Diamo la carica a un Paese immobile

In Italia la forte spinta all’iniziativa degli anni del Dopoguerra si è notevolmente affievolita: viviamo in un contesto che favorisce immobilità e assenza di stimoli all’azione, condizioni che, a certi livelli, sembrano considerate ideali. Una ricostruzione post-Covid non può partire da questi presupposti: l’individuo attivo deve tornare a essere il protagonista della vita sociale.

Paese immobile post Covid

di Rossano Salini* |

Quando ancora, a metà maggio, eravamo storditi dagli effetti devastanti della pandemia e iniziavamo però a intravedere una via d’uscita che ci portasse prima verso la fine dell’emergenza sanitaria e poi lungo il percorso di un lento recupero a livello economico, il sociologo Giuseppe De Rita, presidente del Censis e da diversi anni attentissimo osservatore delle dinamiche più significative della nostra società, indicava con parole molto efficaci la strada da seguire per una reale ripartenza: “La ripresa la fanno le persone, non il governo. Se lo stato ti dà i soldi per comprare una bicicletta, il denaro per pagare la baby-sitter, gli incentivi per andare in vacanza, se cioè si preoccupa di non farti mancare niente, uccide l’iniziativa”. Il tutto accompagnato da un timore di fondo: “Sono spaventato dalla depressione del desiderio che vedo arrivare”.

Penso che l’espressione ‘depressione del desiderio’ sia quanto mai azzeccata per fotografare un problema sempre più dilagante nel mondo di oggi. E purtroppo un’esperienza difficile come quella del lockdown ha dato un duro colpo in tal senso, acuendo una situazione già di fatto grave.

Il desiderio è alla base di ogni azione umana: dallo studio al lavoro, dal metter su famiglia al dare vita a un’impresa, il fatto di desiderare qualcosa di bene per sé e per gli altri è la molla, la scintilla che fa mettere in azione l’uomo. Senza questo, non può accadere nulla.

Purtroppo, oggi vediamo non solo una situazione in cui quella spinta, che ad esempio abbiamo visto forte e travolgente nel nostro Paese negli anni del Dopoguerra, sembra essersi notevolmente affievolita, se non appunto depressa; quel che è peggio, è che viviamo in un contesto in cui tale posizione umana di immobilità e di assenza di spinta all’azione è quasi favorita e sostenuta.

Sembra quasi che il lockdown sia la condizione umana e sociale che a certi livelli viene considerata ideale.

Se economia e politica limitano l’iniziativa

Penso in particolare a due contesti che sembrano favorire una tale degenerazione dell’umano: i grandi soggetti economici da una parte, e gli Stati dall’altra.

I protagonisti del mondo economico attuale, infatti, non fanno che avvantaggiarsi di un uomo chiuso in casa e poco propenso all’azione e all’iniziativa: che si tratti della galassia social di Mark Zuckerberg o del colosso delle consegne a domicilio di Jeff Bezos, ciò che accomuna questi grandi soggetti economici è il fatto di aumentare i propri interessi e relativi guadagni in maniera inversamente proporzionale alla presenza di dinamicità e intrapresa delle singole persone.

Allo stesso modo, gli Stati nazionali – e in questo l’Italia è da sempre un campione a livello mondiale – promuovono politiche che si sostituiscono all’azione libera del cittadino, che favoriscono al massimo grado l’uomo immobile e dipendente dalla mano statale e al contrario deprimono, se non proprio ostacolano l’iniziativa personale e l’intrapresa.

Dietro alla spesso inconsistente contrapposizione tra un modello neoliberista e uno di impianto statalista basato sulla forza del welfare state, vediamo in realtà sempre più una convergenza di posizioni e interessi, a scapito della centralità del singolo nella vita economica e politica.

Quale rilancio?

Il monito di De Rita sul fatto che “la ripresa la fanno le persone, non il governo” è dunque il perno intorno al quale bisognerebbe impostare le azioni di politica economica in questa fase così delicata.

In questi giorni, in particolare, abbiamo assistito al lungo braccio di ferro tra gli stati europei riguardo al tema del Recovery Fund, o Next Generation Eu come ora viene chiamato, vale a dire il Piano per la ripresa dell’Europa. Ci siamo appassionati anche più del dovuto allo scontro tra la posizione dei Paesi cosiddetti “frugali” e il resto d’Europa, uno spettacolo a tratti indecente che non ha fatto altro che mettere sempre più in luce come non vi sia più un fondamento culturale e ideale alla base dell’esistenza dell’Unione Europea, ma un semplice calcolo di tipo economico.

Al di là comunque di questo scontro, e dei risultati che sono stati ottenuti, ciò che ora conta è capire come questi fondi e prestiti verranno utilizzati.

Se la strada che l’Italia decide di intraprendere è quella che abbiamo visto attuata nel “Decreto Rilancio”, le cose non si mettono bene. Dietro al nome “Rilancio”, infatti, ciò che abbiamo visto attuare è esattamente quello che De Rita ha denunciato: nessuna iniziativa a sostegno di una reale ripresa della vita economica nel nostro Paese, ma al contrario una pletora di sussidi che soddisfano una piccola parte dei bisogni nell’immediato, ma non lasciano nulla nel medio e lungo termine.

Se anche i miliardi di euro del Piano europeo si trasformano nell’ennesima cassaforte elettorale, per una serie di interventi che facciano far fare bella figura al governante di turno, ritorniamo al punto di partenza, vanificando completamente una trattativa europea logorante per tutti.

Ripartire dall’individuo

E il segreto per non sprecare questa occasione è il fatto di sostenere la crescita, non regalando soldi ai cittadini, ma fornendo strumenti, sgravi, incentivi che favoriscano l’azione e la libera intrapresa.

A partire soprattutto dal grande problema dei problemi per l’Italia: non una semplice “sburocratizzazione”, che troppe volte viene inutilmente sbandierata e poi ridotta a piccoli interventi marginali, ma una vera e propria rivoluzione, una tabula rasa che spazzi via quel mostro di apparato burocratico che grava sui cittadini e che inibisce l’iniziativa sociale, culturale, educativa ed economica, per lasciar spazio a un nuovo tipo di concezione del rapporto tra stato e cittadino, dove è il primo a dover rendere conto del proprio operato al secondo, e non viceversa, come invece succede oggi.

Ecco allora che la vera sfida della ricostruzione post-Covid passa dunque da un cambiamento che è innanzitutto culturale. Dobbiamo combattere quella “depressione del desiderio” di cui parla De Rita, e ripartire da una concezione in cui il protagonista della vita sociale di un Paese è l’uomo, sia come singolo che nelle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” come recita la nostra Costituzione, e non l’ingranaggio politico o economico, il processo burocratico o il servizio fornito dalla multinazionale di turno. Torniamo alla centralità dell’uomo in azione, e anche la strada per usare i fondi europei sarà trovata con più facilità di quanto non si creda. Se sono chiari, e soprattutto se sono corretti gli obiettivi, tutto il resto verrà di conseguenza.


* Rossano Salini, laureato con lode in lettere classiche, dottore di ricerca in italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su diverse testate nazionali.

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