Per il lavoro c’è ancora molto da fare

Ripresa economica, mondo del lavoro e politiche attive: possiamo essere ottimisti? Intervista a Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt

Lavoro e politiche attive: intervista a Francesco Seghezzi di Adapt

di Virna Bottarelli |

I dati sull’economia sono positivi e la ripartenza c’è stata. In questo contesto, possiamo essere ottimisti anche per quanto riguarda il lavoro? Le politiche attive e quelle in tema di pensione e sostegno al reddito stanno affrontando in modo efficace le criticità del nostro sistema? Di questo, e altro, parliamo con Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt.

Secondo i dati Istat relativi al terzo trimestre del 2021, il Pil è aumentato del 2,6% rispetto al trimestre precedente e del 3,8% in termini tendenziali. Per l’intero anno, la variazione acquisita, quella cioè che si otterrebbe se per il quarto trimestre si registrasse una variazione congiunturale nulla, è del +6,1%. La situazione è migliorata anche sul fronte dell’occupazione. Nel mese di settembre 2021, rispetto al mese precedente, sono cresciuti gli occupati e diminuiti i disoccupati e gli inattivi. A seguito della ripresa dell’occupazione, registrata anche tra febbraio e giugno 2021, il numero di occupati è superiore a quello di settembre 2020 dell’1,2% (+273mila unità).

I numeri ci dicono che siamo in una fase di crescita. Ma i nodi da sciogliere, quando si parla di lavoro, politiche attive, sistema pensionistico, ammortizzatori sociali, sono ancora molti. Con Francesco Seghezzi cerchiamo di fare luce su alcuni dei temi più di attualità, dalla fine del blocco dei licenziamenti al rifinanziamento del Reddito di Cittadinanza. E sulla questione, più che mai aperta, del ruolo delle parti sociali nel mondo del lavoro di oggi e di domani.

Un primo tema di stretta attualità il blocco dei licenziamenti, scaduto il 31 ottobre. Quali ricadute ci possiamo aspettare sull’occupazione da qui in avanti?

Il blocco stabilito per attenuare gli effetti della crisi economica causata dalla pandemia nel 2020 in realtà non ha evitato che molte persone perdessero il lavoro. Dai dati ufficiali del Ministero del Lavoro emerge che circa tre milioni di lavoratori a termine si sono visti scadere e non rinnovare, in molti casi, i contratti. La crisi non ha poi risparmiato quella platea di circa 400mila lavoratori autonomi che hanno perso il proprio committente e, quindi, il proprio lavoro. mentre un altro mezzo milione di lavoratori a tempo indeterminato, anche a blocco dei licenziamenti vigente, è stato licenziato.

Quindi, la data del 31 ottobre ha segnato lo sblocco definitivo dei licenziamenti per tutti i settori, salvo quei pochi che ancora possono accedere alla Cassa integrazione, ma in realtà lo sblocco era già avvenuto gradualmente e i licenziamenti si sono comunque verificati nei mesi scorsi, senza peraltro quegli effetti catastrofici che qualcuno aveva paventato. Attenzione: la situazione nel complesso non è positiva, ma dubito che assisteremo a un’accelerazione nei licenziamenti nei mesi a venire.

Un’altra data significativa è quella del 21 ottobre 2021, data di pubblicazione del Decreto-Legge n.146 contenente misure urgenti a tutela del lavoro. Quali sono i provvedimenti più importanti in esso contemplati?

Il capitolo più importante del Decreto riguarda la salute e la sicurezza dei lavoratori. Un tema di cui si è molto discusso recentemente in considerazione del numero inaccettabile di morti e incidenti sul lavoro che si registra nel nostro Paese. Sono state inasprite alcune sanzioni: è sufficiente che si registrino irregolarità, in tema di salute e sicurezza, nel 10% della forza lavoro per far scattare la sospensione delle attività dell’impresa. È stata quindi abbassata la soglia di tolleranza, che prima era del 20%. In secondo luogo, è stato potenziato il numero degli ispettori del lavoro a disposizione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro per l’attività di controllo sulla regolarità del lavoro dal punto di vista fiscale-retributivo e della sicurezza.

Veniamo a una misura molto discussa: il Reddito di Cittadinanza. Il disegno di legge di bilancio 2022 lo ha rifinanziato e parzialmente rivisto, ma saranno sufficienti i correttivi per risolvere le criticità che ne hanno accompagnato l’applicazione?

Parliamo di una materia molto complessa. Le misure correttive introdotte dalla manovra toccano aspetti che definirei di dettaglio. Dobbiamo concentrarci sul fatto che il Governo ha promesso parallelamente una riforma complessiva delle politiche attive del lavoro, all’interno della quale mi auguro trovi il giusto spazio anche il Reddito di Cittadinanza. Le politiche attive devono riguardare tutte le persone che cercano un’occupazione e tutti gli occupati che vogliono cambiare lavoro. Non solo chi percepisce il RdC, come è successo, appunto, da quando questo è entrato in vigore.

Per intenderci: le politiche attive non hanno senso se considerate come misure da vincolare al valore Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) contingente. La criticità principale nell’applicazione del RdC deriva dal fatto che è stato innestato su un terreno, quello delle politiche attive del lavoro, di per sé arido, che non funziona e che deve essere rivisto nel suo complesso. Non c’è dubbio poi che sia un utile strumento di contrasto alla povertà, sebbene anche da questo punto di vista dovrebbe essere riaggiustato. Per esempio, il fatto che non sia concesso agli stranieri residenti in Italia da meno di dieci anni, che invece rappresentano una parte di popolazione nella quale l’incidenza della povertà molto alta e ha bisogno di assistenza, è un limite da rivedere.

