Il lavoro come riscatto sociale e modello di legalità

Con l’obiettivo di creare condizioni stabili di lavoro per gli ex detenuti nelle regioni a maggior rischio devianza del Sud Italia, è partito un nuovo progetto di reinserimento. Il punto della situazione con la dottoressa Lucia Castellano.

di Annalisa Cerbone |

Ha preso il via lo scorso dicembre il progetto “Innovazione sociale dei servizi di reinserimento delle persone in uscita dai circuiti penali” realizzato nell’ambito del Pon Legalità 2014/2020 – Asse 4, Azione 4.1.2 “Percorsi di inclusione sociale e lavorativa per particolari soggetti a rischio devianza; ex detenuti, minori in fase di uscita dal contesto penale; soggetti appartenenti a famiglie mafiose”, promosso dal Ministero della Giustizia – Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Direzione per l’esecuzione penale esterna e di messa alla prova.

Il progetto, primo nel suo genere, è stato affidato – in seguito ad aggiudicazione di gara di appalto – a un RTI composto da vari enti (Eitd scarl, Apl Lavoro srl, Agenzia per il Lavoro Training & Working, Associazione Centro Studi Ist. e Form., Leader Società Cooperativa Consortile, Istituto Pilota, Consorzio Mestieri Sicilia coop. Sociale) e mira ad aumentare le opportunità di inserimento socio-lavorativo di persone in fase di uscita o usciti dai circuiti penali nelle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, tramite tirocini formativi, azioni di orientamento, tutoraggio e formazione. Il progetto si muove lungo due direttrici principali.

La prima riguarda lo sviluppo di politiche integrate per l’inserimento sociale e lavorativo dei partecipanti, mediante la costruzione e il consolidamento di una rete territoriale che possa garantire azioni sinergiche di formazione e accompagnamento al lavoro, funzionali allo sviluppo di nuove opportunità di reinserimento socio-lavorativo dei beneficiari, attraverso l’implementazione di un modello di “networking” tra diversi tipologie di soggetti operanti nel mondo del lavoro, della formazione e nei tessuti produttivi territoriali. La seconda riguarda invece la realizzazione di piani di intervento personalizzati volti a favorire l’inserimento socio-professionale dei partecipanti, tramite azioni di orientamento, percorsi di bilancio delle competenze, interventi formativi, tirocini, tutoraggio e accompagnamento al lavoro.

Un progetto ambizioso in un momento difficile

L’obiettivo finale è creare condizioni stabili di lavoro per ex detenuti nelle regioni del sud, quelle a maggiore rischio devianza. Un progetto senza dubbio ambizioso, complesso e articolato che prevede azioni di sostegno e orientamento che mirino innanzitutto alla individuazione o al recupero delle competenze di base dei partecipanti e alla costruzione di relazioni di fiducia, al recupero della consapevolezza e della fiducia in sé, dell’autostima.

Solo dopo questa fase, propedeutica, sarà possibile lavorare alla focalizzazione di potenziali aree di intervento e di inserimento professionale. Il progetto, della durata di 18 mesi, viene a inserirsi in un momento caratterizzato ancora da forte instabilità e incertezza lavorativa, con aziende uscite da interventi di cassa integrazione e con processi di riorganizzazione in corso, comprensibilmente poco propense a inserire nel proprio organico soggetti svantaggiati. Per le persone uscite dal carcere, inserirsi nel mondo del lavoro diventa dunque sempre più difficile. La pandemia ha distrutto opportunità di lavoro e, senza occasioni di reinserimento, il pericolo di recidiva è concreto.

Anche nelle carceri gli effetti devastanti del Covid-19 non hanno tardato a manifestarsi con tutte le più nefaste conseguenze: maggiore isolamento dei detenuti, impossibilità di incontrare i parenti, assenza di socialità, interruzione di tutte le attività formative e di lavoro, mancato sostegno delle famiglie e della società nel percorso di riabilitazione, soprattutto dei minori. Le carceri sono diventate sempre più periferiche e lontane dall’interesse delle istituzioni e dalla sensibilità delle persone e le finalità riabilitative appaiono sempre più compromesse.

Le misure in campo e la loro efficacia

Abbiamo chiesto alla dottoressa Lucia Castellano, Direttore Generale per l’Esecuzione Penale Esterna e di messa alla prova del Ministero della Giustizia, di fare il punto della situazione sulle misure messe in campo negli ultimi anni per sostenere il reinserimento lavorativo di ex detenuti e la loro efficacia in questo periodo.

