La formazione continua è la chiave del lavoro che cambia

In un mercato del lavoro attraversato da transizioni produttive, squilibri territoriali, reshoring e invecchiamento della forza lavoro, non basta puntare solo su tecnologie e digitalizzazione. Egidio Sangue, Direttore di FondItalia, invita a una visione sistemica della formazione continua, capace di rispondere alle sfide della qualità dell’occupazione, dell’inclusione e della mobilità sostenibile, valorizzando i Fondi interprofessionali come strumenti chiave per un vero Lifelong Learning.

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Egidio Sangue, Direttore di FondItalia, invita a una visione sistemica della formazione continua

di Christian Poccia |

In un mercato del lavoro in profonda trasformazione, non basta più parlare di digitalizzazione o nuove tecnologie.

Serve una visione più ampia, capace di tenere insieme le transizioni produttive, le esigenze dei territori, la qualità dell’occupazione e l’accesso alla formazione. Ne parliamo con Egidio Sangue, Direttore di FondItalia.

Direttore, si parla molto di digitalizzazione e nuove tecnologie. Ma davvero l’adeguamento delle competenze passa solo da lì?

Assolutamente no. Esistono mestieri in cui l’impatto della digitalizzazione è minimo, ma questo non significa che non abbiano bisogno di aggiornamento. L’adeguamento delle competenze è un’esigenza trasversale a tutti i settori, anche a quelli meno tecnologicamente avanzati. Pensiamo ai cambiamenti nei protocolli di sicurezza, nei materiali utilizzati, nelle normative: sono tutti fattori che richiedono formazione, anche in mestieri tradizionali. L’errore più comune è ridurre il concetto di competenze al digitale, quando invece il lavoro si trasforma su molti piani, non solo tecnologici.

Quali altri fattori, secondo lei, stanno influenzando il mercato del lavoro in Italia?

Uno su tutti è la geopolitica. Le tensioni internazionali, l’instabilità commerciale, il ritorno di tendenze protezionistiche e i nuovi equilibri globali stanno già producendo effetti. Un possibile scenario è quello del “reshoring”, cioè il rientro in Italia di produzioni precedentemente delocalizzate. Questo potrebbe rilanciare la manifattura, ma richiederà anche competenze che oggi rischiano di non essere più disponibili. Prepararsi a questa eventualità è strategico, perché non parliamo solo di innovazione, ma di capacità di reagire a un mondo che cambia anche per motivi esterni all’economia.

Nel nostro Paese ci sono territori in cui mancano i lavoratori e altri in cui l’offerta è abbondante ma sottoutilizzata. Come si colma questo divario?

Conoscere i numeri non basta. Facciamo un esempio, in Friuli-Venezia Giulia le imprese cercano personale ma non lo trovano. Mentre in regioni come il Molise, invece, vi è un potenziale bacino di disoccupati che potrebbe soddisfare queste esigenze. Il problema è mettere in comunicazione queste due realtà.

Serve un sistema che renda trasparenti le competenze disponibili e i fabbisogni delle imprese, anche tra territori distanti. In questo i Fondi Interprofessionali possono fare molto, ad esempio favorendo percorsi formativi mirati che rispondano a esigenze concrete, e accompagnando di conseguenza i lavoratori in una mobilità sostenibile e qualificata.

Come dovrebbe evolvere, secondo lei, l’offerta di formazione continua?

Va certamente ripensata. Bisogna costruire un ecosistema formativo inclusivo, che metta in rete le competenze dell’istruzione secondaria superiore – penso agli ITS, ma anche alle università – e che sfrutti le tecnologie per distribuire formazione di qualità a una platea ampia. Intelligenza artificiale, apprendimento adattivo, piattaforme online: sono strumenti potentissimi per raggiungere anche chi, per mille motivi, non entrerebbe mai in un’aula. La formazione deve essere ovunque e per tutti.

Lei ha parlato spesso di “Lifelong Learning”. Di cosa si tratta e perché è così importante oggi?

È l’idea che la formazione non sia più un momento, ma un processo continuo lungo tutta la vita lavorativa. Oggi non si entra in azienda con un bagaglio di competenze definitive. Le trasformazioni sono sempre esistite, basti pensare alla rivoluzione industriale, ma oggi avvengono a una velocità impressionante. E avvengono in un contesto demografico in cui l’età media dei lavoratori è sempre più alta. Il “Lifelong Learning” serve a mantenere le persone attive, produttive e consapevoli dei propri mezzi. È una sfida di sistema, culturale oltre che tecnica.

Un altro tema centrale è quello del lavoro povero. Che ruolo ha la formazione in questo fenomeno?

Un ruolo decisivo. Il lavoro povero dipende da tanti fattori, ma tra questi ci sono anche le competenze: spesso le persone lavorano con basse qualifiche perché non possiedono strumenti per accedere a ruoli più qualificati e quindi meglio remunerati. C’è una discrepanza crescente tra le competenze effettivamente acquisite e le mansioni svolte.

La formazione serve a colmare questo scarto e a restituire valore al lavoro. È anche una questione di equità: se vogliamo migliorare la qualità dell’occupazione, dobbiamo partire dalla qualità delle competenze. E per farlo, serve una visione condivisa tra imprese, istituzioni e soggetti come i Fondi Interprofessionali.

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