La sicurezza non è uguale per tutti

La tutela della salute e della sicurezza sul lavoro fa riferimento a un impianto giuridico complesso, che stabilisce diritti e doveri per aziende, lavoratori, enti statali e locali. Un ambito ampiamente regolamentato, nel quale però sono ancora molte le situazioni di rischio

Sicurezza sul lavoro: numeri, dati e azioni in Italia

di Virna Bottarelli |

Quando si parla di sicurezza sul lavoro si corre solitamente un duplice rischio. Quello di elencare cifre e percentuali come se non si trattasse, in realtà, di un tema che riguarda le persone. E quello di eccedere nella retorica, ripetendo come in una litania che morire di lavoro non è accettabile, mettendo in prima pagina il caso di cronaca più struggente e relegando in secondo piano tanti altri casi che invece meriterebbero la stessa attenzione.

Perché tutti i lavoratori hanno pari dignità ed è proprio quest’ultimo il concetto da tenere sempre sullo sfondo quando si affronta l’argomento. Lo ha ricordato anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di insediamento del 3 febbraio. “Dignità è azzerare le morti sul lavoro, che feriscono la società e la coscienza di ognuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita”. Citare il vertice dello Stato non è eccessivo. La sicurezza sul lavoro è una questione di Stato, perché fa riferimento a un impianto giuridico complesso, che stabilisce diritti e doveri in capo a diversi soggetti: aziende, lavoratori, enti statali e locali. Il tema deve interessare la collettività, a maggior ragione alla luce dell’esperienza vissuta con la pandemia. “La correlazione tra lavoro e virus, la circolarità tra sicurezza sul lavoro e salute collettiva dimostra come salute, ambiente, lavoro, siano fortemente correlati, collocati sullo stesso piano: beni universali di cui è sempre più difficile stabilire i confini”, ha detto il Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando.

Sicurezza sul lavoro: i numeri italiani

I dati provvisori pubblicati da Inail per il 2021 (per i dati consolidati occorre attendere la presentazione della Relazione annuale in estate, ndr) indicano che le denunce di infortunio sul lavoro sono state 555.236. In aumento rispetto alle 554.340 del 2020. Le denunce di infortunio con esito mortale sono state 1.221 (nel 2020 erano state 1.270). Ma come specificano in Inail, il dato va considerato con cautela, perché risente di una maggiore provvisorietà anche in conseguenza della pandemia, con il risultato di non conteggiare tempestivamente alcune “tardive” denunce mortali da contagio.

Sono state invece 55.288 le denunce di malattia professionale, in aumento rispetto all’anno precedente. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (36.163 casi), del sistema nervoso (6.337) e dell’orecchio (3.614) continuano a rappresentare, anche nel 2021, le prime tre malattie professionali denunciate. Seguite dai tumori (1.702), che superano le patologie del sistema respiratorio (1.643). Che cosa si sta facendo per cercare di ridurre questi numeri che, oltretutto, rappresentano un dato parziale, sia perché tengono conto solo di quanto accade sul fronte del lavoro regolare e regolarizzato e sia perché non includono circa 4 milioni di lavoratori che hanno coperture assicurative diverse?

Come ha detto Franco Bettoni, Presidente Inail “non è sufficiente indignarsi, ma occorre agire. Le norme ci sono e vanno rispettate. È necessario un impegno forte e deciso di tutti per realizzare un vero e proprio ‘patto per la sicurezza’ tra istituzioni e parti sociali. Coinvolgere gli attori del sistema nazionale di prevenzione, rafforzare i controlli, promuovere una maggiore sensibilizzazione di lavoratori e imprese, potenziare la formazione e l’informazione per costruire una cultura della sicurezza, a partire dal mondo della scuola, dare sostegno economico alle aziende”.

Le azioni avviate

Negli ultimi mesi il Ministero del Lavoro si è attivato per potenziare ulteriormente le misure che nel nostro Paese si pongono a tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro. Rafforzando il ruolo e le dotazioni organiche dell’Ispettorato nazionale del lavoro, potenziando le misure sospensive e di interdizione nei confronti delle aziende, rivedendo il ruolo del Sinp (Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro) e intervenendo nell’ambito della formazione. Ora obbligatoria, oltre che per i lavoratori, per il datore di lavoro.

Ci sono però alcuni aspetti irrisolti sui quali urge intervenire. A cominciare dall’asimmetria tra il Testo Unico del 2008, pilastro della normativa, che riconosce come destinatari e vittime tutte le persone che lavorano, subordinati o autonomi, e quello sulla tutela Inail, che invece non riconosce come soggetti da proteggere tutti i lavoratori, ma solo alcuni, stabiliti in base a determinati criteri selettivi. Per riprendere le parole di Orlando, “le limitazioni soggettive della tutela risultano poi intollerabili in relazione al Covid-19. Perché finiscono per escludere dalla protezione previdenziale alcuni soggetti particolarmente esposti. Come i medici di base o i medici e gli infermieri che operano come lavoratori autonomi, i quali non rientrano neppure tra i lavoratori parasubordinati protetti”.

Un ultimo punto sul quale il ministro ha richiamato l’attenzione riguarda le indennità. La protezione indennitaria dovrebbe coprire anche quei lavoratori che presentano danni di lieve entità, per la precisione di grado inferiore al 6%, che a oggi non ricevono indennizzi. E bisognerebbe rivedere la tabella delle menomazioni con l’obiettivo di riconoscere il danno patrimoniale anche per le invalidità inferiori al 16%, che può comportare per un lavoratore l’impossibilità di continuare la propria mansione. E di garantire al lavoratore un percorso di riqualificazione e ricollocazione.

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