Il piacere di “stare in rete”

Stare confortevolmente in rete è una competenza indispensabile per liberi professionisti e pure per lavoratori smart, quelli che pur facendo parte di una o più squadre in qualche azienda, da qualche tempo non devono più insistere per operare da casa, anzi, ne sono caldamente invitati. Ma è bene sapere che non è tutto bello e facile come appare.

lavorare in autonomia stando in rete

di Marina Fabiano | 

Lavorare in autonomia significa essere in grado di gestirsi tempi e compiti, non farsi attirare dalle sirene delle distrazioni (tanto non mi controlla nessuno, questo lo faccio dopo), considerare che esistono gli altri.

Quali altri, se sto lavorando in solitaria? Gli altri della rete, quella attuale e quella che verrà. Il pensiero decisionale deve sempre circolare come un radar, considerando se la decisione del momento è acquisibile così com’è o se potrebbe essere utile raccogliere qualche parere laterale, o addirittura se potrebbe essere necessario coinvolgere altri colleghi.

I liberi professionisti, per vocazione o per necessità, devono amare l’indipendenza. Ma siccome non è da tutti saper fare tutto, gioco forza a un certo punto occorre far rete, vuoi perché il cliente diversifica la sua richiesta, vuoi perché sei tu stesso che proponi un prodotto più ampio e completo. Qui entra in ballo la fiducia: allargare la rete vuol dire fidarsi della qualità del lavoro altrui, accordarsi con chiarezza sui tempi e i modi, accettare che i risultati potrebbero non essere esattamente come li avremmo prospettati noi, magari migliori, sicuramente differenti.

Come si procede?

Innanzi tutto si identificano i colleghi “giusti”, quelli che sanno, quelli che ispirano, quelli che dimostrano. Di solito la rete operativa nasce da un progetto: parlo per esperienza, non per sentito dire. Capita il cliente di buone dimensioni che, dopo un primo o secondo lavoro da consulente singolo, appare interessato, ad esempio, a un progetto formativo che coinvolge molte persone, diversi gruppi da istruire, diversi argomenti da trattare.

E come si fa? Intanto, se si è onesti con se stessi, si riconosce che anche il miglior consulente non può essere un bravo tuttologo, poi ci si rende conto che bisognerebbe accantonare ogni altro cliente/progetto per seguirne solo uno di dimensioni ragguardevoli, condannandoci a lavorare troppo per un periodo di tempo limitato, con il rischio di trovarsi disoccupato una volta terminato il progettone.

Poi lo sappiamo come vanno queste lodevoli iniziative: ritardi, slittamenti, lunghe attese decisionali, una qualche pandemia imprevista. Meglio coinvolgere altri bravi colleghi, condividere rischi e successi, mantenere aperte le molte attività che, si spera, sono già in portafoglio o stanno materializzandosi.

Buone prassi da freelance

È buona prassi, nel momento in cui si lavora da freelance, partecipare a incontri, workshop, seminari, congressi e corsi di formazione. Oltre ad imparare cose nuove (il consulente deve saperne sempre più del cliente, se no a cosa serve?), si conoscono persone, esperti, colleghi dotati di competenze diverse, magari da coinvolgere in uno dei prossimi progetti.

Se l’esperienza funziona, si resta in contatto come rete, si creano community di auto-formazione reciproca, si partecipa ad altri progetti procurati da altri, ci si accresce a vicenda. La rete così creata non resta sempre invariata, a seconda delle necessità e delle predisposizioni relazionali si inseriscono altre persone, si formano altri gruppetti. I rischi? Molti, nessuno insormontabile. Di nuovo diventa indispensabile una buona comunicazione interna alla rete, ogni criticità deve essere vista e sanata, bisogna parlare chiaro e rispondere alle domande di tutti, anche a quelle inespresse.

