Work-life balance e burnout in Europa

Un’indagine condotta da Small Business Prices su lavoro e benessere mentale in Europa rivela che in Italia l’equilibrio work-life è buono: con una media di 35,7 ore lavorate a settimana ci collochiamo al secondo posto, dietro ai Paesi Bassi.

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di Virna Bottarelli |

Chi sono i lavoratori europei più esposti al rischio di burnout? A questa domanda ha risposto Small Business Prices con una ricerca che ha esplorato parametri come l’equilibrio tra lavoro e vita privata, la felicità generale in tutto il Paese, il numero di ore lavorate a settimana e la percentuale di dipendenti che segnalano fattori di rischio nocivi per il benessere mentale.

Lo scenario della pandemia da Covid-19 ha ovviamente inciso: mantenere un sano equilibrio tra lavoro e vita privata può essere più difficile quando si è alle prese con il lavoro da casa. L’indagine ha interessato 26 Paesi.

Portogallo e Danimarca ai poli opposti nel burnout

Tra i Paesi europei che stanno vivendo il burnout, al primo posto c’è il Portogallo. Per i portoghesi la settimana lavorativa è una delle più lunghe (39,5 ore, più di loro lavorano solo gli ungheresi, i polacchi e i cechi), mentre lo stipendio medio annuo è tra i più bassi (22.373 euro). All’altra estremità, la Danimarca è il luogo con il rischio più basso di burnout. A Copenaghen e dintorni sembra vivano i lavoratori più felici: il Paese ha ottenuto un punteggio Ocse di 9/10 per l’equilibrio tra lavoro e vita privata, il terzo più alto di tutti i Paesi oggetto di ricerca, con le settimane di lavoro più brevi d’Europa. Non solo, i dipendenti che segnalano rischi per la salute mentale sul lavoro rappresentano la percentuale più bassa tra quelle rilevate dall’indagine (17%). Germania e Lituania sono il secondo e terzo Paese meno a rischio di burnout. I Paesi nei quali i lavoratori hanno il più alto rischio di sviluppare burnout sono la Francia, il Lussemburgo e la Svezia. Il 60% dei lavoratori in Francia segnala fattori di rischio che influenzano la loro salute mentale sul lavoro. A seguire ci sono gli austriaci, per i quali però la percentuale scende al 41%. Secondo l’indagine, l’Italia non rientra nei primi 15 Paesi che stanno vivendo il burnout.

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I 15 principali paesi europei che stanno sperimentando situazioni di burnout
(fonte: Small Business Prices)

In Italia l’equilibrio è buono

I migliori nel realizzare il giusto equilibrio tra vita privata e lavoro sono gli olandesi: i Paesi Bassi hanno un punteggio Ocse di 9,5, il più alto. La loro settimana lavorativa è di sole 29 ore e la loro retribuzione media annua è di 47.503 euro: hanno tempo da dedicare alla vita privata e, evidentemente, risorse da spendere.

A seguire i Paesi Bassi c’è però l’Italia: lavoriamo mediamente 35,72 ore settimanali e abbiamo ottenuto un punteggio di 9,4, di poco inferiore quindi a quello raggiunto dagli olandesi. Lo stipendio medio annuo in Italia è invece di quasi 33.000 euro, piuttosto basso: siamo in linea con la Spagna (32.556 euro) ma indietro rispetto a Francia (39.000 euro) e Germania (45.000 euro). La peggiore in termini di work-life balance è l’Islanda: il Paese nordico ottiene un punteggio di 5,1, con una settimana lavorativa media di 39 ore. Non incide quindi positivamente nemmeno il fatto che gli islandesi guadagnino mediamente molto bene rispetto ai concittadini europei: il loro stipendio medio annuo è di 57.125 euro. Anche il Regno Unito figura tra i Paesi con il peggior equilibrio vita-lavoro: i britannici, che lavorano mediamente 36,6 ore a settimana, hanno ottenuto un punteggio di 6,4.

