All’Italia il primato negativo nel rapporto tra crisi e occupazione femminile

Un recente report della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro in occasione della giornata internazionale dei diritti della donna, indica che rispetto a una riduzione del 2,1% in Europa, in Italia si registra una contrazione del 4,1% delle lavoratrici tra i 15 e 64 anni

donne occupazione Pixabay

Il report “Occupazione femminile: si allarga il divario con l’Europa”, realizzato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro in occasione della giornata internazionale dei diritti della donna, indica che su 100 posti di lavoro persi in Europa, quelli femminili sono 46, mentre in Italia sono 56.

Rispetto a una riduzione del 2,1% in Europa, nel nostro Paese si registra una contrazione del 4,1% delle lavoratrici italiane tra i 15 e 64 anni. In nessun altro Stato la crisi colpisce in modo così differenziato le donne rispetto agli uomini. Tra aprile e settembre 2020 l’Italia ha perso 402 mila occupate rispetto all’anno precedente, registrando una perdita doppia a quella europea. Non solo. In Italia il differenziale di genere nell’impatto della crisi risulta essere più elevato, con un gap di ben 1,7 punti percentuali tra uomini e donne. Tale dato non ha pari in Europa, dove in media uomini e donne registrano la stessa contrazione occupazionale (-2,1%).

Misure straordinarie non sono rinviabili

L’effetto fortemente divaricante della crisi pandemica richiede misure di intervento straordinarie per colmare un deficit strutturale, rimasto costante nel tempo ma che rischia di aggravarsi nei prossimi mesi. Oltre alla scarsa partecipazione al mercato del lavoro, inoltre, in Italia la condizione occupazionale delle donne sconta una condizione di fragilità che finisce per renderle più esposte ai rischi di espulsione rispetto agli uomini e alle colleghe di altri Paesi. L’Italia registra tra le 15-64enni ancora una bassa presenza di donne tra le professioni a più elevata qualificazione. Su 100 occupate, solo il 2,3% svolge una professione di carattere manageriale (in EU il 3,7%), il 19,7% una professionale e intellettuale (22,4% in EU), il 16,5% una tecnica (18,2% in EU): sommando queste tre componenti si arriva al 37,5%, valore molto più basso della media europea (44,4%). Ad essere state fortemente colpite dalla crisi sono anche le lavoratici autonome: tra aprile e settembre 2020 l’occupazione indipendente femminile è diminuita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente di 103 mila unità (-6,4%), praticamente il doppio di quella maschile. Un calo non registrato in altri Paesi comunitari (in media le autonome sono diminuite dell’1,6% e gli uomini dell’1,9%).

Il lavoro flessibile è davvero smart?

Dal report e dal confronto europeo emerge anche un altro aspetto importante: la flessibilità del lavoro, sia contrattuale che oraria, nel nostro Paese ha un ruolo più penalizzante che funzionale alle esigenze delle lavoratrici. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un’alternativa all’impossibilità di trovare un lavoro stabile. “È fondamentale, specie in questo particolare momento storico, introdurre misure per rilanciare il livello di partecipazione delle donne e il rafforzamento delle posizioni lavorative ricoperte” spiega la Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Marina Calderone. “Per farlo sarà necessario, da un lato, potenziare l’offerta e l’accessibilità ai servizi che favoriscono la conciliazione vita-lavoro e, dall’altro, favorire l’innalzamento dei livelli di istruzione femminile e di conseguenza le loro competenze al fine di potenziare la loro capacità contrattuale”, conclude.


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