di Luigi Beccaria |
Secondo rilevazioni anche molto recenti (ndr: si veda l’opera di Dui e Bussi Moratti, Insieme verso il futuro. Come creare un patto di famiglia duraturo, 2024) le imprese a cosiddetta conduzione familiare rappresentano quasi il 90% delle imprese operanti nel territorio italiano, ma la percentuale di chi riesce a superare indenni il passaggio generazionale è pari a circa il 30%.
Già questo dato dovrebbe indurre a porsi delle riflessioni su una tematica, quella del passaggio generazionale di un’azienda, che si tende sempre a dare per scontata. E che invece costituisce uno snodo essenziale nel buon funzionamento dell’economia. Soprattutto in ragione del fatto che, in particolare nel Nord Italia, detta tipologia di impresa costituisce il “nerbo” del tessuto produttivo.
Il passaggio generazionale nell’impresa familiare
Le dinamiche che conducono imprese delle più disparate dimensioni e afferenti ai più variegati settori al caos ed eventualmente alla dissoluzione tendono a riproporsi sempre sotto le medesime forme.
- Creazione dell’impresa da parte dell’imprenditore fondatore, che agisce da “frontman” in modo solitario, mentre gli eredi sono in giovane età.
- Progressivo invecchiamento dello stesso e lenta introduzione degli eredi in azienda, con il mantenimento di un atteggiamento “accentratore”, poco propenso a confronto, delega e dialogo.
- Procrastinazione della designazione del soggetto che succederà nell’attività gestionale, con la generazione di conflitti latenti trasversali a impresa e famiglia che, una volta slatentizzati, sono suscettibili di generare un’entropia gestionale a volte insanabile.
A ciò si aggiunga il frequente ingresso, con ruoli giuridicamente eterogenei (che possono variare dal lavoratore subordinato al membro dell’organo amministrativo, mentre più difficilmente diverranno intestatari di quote del capitale sociale) dei compagni/e o mogli/mariti degli eredi. Che talvolta rivendicano ipso iure per sé un ruolo para-gestionale, anche in tali circostanze senza averne le capacità o i meriti. Generando scontento e divisioni nel resto del personale, e a volte anche nel resto dei familiari.
L’adozione di un approccio multidisciplinare
Questa rapida panoramica, che per esigenze di spazio si limita a un’enumerazione superficiale delle casistiche più frequenti e problematiche, dovrebbe far capire quanto esplosiva sia la miscela. Considerando altresì l’intersezione tra le questioni personali o familiari e quelle specificamente riferibili all’azienda, con simpatie e antipatie, convenienze e contrapposizioni reciproche che potrebbero far deragliare anche le realtà più solide.
Tutto ciò non significa, naturalmente (anche se tale scuola di pensiero esiste e trova conferme nelle varie sfaccettature della realtà), che sia aprioristicamente sbagliato lavorare in famiglia (“family in the business”). Ma che devono essere attuate alcune strategie preventive per evitare sia conflitti intra-familiari (e dunque intra-aziendali), sia eventi improvvisi. Quali, ad esempio, l’improvvisa indisponibilità, tipicamente per cause di forza maggiore come motivi di salute, dell’imprenditore – dominus.
Le figure professionali coinvolte nel passaggio generazionale
Di fondamentale importanza è, innanzitutto, l’adozione di un approccio multidisciplinare. Al fine di gestire i vari snodi del passaggio, serviranno certamente:
- esperto legale (avvocato o notaio) che fornisca consulenza sulla corretta costituzione di una società che sia già “pronta” alla successione;
- esperto commercialista, o lo stesso notaio, che esamini la pratica anche da un punto di vista fiscale (ad esempio su come gestire l’imposta di successione, anche alla luce delle recenti modifiche legislative);
- consulente che operi nel ramo psicologico, per “fluidificare” le dinamiche interpersonali che sussumono alla complessa trama dei rapporti, ad esempio valorizzando le qualità di uno o più eredi più idonei alla designazione come futuro leader, favorendo il dialogo tra la visione tipicamente conservatrice del fondatore e quella più innovativa delle nuove generazioni;
- consulente che operi nel ramo finanziario, che persegua lo scopo di salvaguardare il patrimonio familiare nel suo complesso.
Tutti questi professionisti dovranno operare di concerto. Onde evitare sovrapposizioni o la creazione di diverse “parrocchie” riconducibili a diversi professionisti di riferimento, magari con strategie contrapposte l’una rispetto all’altra.
Il ricorso preventivo ai “patti di famiglia”
Certamente va incoraggiato il ricorso preventivo ai cosiddetti “patti di famiglia”. I quali, in deroga al divieto di patti successori contenuto nel Codice Civile, consente di predeterminare la futura ripartizione dell’impresa familiare. Prevedendo la liquidazione anticipata degli eredi non interessati alla successione nella conduzione (o che si trovano in un conflitto insanabile e non componibile nemmeno tramite l’intervento dei professionisti sopra richiamati) e l’attribuzione di quote e ruoli gestionali agli altri.
Nello specifico, il patto di famiglia deve essere stipulato sotto forma di atto pubblico. Dunque sottoscritto davanti al notaio, per ragioni di solennità e di certezza dei traffici giuridici), alla presenza di imprenditore, figli assegnatari, coniuge dell’imprenditore e, infine, tutti i soggetti che avrebbero la qualifica di legittimari qualora, in quel momento, venisse aperta l’eventuale successione testamentaria dell’imprenditore.
Sia il coniuge sia i “legittimari” hanno il diritto di percepire una somma a titolo di liquidazione, corrispondente al valore delle quote di legittima (è tuttavia ammesso anche che la liquidazione possa avvenire “in natura”, sostituendo il denaro con beni – anche immobili – di valore equipollente, in modo che il patto si possa fare anche in caso di scarsità di cassa disponibile). In sostanza “anticipando” in tutto o in parte la propria eredità.
L’evidente finalità di questa normativa risiede dunque nell’esigenza di favorire il passaggio generazionale delle aziende, consentendo di individuare i soggetti più idonei. Dirimendo in anticipo le questioni più spinose, con la ratio di aumentare le probabilità di sopravvivenza delle imprese familiari. Tra i pochi avamposti di cultura locale (a tutte le latitudini del paese) rimasti in piedi dinanzi all’espansione incontrollata dei grandi gruppi transazionali.
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