Sempre in tema di politiche sociali, un nodo complicato da sciogliere è quello delle pensioni. Il Governo ha ribadito che per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico non si può prescindere dallo schema contributivo. Perché è così complicato mettere a punto una riforma efficace?

Il problema di fondo quando si parla di pensioni è quello demografico. Ed è un problema difficilmente risolvibile alle condizioni attuali. Anche quando passeremo al sistema contributivo puro, che ha costi inferiori rispetto al sistema misto contributivo-retributivo, saremo in un momento storico che, stando alle proiezioni demografiche, vedrà una base di contributori ridotta, con meno persone in età lavorativa rispetto alle persone più anziane. Quindi, anche ipotizzando un’improbabile crescita demografica nei prossimi anni, abbiamo davanti a noi decenni di crisi da questo punto di vista.

La sfida si può affrontare su due fronti: favorendo l’accesso a fondi pensionistici integrativi e trovando modalità per rendere più sostenibile il lavoro anche in età più avanzata. Questa seconda via è sicuramente impopolare, ma è praticabile se si studiano delle soluzioni ad hoc come il part-time. Se si escludono chiaramente alcune mansioni per i lavoratori più anziani e se si regolarizza il lavoro di chi è già in pensione nonostante la giovane età e, magari, lavora in nero. Occorre una visione più lungimirante rispetto a quella delle quote che, a mio avviso, rappresenta una misura più a fini politici, volta generalmente a soddisfare l’elettore medio nell’immediato, senza risolvere il problema della sostenibilità del sistema nel lungo periodo.

Un altro argomento attorno al quale si è creato anche nei mesi scorsi un dibattito che però, ad oggi, non ha portato a soluzioni concrete, è il salario minimo. Ne sentiremo ancora parlare?

Ne sentiremo parlare sicuramente ma non credo che il Governo Draghi lo avvallerà. Perché lo stesso Draghi non ha interesse a rompere con i sindacati, loro stessi non favorevoli a una misura di questo tipo. In effetti, il salario minimo è un provvedimento rischioso perché  potrebbe spingere le imprese a non applicare i Contratti Collettivi, limitandosi al solo rispetto, appunto, di un minimo salariare stabilito da una legge dello Stato.

Questo sarebbe svantaggioso per i lavoratori, perché sono i Contratti Collettivi a disciplinare i loro diritti e a garantire loro delle tutele. Più che stabilire un salario minimo per legge, bisognerebbe fare in modo che siano applicati il più possibile i Contratti Collettivi. Intendo, ovviamente, quelli veramente rappresentativi.

Ha citato i sindacati: qual è il loro ruolo oggi, in un mondo del lavoro italiano dove indubbiamente, con la sparizione delle grandi realtà produttive, il senso di “causa collettiva” si è indebolito, fatti salvi i tavoli di trattativa sulle crisi ancora irrisolte di alcune grandi aziende?

È indubbio che ci sia ancora bisogno del sindacato e che ci sia ancora un’esigenza di rappresentanza dei lavoratori. Proprio perché viviamo in un mondo del lavoro molto più complicato rispetto a quello del passato: le problematiche sono complesse da comprendere, molti vivono un senso di smarrimento. Il punto è capire quale forma il sindacato deve adottare per interpretare le esigenze dei lavoratori, per non rischiare di comprimersi e perdere rappresentatività. A mio avviso dovrebbe valorizzare il proprio ruolo di veicolo di formazione delle competenze e di aggiornamento professionale. Tornando in un certo senso alle sue origini di istituzione nata per tutelare le competenze e la professionalità. Se vuole tornare a rappresentare anche i giovani, il sindacato deve intraprendere la sfida di un rinnovamento che passa dalla formazione.

E dal lato datoriale, che cosa serve affinché al lavoro sia dato il valore che merita?

Le imprese devono puntare sulla valorizzazione del capitale umano e riscoprire, anch’esse, la loro vocazione formativa. Non possono pensare che giovani usciti dalla scuola o dall’università arrivino in azienda preparati per svolgere determinate mansioni in un contesto lavorativo complesso come quello attuale. Se poi vogliamo parlare anche in questo caso di sfide, la più grande è di tipo organizzativo. Devono innovare il loro schemi organizzativi, renderli più orizzontali, imperniarli sull’autonomia e sulla partecipazione dei lavoratori. Con una tecnologia sempre più pervasiva e un bisogno crescente di lavoratori sempre più competenti, saperli coinvolgere diventa una necessità. Perché è in questo modo che assumono per l’impresa un valore davvero strategico. Si tratta, quindi, di rivedere l’organizzazione del lavoro, un ambito in cui nel nostro Paese c’è ancora molto da fare.

CHI È FRANCESCO SEGHEZZI

Mondo del lavoro italiano: intervista a Francesco Seghezzi di Adapt
Francesco Seghezzi,
presidente di Fondazione Adapt

Trentadue anni, originario di Cremona, Francesco Seghezzi è Presidente di Fondazione Adapt e assegnista di ricerca presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha conseguito un PhD in Formazione della Persona e Mercato del lavoro ed è stato Adapt Senior Research Fellow e Visiting scholar presso la Catholic University of America, Visiting Fellow alla Industrial and Labour Relation School della Cornell University e Visiting Fellow presso la University of Chicago.

Si occupa di sociologia del lavoro e relazioni industriali, con particolare attenzione alla fascia giovanile e territoriale, e al rapporto tra lavoro e innovazione tecnologica. È editorialista per diverse testate.

 

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