Con la cosiddetta probation sono stati introdotti istituti di diversa natura realizzati nella comunità esterna, come misure alternative alla detenzione, messa alla prova e lavoro di pubblica utilità. Un significativo passo in avanti verso la riabilitazione della persona e il recupero nella comunità. Facciamo chiarezza tra i diversi istituti, proviamo a capire la portata che hanno avuto finora e gli indirizzi futuri.

Negli ultimi anni il sistema di “probation” che comprende le sanzioni e le misure cosiddette “di comunità” eseguite all’interno del contesto sociale, ha subito un notevole incremento, sia nei numeri che nella diversificazione delle misure, alcune delle quali di recentissimo conio. Sono le persone condannate che scontano la propria condanna all’esterno del carcere, tra affidamento in prova al servizio sociale (la misura che più delle altre incarna la ratio del probation), detenzione domiciliare e semilibertà (che sono invece maggiormente contenitive). Dal 2014, inoltre, è possibile, per gli imputati di reati puniti con pena non superiore a 4 anni, chiedere la sospensione del processo con messa alla prova. Il lavoro, gratuito, di pubblica utilità è il contenuto imprescindibile della misura. Se la prova va a buon fine, il reato si estingue.

L’inserimento della misura all’interno del sistema di probation ne ha indubbiamente rafforzato l’identità e, di conseguenza, ha determinato un consolidamento degli “uepe” come uffici di probation di stampo europeo, allontanandoli dallo schema del servizio sociale classico che si occupava essenzialmente di seguire i condannati nel percorso di riacquisizione della libertà definitiva. Oggi, grazie anche al lavoro di pubblica utilità come sanzione sostitutiva della pena per talune tipologie di reati, gli uffici di probation in Italia sono i registi dell’esecuzione delle misure e delle sanzioni di comunità, gli attivatori delle risorse che ciascun territorio è in grado di esprimere. E il progetto di cui oggi parliamo va proprio in questa direzione, con l’imprescindibile aiuto dell’ente attuatore nel raccordo con istituzioni e agenzie locali. Il sistema di probation, pur essendo un servizio della giustizia che attiene all’esecuzione penale, non può che riguardare il territorio, chiamato a collaborare nella presa in carico degli autori di reati, per favorirne il reinserimento sociale.

Il progetto di cui oggi parliamo ci aiuta a perdere l’autoreferenzialità dell’amministrazione della giustizia. La speranza, anzi, direi l’obiettivo, è quello di creare sistemi di reti di risorse che, territorio per territorio, costituiscano opportunità reali anche per il futuro. E, soprattutto, realizzino un sistema integrato di servizi a cui attingere, di volta in volta, per i prossimi “probationers”.

Lucia Castellano
Lucia
Castellano,
Direttore
Generale per
l’Esecuzione
Penale
Esterna
e di messa
alla prova
del Ministero
della
Giustizia

Il lavoro è lo strumento riabilitativo per eccellenza, restituisce dignità, autonomia e libertà. Quali ricadute hanno avuto le esperienze di affidamento al lavoro?

Le politiche del lavoro per i soggetti in esecuzione penale (interna o esterna) sono ovviamente fondamentali nei percorsi di riduzione della recidiva. Mi ripeto, vanno scandagliate le risorse di ciascun territorio. Prima di attivare qualsiasi corso di formazione, tirocinio ecc. va verificata la domanda di manodopera da parte del settore interessato. C’è poi il problema del lavoro nero, con cui quotidianamente ci scontriamo, soprattutto nei territori su cui insiste il progetto. Non c’è dubbio, invece, che quando l’offerta è diversificata e coerente con la domanda che il territorio esprime, ci sono più possibilità di restituire autonomia e libertà definitiva.

Gli Uffici locali per l’Esecuzione Penale Esterna sono uffici periferici del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità, dipendono dal Ministro della Giustizia e si occupano di “trattamento socio-educativo” delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, svolgendo il compito di reinserimento sociale. Possiamo definirli un anello di congiunzione tra il mondo della giustizia e la società.

Quanto è determinante l’intervento degli assistenti sociali nel percorso di recupero e reinserimento di ex detenuti?

