva. Anche perché si sta riducendo fortemente la percentuale della popolazione in età da lavoro. Aspetto che in un Paese come il nostro, con una bassa partecipazione al mercato del lavoro, è ancora più grave. L’invecchiamento della popolazione riduce il numero delle persone in età da lavoro, componente fondamentale per la creazione di ricchezza. Per contrastare le conseguenze di questo fenomeno, l’intervento fondamentale, che può compensare l’impatto sulla crescita economica, è la maggiore intensità e produttività del lavoro.

Come si crea ricchezza

Il problema dell’andamento demografico deriva direttamente dal suo impatto rispetto a crescita economica e condizioni per lo sviluppo. In fondo, l’Italia resta uno dei Paesi europei con la maggiore densità di abitanti. Il punto quindi non è tanto la diminuzione in sé della popolazione, ma gli effetti dell’invecchiamento sulla creazione e sulla distribuzione della ricchezza. Vediamo allora da cosa dipende la crescita economica.

L’andamento del prodotto interno lordo pro capite, in termini reali, è determinato da quattro fattori:

  • quota di popolazione in età da lavoro;
  • quota di questa popolazione effettivamente occupata (tasso di occupazione);
  • numero di ore lavorate in media da ogni occupato;
  • produttività oraria, ovvero la quantità di beni o servizi prodotta con un’ora di lavoro.

Se consideriamo la storia recente, a partire dagli anni 50, in Italia il contributo delle ore lavorate per addetto al Pil è piuttosto negativo. Nei primi venticinque anni (1950-1975) per effetto della riduzione degli orari di lavoro contrattuali; negli anni duemila per la diffusione degli impieghi a tempo parziale e temporanei.

Andamento demografico e lavoro

Il contributo del tasso di occupazione è divenuto positivo solo negli ultimi 25 anni. La partecipazione al mercato del lavoro inoltre è stata sempre piuttosto bassa. Negli ultimi anni è addirittura cresciuta rispetto al passato, anche in riferimento agli anni di maggior crescita economica. L’andamento del tasso di dipendenza ha dato un apporto positivo allo sviluppo nell’ultimo quarto del secolo scorso, con l’ingresso sul lavoro dei baby boomer (nati tra il 1950 e il 1964). Ma da qualche anno determina un effetto depressivo, con il progressivo invecchiamento della popolazione e l’inizio del pensionamento dei baby boomer.

Una recente indagine di Banca d’Italia, dal titolo “Relazione sull’impatto dell’andamento demografico”, stima che nei prossimi venticinque anni, se tassi di occupazione, orari di lavoro e produttività oraria rimanessero sui livelli attuali, il calo della popolazione in età da lavoro implicherebbe una diminuzione dell’input di lavoro. E quindi del Pil dello 0,9% all’anno. Significa smettere di crescere e iniziare a declinare. Per capire come uscire dalla stagnazione dobbiamo intervenire sui fattori che incidono sull’andamento demografico. Ma con attenzione particolare a un fattore determinante, che possiamo considerare come il fattore X della crescita, ossia la produttività.

Fattori su cui intervenire: nascite

Il primo fattore è evidentemente quello delle nascite. Siamo ai minimi storici, nel 2024 il dato è di 1,18 figli per donna. L’effetto negativo sul tasso di natalità è amplificato dalla parallela forte riduzione del numero di donne in età riproduttiva, fissata tra i 15 e i 49 anni (11,4 milioni di donne a gennaio 2025). Nel 2024 i nati sono 370.000, nel 1995, con un tasso di fecondità pari a 1,19, simile quindi a quello attuale, erano 526.000. Grazie a un numero di donne in età riproduttiva di un quarto più alto, a dimostrare come questi fattori siano tra loro strettamente collegati.

Tuttavia, poiché le coppie anche in Italia continuano a desiderare di avere figli, il fenomeno si può contrastare con efficaci politiche e soprattutto servizi a sostegno della famiglia e della natalità. Va anche considerato che non c’è una contrapposizione tra occupazione femminile e procreazione. Al contrario, nelle economie avanzate il tasso di fecondità è più alto dove è più elevata la partecipazione delle donne. Questo accade anche in Italia.

Nel 2024 il Trentino Alto-Adige era la regione italiana con il tasso di fecondità più elevato (1,39 figli per donna). Mentre Molise e Sardegna avevano i tassi più bassi, rispettivamente 1,04 e 0,91 figli per donna. Il tasso di occupazione femminile era pari al 67,2% in Trentino Alto-Adige, contro il 47,3% e il 50,5% di Molise e Sardegna. È quindi importante rafforzare i servizi educativi per la prima infanzia, che facilitano la partecipazione al mercato del lavoro dei genitori. Oltre ad avere effetti sui rendimenti scolastici dei bambini.