Di volta in volta, ognuno deve assumersi il ruolo che serve, dal leader al comprimario, dal gestore dei tempi all’organizzatore del materiale o delle connessioni, dipende dalle capacità di ciascun partecipante. E poi fiducia, niente sottintesi, niente sotterfugi. Troppo complicato? Per nulla.

Le abitudini, però

Il vero problema è nelle abitudini, quelle personali e quelle create nel gruppo, talvolta inconsce: meglio parlarne, ogni tanto, e sicuramente meglio spiegarle ai nuovi arrivati, prima di inciampare in qualche incomprensione non voluta.

Se si tratta di abitudini comportamentali acquisite e non ben identificate, prima o poi verranno a galla. In questo caso sarà bene dotarsi di pazienza, comprensione, flessibilità. La realtà in cui una piccola rete si trova ad operare è sempre piuttosto complessa.

Avendo sfatato il mito del “chi fa da sé fa per tre”, dobbiamo ora considerare che in ogni singolo progetto ognuno assume un ruolo, il suo lavoro ha un inizio e una fine, occorre trasparenza e non è il caso di prendere iniziative senza coinvolgere gli altri. Non esistono dimenticanze, scuse campate per aria, rigidità mentali da “il mio punto di vista è più giusto del tuo”.

Esiste questo radar in perenne movimento che permette di “vedere” gli altri membri del gruppo e agire con considerazione verso ciascuno, perché il progetto in corso sia sempre compreso ed aggiornato da tutti, e soprattutto perché il cliente veda il team in azione compatta.

L’economia condivisa aiuta a gestire la complessità attraverso l’interconnessione. Ogni nucleo della rete è l’esperto di qualcosa: sia chiaro che il vero esperto è colui che sa bene il proprio argomento, conosce a fondo il suo sapere, non millanta conoscenze che non ha.

Freelance per vocazione

Sono (quasi) convinta che molti freelance dichiarati – ho scelto la libera professione perché così non ho obblighi verso nessuno, tranne il cliente, naturalmente, gestisco il mio tempo come voglio, accetto solo i progetti che mi appassionano: tutte scuse, la vita vera è un po’ diversa… – appena possono accettano volentieri di essere assunti a tempo indeterminato.

Per lavorare in rete (che ha effettivamente i suoi vantaggi, se sei un bravo consulente capace di farsi conoscere ed apprezzare) alla fine serve:

  • una forte predisposizione mentale: capacità di ascolto, saper fare domande, flessibilità di opinione, visione del mondo, idea strategica sul futuro;
  • un bel gruppo di colleghi diversi: saper comprendere le persone, adattarsi alle situazioni che si presentano, vedere cosa accade e saper reagire
  • la tecnologia: esserne amico, averne curiosità, accettarla anzi precorrerla.

Aveva ragione Schopenhauer quando disquisiva del dilemma del porcospino (troppo lontani non ci si scalda, troppo vicini ci si punge a vicenda): nella rete abbiamo bisogno degli altri, pronti a limare le nostre suscettibilità, ad accettare i nostri limiti ed essere tolleranti verso i difetti di tutti.

I PORCOSPINI DI SCHOPENHAUER

Essere docente di persone adulte, che scelgono di partecipare ad una qualche sessione formativa, oppure vengono gentilmente invitate dalla direzione aziendale ad ascoltare qualcosa verso cui non hanno particolare attrazione, richiede competenza.

Essere manager di gruppi di persone che dovrebbero collaborare tra di loro, ben lo sappiamo, è impresa che richiede, oltre alla competenza, empatia e comprensione. Le reti di lavoro non differiscono poi molto, in presenza e on-line.

I Porcospini di Schopenhauer, scritto da Consuelo Casula ed edito da Franco Angeli, è un libro che non può mancare nella biblioteca di gente attenta a capire e far proprie le dinamiche dei team, porcospini compresi. Tratta aspetti comportamentali, di equilibrio, di conflitto ed ascolto; con molti gradevoli e riconoscibili esempi. Una bella e proficua lettura.

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