I funzionari di servizio sociale svolgono un ruolo fondamentale non solo nella presa in carico delle singole persone, ma anche nell’organizzazione dell’ufficio come anello di congiunzione con la magistratura, da una parte, e il territorio, dall’altra. I numeri delle misure alternative e di comunità, vertiginosamente aumentati, rischiano di far saltare il sistema di probation e di creare “burnout” negli operatori, se non si opera un cambio di passo nell’approccio alla professione, attraverso il superamento della mono professionalità e la gestione congiunta con altre figure (psicologo, educatore). Il lavoro di equipe, l’apporto imprescindibile del terzo settore e del volontariato, devono affiancare il funzionario responsabile del caso in una visione d’insieme, esattamente come succede in Europa.

I partecipanti al progetto raccontano una quotidianità fatta di momenti difficili, ma anche storie di umanità e speranza raccontate soprattutto dai più giovani, che sono desiderosi di rifarsi una vita. Giovani che spesso provengono da contesti familiari difficili e che hanno bisogno di modelli di legalità, grazie ai quali, forse non avrebbero scelto di delinquere. Cosa può fare per loro la società?

Questa è una domanda impegnativa, che chiama in causa istituzioni diverse – la scuola, prima di tutto, e la formazione in generale – che si occupano soprattutto di prevenzione. Noi, purtroppo, interveniamo quando il danno è stato fatto. Ma un sistema di probation che funzioni, soprattutto con riguardo alla messa alla prova e al lavoro di pubblica utilità, può essere un volano potente per la prevenzione della recidiva. Anche in questo caso, la risposta collegiale, pure in termini di prevenzione, è quella che funziona. Tante volte abbiamo organizzato scambi con le scuole, ad esempio. Un altro lavoro importante da impostare è quello con i servizi di welfare dei singoli Comuni. Molti dei nostri utenti sono soggetti socialmente fragili, in carico ai servizi del territorio. Rafforzare interventi congiunti sarebbe fondamentale, tanto nelle grandi città quanto nei piccoli comuni.

Quale lavoro per gli ex detenuti? In che modo una formazione adeguata e progetti ad hoc possono sostenerli nel loro ingresso nel mondo del lavoro?

Credo che bisogna ragionare, in primo luogo, con la persona che si ha di fronte: quali passio- ni? Quali obiettivi? So che sembra un discorso utopistico, ma per gli operatori tirar fuori da ciascuno desideri e passioni è fondamentale e rappresenta il punto di partenza per sostenere la persona in ingresso nel mondo del lavoro. In carcere ho visto tanti ragazzi riuscire bene per- ché innamorati di quello che facevano, dalla ga- stronomia, al vivaismo, ai corsi più sofisticati di cyber security.

Infine, da donna del sud quale è, dove intravede possibilità di riscatto per i giovani più problematici, quelli più facilmente adescabili dalla criminalità? Dove scorge semi di speranza?

Questa è una domanda difficile. Credo che la criminalità offra la prospettiva del guadagno facile e ingente. Ritengo che lo sforzo vada concentrato nel far capire ai ragazzi che queste scelte non sono a costo zero, che si pagano drammaticamente in termini di qualità della vita. La speranza la vedo nella credibilità delle istituzioni, per la quale continuiamo a lavorare senza sosta.

LEGGE SMURAGLIA: AGEVOLAZIONI PER CHI ASSUME DETENUTI

La Legge 193/00 (cosiddetta “Legge Smuraglia”) può giocare un importante ruolo nella realizzazione di politiche attive per l’integrazione degli svantaggiati. La norma, “Benefici per l’inserimento lavorativo dei detenuti” prevede varie misure con le quali si intende favorire l’attività lavorativa dei detenuti, con la possibilità di applicare sgravi fiscali e contributivi per quei soggetti pubblici o privati che assumono lavoratori che si trovano nella condizione di detenuti in esecuzione di pena.

La legge si propone di creare un collegamento diretto tra il carcere e il mondo produttivo disponendo vantaggi per entrambi. Le imprese private, in caso di assunzione con contratto a tempo indeterminato anche part-time di lavoratori disoccupati di lunga durata, usufruiranno di una riduzione del 50% dei contributi previdenziali e assistenziali per 36 mesi. Per le aziende operanti nei territori del Mezzogiorno il beneficio consiste nell’esonero totale dei contributi per 36 mesi (art. 8 comma 9 Legge 20 407/90).

 

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