Fattori su cui intervenire: immigrazione

Tornare a fare figli è importante, ma non è sufficiente. Nel medio periodo non potrebbe comunque compensare il calo della popolazione in età da lavoro. Anzi, le maggiori nascite tenderebbero ad aumentare il tasso di dipendenza e, di conseguenza, l’impatto negativo dell’andamento demografico sulla dinamica del Pil pro capite. Quindi è importante fare figli, ma serve anche, e forse soprattutto, fare altro. Un fattore demografico che può controbilanciare il saldo naturale negativo anche nel breve periodo è l’immigrazione.

L’ingresso di cittadini stranieri ha interamente sostenuto la crescita della popolazione residente dall’inizio degli anni duemila fino al 2014. Ciò non è più avvenuto dal 2015, quando i flussi in entrata si sono ridotti e l’emigrazione di italiani e stranieri è aumentata. Sono necessarie politiche per flussi migratori regolari che incontrino le necessità delle imprese e assicurino un’integrazione completa per chi arriva. Nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 10,5% dell’occupazione totale, ma raggiungevano il 15,1% tra gli operai e gli artigiani e il 30% tra il personale non qualificato. Erano il 16,9% nelle costruzioni e il 20,0% in agricoltura.

I lavoratori immigrati per lo più svolgono occupazioni di bassa qualità e peggio retribuite, meno accette ai lavoratori italiani. Servono più immigrati con qualifiche professionali in grado di contribuire alla creazione di valore aggiunto. E servono politiche e strumenti adatti per raggiungere questo obiettivo a breve termine. In ogni caso, per ridurre il tasso di dipendenza i flussi migratori, gestiti e regolati, sono fondamentali. Sono decisivi gli interventi che, oltre alla formazione linguistica, favoriscano il riconoscimento delle qualifiche professionali ottenute all’estero.

La partecipazione al mercato del lavoro

L’altro fattore su cui l’Italia ha significativi margini di miglioramento nel breve periodo è la partecipazione al lavoro della popolazione attiva. Nei decenni scorsi l’andamento demografico e la crescita economica hanno permesso all’Italia di tenere basso questo dato  rispetto alla media europea. Oggi non è più possibile e l’intervento per “attivare gli inattivi” diventa fondamentale, soprattutto in una fase di crescita della domanda di lavoro.

Il tasso di attività in Italia è nel 2025 poco meno del 70%. In crescita ma decisamente lontano dalla partecipazione che troviamo in Paesi come Francia e Germania, superiore di otto punti. Tra i tanti fattori dobbiamo considerare il fenomeno del lavoro sommerso. Ma anche quello dello “scoraggiamento” delle persone prive di competenze rispetto alla domanda di lavoro.

Favorire l’inserimento delle donne

Le donne rappresentano circa due terzi di chi non cerca né è disponibile a lavorare. L’analisi Istat conferma che i carichi di cura familiari sono il principale ostacolo al lavoro per oltre metà di queste donne. Se rimuovessimo gli ostacoli che impediscono alla donna di continuare a lavorare dopo la maternità, nei prossimi vent’anni colmeremmo più di un terzo del divario di genere nell’occupazione. Per aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro vanno disegnati incentivi mirati alle imprese. Oltre a specifiche forme di politiche attive, come programmi di formazione e assistenza nella ricerca di lavoro. Vanno introdotti inoltre strumenti di welfare aziendale e potenziati i servizi di conciliazione, anche attraverso modelli contrattuali più avanzati e diffusi.

Intervenire sui Neet

L’altro segmento su cui intervenire sono i giovani che non studiano, non lavorano o che non stanno cercando un impiego (sono ancora il 15% degli under 29). Attraverso servizi e programmi mirati e una maggiore connessione tra il percorso formativo scolastico e il sistema delle imprese. Per ridurre i tempi di transizione tra la scuola e il lavoro e il fenomeno della dispersione scolastica.

Tuttavia, anche se l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro appare necessario per contenere l’effetto della diminuzione della popolazione in età da lavoro (vanno compensati i tre milioni di italiani in età da lavoro in meno previsti nei prossimi dieci anni), questo aumento andrebbe a tamponare la falla. Ma non determinerebbe da solo effetti di crescita. Il cerchio della ripresa delle condizioni per lo sviluppo si può chiudere solo attraverso un intervento che riporti l’innovazione e la produttività al centro del lavoro.

