A che punto siamo con il Team Coaching?

È possibile migliorare le performance di un gruppo di lavoro attraverso la definizione dei ruoli, delle regole e dei processi e soprattutto con il supporto di un coach.

Team Coaching

di Marina Fabiano |

La verità è che, nonostante tutta la nostra buona volontà e i nostri fantasiosi intenti, un team è fatto di persone che la pensano diversamente, ma soprattutto che hanno sogni, obiettivi e idee non rivelate.

Non voglio dire che tutti mentano; sicuramente nessuno dice apertamente quello che pensa o quello che gli frulla in testa.

Appurata questa (inevitabile) realtà, parliamo dei gruppi di lavoro, dei team di progetto, delle commissioni che di volta in volta vengono nominate per sfornare risultati dei quali poi tutti si vogliano o meno prendere la responsabilità, e li portino a compimento.

Non dimentichiamo che i partecipanti di questi team eletti spesso sono già parte di altri gruppi, con i quali magari lavorano a stretto contatto quotidianamente, con obiettivi precisi e mirati al business. Inevitabilmente assistiamo a scontri di priorità: sono più importanti i miei risultati che contribuiscono a portare l’azienda al successo e mi garantiscono stipendio e premi o quelli che mi portano (spesso) a investire molto tempo in attività di cui probabilmente non sono artefice ma solo parziale ideatore?

Capacità utopiche

Alcuni desideri dei committenti includono collaborazione, idee nuove, agilità mentale, spirito di squadra e capacità di azione. Più nel dettaglio, i team orientati al muoversi contemporaneamente e con grande energia considerano indispensabile che l’incarico sia temporaneo.

Nel senso che già ho il mio bel daffare nelle otto e più ore canoniche e faccio fatica a fare tutto ciò che occorre al business, se poi devo aggiungere il partecipare con motivazione a gruppi di lavoro paralleli, almeno che sia per un ben definito lasso di tempo. E possibilmente che il sacrificio porti denaro, prestigio e apprendimento.

La chiarezza svolge un ruolo fondamentale: ed è subito all’inizio che occorre attivare il coinvolgimento dei membri del team, ed è già qui che entra in gioco il ruolo del coach, con il suo appoggio al team leader e a tutti gli altri partecipanti. Uno dei suoi compiti è prevedere le domande e i dubbi dei convenuti e predisporre risposte convincenti prima ancora che tali domande vengano formulate.

Quali sono gli obiettivi del team? Quanto tempo dovremo dedicare? Che risultati si aspetta l’azienda e come verranno misurati? Perché siamo stati scelti noi e non altri? (che magari la risposta è “perché voi avete quel minimo (o più) di competenze che altri non hanno”, però le persone amano sentirselo dire, che queste loro competenze sono apprezzate).

Se uno è il re della precisione e gli viene affidato il compito organizzativo e logistico del gruppo, sarà felice di assumersi la responsabilità gestionale, molto di più dell’imperatore dell’improvvisazione, che subirebbe l’incarico come la peggior punizione della sua vita, e che invece si sentirebbe a suo agio nell’escogitare l’idea dell’ultimo minuto.

Tutto bello chiaro, limpido e ben formulato. Se poi uno viene tirato dentro nel gruppo troppo a malincuore, appare riottoso e cerca mille scuse per non partecipare, beh forse è meglio rinunciare alla sua presenza senza troppi rimpianti.

Anche in questo caso il coach, affiancando il leader, ci può mettere del suo analizzando le dinamiche comportamentali, evidenziando le preferenze di ruolo, chiarendo singole preferenze e mettendo il tutto in tavola. Ci si conosce, ci si capisce, si evitano correnti direzionali opposte.

Voglia di mettersi in gioco

Appurate queste basi, si identifica la voglia di giocare, di esserci, di partecipare. Se manca, di nuovo è meglio rinunciare al partecipante svogliato, quello che “sì, trovo utile questo team, però ho altro di meglio da fare”, quello che il giorno prima della riunione per presentare i sub-risultati (quelli in corso d’opera, per intenderci) dichiara di essere malato o di avere un improrogabile impegno d’altro genere, o semplicemente perde l’aereo.

Quanti ne conosciamo? Situazioni del genere non solo allontanano dai risultati finali, ma irritano gli altri componenti del team, quelli che i loro compiti li avevano fatti, magari di notte.

Il team coach parla chiaro; offre feedback realistici basati su ciò che vede; chiede nuovamente se siamo tutti sicuri di volerci essere o se nel frattempo abbiamo perso l’entusiasmo (e perché; e se c’è un modo per recuperarlo; e cosa dovrebbe accadere per dichiararci contenti di esserci); mostra possibili alternative e conseguenze; allena il team leader ad assumere il ruolo del coach in simili situazioni future, che ce ne saranno a bizzeffe.

Perché anche il ruolo del team coach non deve essere per sempre, ma anch’esso temporaneo, avere un inizio e una fine, magari ci sta un riepilogo (follow-up) dopo un po’, e basta così, per quel team e quello specifico scopo.

Un team coaching diverso

Consideriamo senza ombra di dubbio che ogni partecipante al team porta il suo unico punto di vista, frutto della sua unica esperienza nel mondo. Sì, nel mondo, non in quella singola azienda e in quel preciso spazio temporale.

Chi sceglie (sceglie, non viene obbligato) di far parte del gruppo ha diritto di portare la propria opinione e di essere ascoltato. Confuse dinamiche irrisolte inducono ad aree segrete dove il non detto diventa invisibilmente solido.

Di nuovo, occorre parlar chiaro anche di eventi spiacevoli o mezze baruffe, prima che gli elefanti facciano scempio della cristalleria. Il coach evidentemente va a nozze con situazioni difficili – se no perché mai verrebbe profumatamente pagato? – ed è in grado di guidare il team fuori dalla bufera.

Il team coaching è cambiato, negli ultimi 20 anni, ed è destinato ad una ulteriore evoluzione. Come tutti i concetti in via di sviluppo, all’inizio era necessario fondare le basi, impiegare molto tempo nelle spiegazioni più basilari (come: cos’è il coaching, quali sono i concetti chiave, come funziona, la riservatezza, cose così), sorpassare ostacoli e diffidenze. Ora almeno partiamo dal presupposto che le fondamenta siano note, o almeno che un rapido ripasso porti tutti già più avanti nel percorso comune.

Perciò abbiamo più tempo per allisciare le pieghe più rigide dei comportamenti umani, grazie alle parole semplici, chiare e dirette.

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