La parola allo psicologo del lavoro

“Una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e derealizzazione personale, che può manifestarsi in tutte quelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate”. È la definizione di “burnout” che dà Andrea Castello, psicoterapeuta e psicologo del lavoro. Secondo Castello, parlare diffusamente del rischio di burnout e delle conseguenze di questa sindrome è fondamentale, perché conoscere di che cosa si tratta è il primo passo per fronteggiare una problematica che, come spiega, nasce generalmente “da un deterioramento che influenza valori, dignità, spirito e volontà delle persone colpite”.

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A confronto i Paesi migliori e peggiori per quanto riguarda l’equilibrio tra lavoro e vita privata
(fonte Small Business Prices)

La crisi pandemica ha prodotto uno shock sul lavoro, in termini quantitativi e qualitativi. Che reazione hanno avuto i lavoratori italiani a questi cambiamenti?

Le conseguenze psicologiche del Coronavirus e della quarantena sono state diverse: la mancanza di libertà, il senso di solitudine conseguente al distanziamento sociale, la tensione emersa da convivenze forzate e prolungate, disagi da smart working e disagi da condizioni di inattività lavorativa, rabbia, aggressività, impatto del terrorismo mediatico, paura del contagio, timori per il futuro e, più in generale, paura di ciò di cui non si ha controllo. Parlando della reazione dei lavoratori, ho riscontrato una differenza tra settore pubblico e privato e settore sanitario: nel primo caso è emersa principalmente la paura di perdere il lavoro, nel secondo, dove i lavoratori sono stati anche a contatto con la sofferenza, è stata più evidente la paura del contagio.

Christina Maslach definisce il burnout come una perdita di interesse vissuta dall’operatore verso le persone con le quali svolge la propria attività (pazienti, assistiti, clienti, utenti ecc.), una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali, che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri. Chi lavora nel mondo sanitario, ad esempio, ha picchi di stress più alti rispetto al resto dei settori, ed è quindi maggiormente a rischio di burnout.

Su quali fattori si dovrebbe lavorare per scongiurare il rischio di burnout?

Si può lavorare su più livelli: individuale, sociale e organizzativo. A livello individuale è utile variare la routine, fare delle pause, prevenire il coinvolgimento eccessivo nei problemi, favorire il benessere psicologico e bilanciare frustrazione e gratificazione, applicare tecniche di rilassamento fisico e mentale e separare lavoro e vita privata, per evitare la propagazione del malessere nella vita familiare.

A livello sociale è importante rafforzare le relazioni con amici e familiari per compensare i sentimenti di fallimento e frustrazione legati alla vita lavorativa, così come fare volontariato. Infine, ci sono azioni possibili che andrebbero intraprese a livello organizzativo: incontrare il personale dei diversi livelli per fluidificare i rapporti e risolvere le conflittualità, riorganizzare il lavoro per renderlo più vario e interessante, chiarire gli obiettivi organizzativi, riconoscere e valorizzare le competenze, favorire un clima relazionale franco e collaborativo. In particolare, sono necessarie strategie volte a promuovere l’impegno professionale e l’armonia tra il lavoratore e posto di lavoro.

Qualche esempio: condividere la gestione del carico di lavoro con il gruppo, creare e alimentare il senso di squadra, partecipare attivamente al processo decisionale, personalizzando lo stile, adattare gli orari, comunicare con chiarezza, dare obiettivi realistici e credibili, riconoscere una ricchezza nelle diversità, cogliendo le potenzialità positive nell’incontro con alunni, operatori e colleghi, e crescere professionalmente, puntando su formazione e cultura dell’approfondimento.

Qual è il suo approccio terapeutico verso un lavo- ratore che soffre di burnout?

Utilizzo un approccio multidisciplinare. Mi baso su più modelli che si avvicinano alla terapia cognitivo-comportamentale, alla PNL (Programmazione neuro linguistica), alla gestalt, alla terapia ericksoniana. Aiuto le persone a modificare la loro mappa cognitiva, le loro narrazioni e rappresentazioni, in modo che ottengano una maggior forza per fronteggiare le situazioni.


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