La produttività diventa centrale

La stima del Centro studi della Banca d’Italia è chiara. Se nel 2050 i tassi di partecipazione dei giovani e delle donne raggiungessero quelli che si osservano attualmente nella media dell’UE, senza un aumento della produttività del lavoro, il Pil procapite rimarrebbe sostanzialmente stabile, ma quello complessivo si ridurrebbe del 6,8%.

Il fattore determinante, l’X factor da attivare per contrastare gli effetti del declino demografico ed economico, è l’aumento della produttività. Che può avvenire solo attraverso una maggiore e più diffusa relazione tra sostegno all’innovazione e promozione delle competenze. In realtà non è nulla di nuovo, perché è sempre stato così, anche in Italia, come è reso evidente dal grafico sottostante.

La contabilità della crescita del Pil reale procapite in Italia

Il Pil è da sempre legato alla produttività oraria del lavoro. Questo fattore, se positivo, è sempre riuscito a contrastare nella nostra storia recente gli altri fattori di creazione di ricchezza meno positivi o negativi, come la minore partecipazione al mercato del lavoro. Il grafico mostra chiaramente come la produttività abbia consentito nei 25 anni del primo boom economico il record del Pil (allora un vero e proprio record mondiale). E determinato la crescita del Paese, soprattutto a sostegno del processo di industrializzazione.

In quegli anni, tra il 1950 e il 1974, milioni di famiglie hanno potuto crescere due o più figli con il solo reddito del capofamiglia. Nei venticinque anni successivi la produttività ha iniziato a calare, compensata da un leggero aumento del tasso di occupazione. Abbiamo mantenuto la crescita, anche in questo caso, grazie alla produttività dei settori trainanti del Made in Italy. I quali compensavano in parte il calo della grande industria e la minore produttività complessiva del sistema, che nel frattempo si stava terziarizzando.

Sono gli anni tra il 1975 e il 1999, in cui le famiglie con entrambi i coniugi lavoratori sono cresciute, per poter continuare ad avere e far crescere due figli in media per famiglia. Gli ultimi 25 anni segnalano invece il calo netto della produttività. Rimasta nel manifatturiero d’eccellenza, ma molto bassa negli altri settori del terziario e dei servizi, nel frattempo diventati prevalenti nel sistema economico.

Durante gli anni della globalizzazione, dal 2000 a oggi, l’aumento delle ore lavorate e del tasso di occupazione va a sostituire la produttività come fattore determinante per la crescita. Ma questo evidentemente non può bastare. Proprio in questi decenni è stata l’innovazione a determinare la produttività, non la crescita di ore lavorate. Meno produttività significa salari al palo. Per questo i due coniugi che lavorano decidono oggi di fermarsi al primo figlio e il tasso di dipendenza cresce in modo preoccupante.

Competenze e innovazione

La produttività nelle diverse fasi dell’andamento dell’economia non è sempre data dagli stessi elementi. Tuttavia, ci sono due fattori costanti e di fondo: il saper innovare usando la tecnologia e avere in modo diffuso sul territorio le competenze adatte per farlo. La produttività è costituita dalla quantità di beni o servizi prodotta in un certo lasso di tempo. Ed è quindi evidente quali siano gli strumenti fondamentali per farlo anche in questa epoca.

Avere le competenze in grado di collegare l’innovazione all’adeguamento tecnologico, in un contesto di aumento della popolazione attiva l’innovazione può determinare un effetto di riduzione dell’occupazione. Tuttavia, in un contesto di diminuzione della popolazione in età da lavoro, proprio l’automazione può offrire la possibilità di conseguire livelli di produttività più elevati, sopperendo al ridimensionamento dell’offerta di lavoro.

L’Italia per l’innovazione non parte da zero. Le alte prestazioni del manifatturiero collegato al Made in Italy dipendono anche dal tasso di adozione di robot industriali, il più alto d’Europa. Siamo invece ancora molto indietro rispetto all’introduzione dell’intelligenza artificiale, che potrebbe determinare un aumento della produttività ancora più significativo, soprattutto nei settori non manifatturieri, dalla sanità alla pubblica amministrazione, che oggi non garantiscono un adeguato livello di produttività.

La sfida quindi si gioca sull’incremento delle competenze, soprattutto tecniche, e sulla formazione continua dei lavoratori. Su entrambi gli aspetti siamo in ritardo rispetto all’Europa. Abbiamo poche donne che svolgono percorsi formativi nelle discipline tecniche e scientifiche e ancora troppe imprese, soprattutto piccole e nei servizi, che non investono abbastanza in formazione continua. Questo percorso è tuttavia inevitabile e inderogabile.

