Maternità, tra mobbing e discriminazioni

Più del 70% delle neomamme torna al lavoro dopo i mesi di maternità. Per molte di loro, però, il ritorno alla vita lavorativa corrisponde con l’inizio di un vero e proprio calvario.

maternità al lavoro

di Francesca Praga |

Da una parte, la legge sulla maternità in Italia è una delle migliori in Europa, dal momento che, in teoria, garantisce alla neomamma la possibilità di prendersi un periodo di riposo prima del parto, e poi di potersi godere il figlio nei mesi successivi, con uno stipendio pagato al 100% per i primi tre mesi di vita del bambino e al 30% per quelli successivi (ovviamente, quando e se la situazione contrattuale è regolata e rispetta la legge in corso). Differente è però la situazione quando la mamma torna al lavoro.

Lavoratrici madri meno produttive

I dati pubblicati dall’Osservatorio Nazionale Mobbing ci raccontano che viviamo in un Paese dove, sul posto di lavoro, dominano le vessazioni, le ordinarie ingiustizie, le discriminazioni subdole e banali, ma non per questo meno tremende, che hanno come bersaglio le lavoratrici da poco diventati madri, considerate dalle aziende “meno produttive”.

Non sono solo i dati a confermarlo, ma pure le numerose testimonianze che si possono facilmente raccogliere in giro. Il quadro che ne emerge è piuttosto triste: l’obiettivo principale sembra essere quello di portarle al licenziamento spontaneo, cosa che avviene – pare – in una piccola percentuale, mentre sono molto numerosi i casi di demansionamento, accettato pur di mantenere il posto di lavoro.

« Secondo l’Osservatorio Nazionale Mobbing in Italia
solo nel biennio 2013-2015 sono state licenziate o costrette a dimettersi
800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate
per via della maternità o per richieste che tendevano
ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari »

Parliamo di licenziamento spontaneo perchè, per legge, il datore di lavoro deve sempre garantire la ricollocazione della dipendente in maternità, anche se nel frattempo la mansione è stata soppressa; diversamente si configura una discriminazione e quindi, in questo caso, è illegittimo il licenziamento, cosa che invece può avvenire in altri casi, grazie al contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che permette al datore di lavoro di licenziare una persona con la sola conseguenza di un risarcimento del danno pari a quattro mensilità.

Qualche dato sulla discriminazione

Guardando i dati resi pubblici dallo sportello d’ascolto “Disagio lavorativo e mobbing” della Cisl, si nota che tra il 2000 e il 2002, probabilmente per via della scarsa conoscenza del mobbing, si registrava un basso numero di casi. Nell’intervallo compreso tra il 2002 e il 2007, invece, se ne è avuta un’esplosione dovuta alle prime sentenze vinte dai lavoratori. Dal 2007 al 2015, infine, diventa evidente il periodo di crisi economica che ha portato i lavoratori a rinunciare ai propri diritti pur di mantenere il posto di lavoro. 

Gli atteggiamenti di mobbing

Tra gli atteggiamenti di mobbing più diffusi, per le donne che tornano al lavoro dopo il periodo di maternità, troviamo il fatto che queste vengano spostate in posizioni meno competitive, che trovino la loro scrivania occupata da persone più giovani e disponibili a fare straordinari e orari lunghi, e che vengano costantemente e sottilmente accusate per la scelta familiare fatta.

La maggior parte dei datori di lavoro è convinta che il fatto di avere avuto un figlio, e in ogni caso di essere madre, rappresenti un handicap per l’azienda. Laddove la donna non viene vessata, se le va bene, la sua maternità e le sue esigenze di madre vengono completamente e continuamente messe da parte.

Ci sono donne che continuano a fare il lavoro di prima, al prezzo pesantissimo di dover di fatto rinunciare alla famiglia; nei casi più estremi arrivando all’impossibilità di prendersi cura del proprio figlio a causa di orari di lavoro molto lunghi, riunioni fissate nel tardo pomeriggio o di prima mattina, spostamenti che non tengono conto della necessità di tornare a casa la sera.

Un approccio culturale sbagliato

In un’intervista, l’avvocato Tatiana Biagioni, giuslavorista, presidente del comitato Pari Opportunità dell’ordine degli Avvocati di Milano, dichiara che “l’atteggiamento discriminatorio sul luogo di lavoro nei confronti delle donne in gravidanza è determinato da un approccio culturale ancora sbilanciato a favore dell’uomo e che considera la cura della famiglia appannaggio esclusivo, o quasi, della donna”.

Precisa, inoltre, che siamo di fronte a “un fenomeno carsico, di cui non si hanno dati aggregati precisi”: i dati infatti sono difficili da reperire, anche a causa della frammentazione del fenomeno, che viene tracciato a seguito di una serie di denunce raccolte di volta in volta dai singoli sportelli sindacali o dagli avvocati che si occupano della materia.

Ci si accorge, così, che gli ultimi dati aggiornati risalgono al 2015 (e non sono rosei). Secondo l’Osservatorio Nazionale Mobbing in Italia nel biennio 2013-2015 sono state licenziate, o costrette a dimettersi, circa 800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate per via della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari. Inoltre, a causa del mobbing post-partum, 4 donne su 10 sono state costrette a dimettersi.

Maternità e genitorialità

Se è pur vero che il mobbing è un problema che colpisce tutti, non solo la donna, in tema di discriminazioni di genere non c’è al momento ancora un approccio culturale che consideri la maternità come una questione sociale e che permetta di trattarla, dal punto di vista del welfare, in termini di genitorialità.

“Un altro punto fondamentale della questione continua a rimanere la disparità di trattamento economico delle donne rispetto agli uomini: in una famiglia, se si deve scegliere a quale parte di reddito rinunciare, di sicuro si opta per quello più basso, quindi, nella maggior parte dei casi, quello della donna” conclude l’avvocato Biagioni.

Sono molti ancora infine, i casi di mobbing durante i colloqui di lavoro: nonostante si tratti di un’informazione che riguarda l’area strettamente personale della donna, spesso in sede di selezione vengono chieste alle donne le loro intenzioni prossime future per quanto riguarda il desiderio o meno di avere una famiglia.

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