L’aumento della produttività è fondamentale per creare il valore necessario al nostro Paese per sostenere il costo della previdenza, del sistema sanitario e del welfare, che altrimenti rischia di essere compromesso entro un decennio. Dobbiamo inoltre considerare come questa situazione sia aggravata da altri fenomeni concomitanti e in parte conseguenti:

  • “fuga di cervelli”, ossia il trasferimento e la successiva permanenza all’estero dei giovani laureati, da ricondurre alla presenza di settori economici a bassa produttività e che non garantiscono salari adeguati, che sta diventando sempre più preoccupante;
  • struttura del sistema produttivo italiano, formato soprattutto da microimprese, che hanno più difficoltà a innovare e creare valore aggiunto;
  • divari territoriali, in primis la questione delle aree interne e della inadeguata coesione economica e sociale tra le diverse aree del territorio italiano, che creano squilibri che incidono anche sulla capacità produttiva delle imprese e del lavoro.

Il valore da mantenere e quello da ricreare

In questa prospettiva abbiamo una indicazione chiara, ma anche un problema specifico su cui intervenire, una vera e propria palla al piede della crescita. In Italia i settori a basso valore aggiunto sono quelli in cui cresce di più la domanda di lavoro e questo fa diminuire la produttività e di conseguenza tiene bassi i salari e la crescita economica.

L’ultimo rapporto annuale dell’Istat segnala come aumentino la domanda di lavoro, e di conseguenza le ore lavorate, soprattutto in settori come alloggio e ristorazione, servizi alla persona, sanità, costruzioni e attività caratterizzate da minore produttività e valore aggiunto. Tradotto, meno innovazione e produttività e quindi salari medi più bassi e minore capacità competitiva.

Questo elemento di debolezza va di pari passo con il permanere di una intensità di Ricerca e Sviluppo relativamente bassa, e con il ritardo nell’adozione da parte delle imprese delle tecnologie digitali che richiedono maggiori competenze, tra le quali l’intelligenza artificiale. I settori del Made in Italy più competitivi stanno investendo in innovazione e competenze, ma i settori non competitivi sono in difficoltà anche per i minori investimenti in tecnologia e capitale umano.

Dobbiamo quindi sostenere i settori che creano maggiore produttività, come il manifatturiero, più esposti a questa fase di crisi del mercato globale. Ma soprattutto intervenire decisamente con una strategia che coinvolga i settori che esprimono meno valore aggiunto, anche perché in alcuni casi sono meno stimolati dal mercato.Pubblica amministrazione, istruzione e sistema sociosanitario sono settori fondamentali e con una forte domanda, ma esprimono una offerta di servizi in media a bassa produttività, su cui è fondamentale agire per formare competenze e promuovere innovazione. I servizi professionali e alle imprese, le costruzioni e il settore del turismo sono settori a forte domanda, ma che in media creano poco valore aggiunto. Anche per questo diventa fondamentale intervenire per migliorarne l’efficienza e la qualità e per contrastare la presenza di condizioni di lavoro non regolari e a basso reddito.

In Italia esistono ancora vaste aree di lavoro povero la cui motivazione è soprattutto di natura economica. La bassa produttività determina poco valore aggiunto e di conseguenza peggiori condizioni di lavoro, contratti precari o stagionali e minore remunerazione. Nell’economia italiana c’è un valore che dobbiamo saper mantenere, ma troviamo anche molti settori in cui il valore va ricreato e promosso. Anche attraverso politiche pubbliche e un sistema fiscale attento ai comportamenti e alle scelte delle imprese. Non tutto il lavoro ha lo stesso valore e il lavoro non produttivo non determina crescita e sviluppo.

Romano BeniniChi è Romano Benini

Romano Benini è professore straordinario di Sociologia del welfare e coordinatore del corso di laurea in Consulenza del lavoro presso la Link Campus University di Roma e docente di Sociologia del Made in Italy presso l’Università La Sapienza di Roma. Giornalista economico, è autore di Il posto giusto, il programma di Rai3 su formazione e mercato del lavoro, e consulente della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, della Cna nazionale e di diverse istituzioni. Tra i libri più recenti: Il fattore umano (Donzelli, 2016), Lo stile italiano, Mutamenti sociali e inclusione attiva (Eurilink, 2018), Il posto giusto (Eurilink, 2020).

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